UN PIANO DIABOLICO

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La sensuale Mélanie prepara con geometrica perfidia la vendetta covata per dieci danni ai danni della pianista Ariane nell’ottimo lesbothriller La voltapagine di Denis Dercourt. Interpreti strepitose.

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È curioso come, a distanza di cinque anni da un non entusiasmante melò gay di Ventura Pons, Il voltapagine tratto da Leavitt (noto anche come Food of Love), esca in Italia un film con lo stesso titolo ma declinato al femminile, La voltapagine del francese Denis Dercourt, già apparso e apprezzato al Certain Regard di Cannes 2006.

Anche qui vibrano fulminanti passioni omo ma siamo sul versante opposto anche come qualità: si tratta insomma di un coinvolgente ‘affare di donne’, anche se la passione saffica si alimenta sottopelle per esplodere esplicitamente solo nel crudele finale. Non perdetevelo per nessuna ragione al mondo, questo elegante lesbothriller compatto e senza sbavature (85 minuti densi e appassionanti), sulla vendetta covata per un lungo periodo e messa in pratica con geometrica perfidia dalla seducente Mélanie Prouvost, una ragazza amante del pianoforte che a dieci anni perse un concorso di ammissione al Conservatorio perché distratta da una delle giudicanti, Ariane Fouchécourt, celebre concertista, colpevole di aver fatto entrare in sala una fan desiderosa di un suo autografo mentre Mélanie eseguiva il suo pezzo, causandole così una distrazione fatale.

Passano due lustri e Mélanie viene assunta come stagista nella segreteria del marito di Ariane, l’imperturbabile Jean, un rinomato e affascinante avvocato. Approfittando del fatto che i Fouchécourt hanno bisogno di una baby sitter per il figlio Tristan, Mélanie riesce a farsi accogliere nella splendida villa con parco a 40 chilometri da Parigi dove vive la famiglia. Ariane rimane affascinata dalla pudica riservatezza di Mélanie e, constatata la sua abilità nel leggere la musica, le propone di farle da voltapagine durante un importante concerto del trio Anima di cui Ariane è la pianista. Intanto la ragazza ordisce un diabolico piano di vendetta, tessendo una paziente e strategica tela di ambigue manipolazioni che stravolgerà l’equilibrio emotivo dell’intera famiglia.

Il regista Dercourt, nella vita reale, è anche insegnante di viola al Conservatorio di Strasburgo…

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Il regista Dercourt, nella vita reale, è anche insegnante di viola al Conservatorio di Strasburgo e sa trattare la materia senza pedanteria o snobismi. È capace di gestire molto bene gli spazi (lunghi corridoi vuoti, porte socchiuse, un ascensore silenzioso) ma risulta soprattutto abile nel creare una tensione palpabile attraverso piccoli e allarmanti segnali disseminati nel lento crescendo della vicenda: lo spettatore si aspetta da un momento all’altro una virata improvvisa verso il grand-guignol (Mélanie è figlia di macellai e confessa un’insospettabile perizia nello sgozzare le galline) ma viene continuamente spiazzato da indizi fuorvianti e misteri irrisolti (Mélanie è responsabile dell’incidente che ha sconvolto Ariane? Quali sentimenti reali prova per lei?).

Ma gran parte del merito va alla strepitosa interpretazione delle splendide protagoniste, artefici di memorabili duetti sul filo della nevrosi: una controllata Catherine Frot (brava attrice de La cena dei cretini e Aria di famiglia, semisconosciuta in Italia ma molto amata in patria) è l’apparentemente algida Ariane in realtà minata da una profonda insicurezza; la sensuale Déborah François (rivelazione del dardenniano L’enfant) gioca consapevolmente sull’aplomb statuario di Mélanie per far filtrare le emozioni attraverso movimenti minimi e sguardi penetranti. Lo sviluppo del loro rapporto sentimentale è infatti assolutamente credibile e privo di concessioni al facile voyeurismo (un bacio sulla guancia con leggero ralenti, un tocco su uno zigomo per spalmarvi una crema, gli occhi che si cercano con fremente desiderio).

Così l’attrazione saffica diventa per Mélanie un’arma potente per plagiare e tenere in scacco la sottomessa Ariane, inconsapevole di aver fatto un torto ferale alla ragazza in un lontano passato. E il transfert emotivo che lega Mélanie al figlioletto Tristan, anch’egli molto abile sugli 88 tasti e a rischio tendinite, suggerisce una vendetta da caprio espiatorio che dà ancora più pepe alla storia, in realtà molto più semplice delle contorte psicologie dei personaggi, descritte benissimo e con molta sobrietà dal regista. Certo, non sono pochi i debiti con le torbide atmosfere alla Chabrol (vedi il conflitto di classe tra la benestante Ariane e la proletaria Mélanie) e una certa affinità col glaciale La pianista del grande Haneke, ma Dercourt aggiunge di suo una grande onestà nell’evitare ogni accenno morboso e nel dare umanità ai suoi caratteri che, nel bene e nel male, non si permette mai di giudicare.

La voltapagine, pur non essendo un film lesbico tout court, è indubbiamente uno dei migliori film a tematica saffica degli ultimi anni, genere un po’ latitante e senza grandi guizzi (ma aspettiamo con ansia il Diario di uno Scandalo di Richard Eyre presentato questa sera al Berlinale Palast e in anteprima a Torino il 21 febbraio grazie a Togay, 20th Century Fox e Torinosette).

Da vedere subito: essendo un piccolo film francese, sicuramente non sopravviverà molto nelle sale.

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