Un sogno chiamato Florida, orchi e principessine nel resort meno fiabesco che ci sia

Emoziona il nuovo film del regista del trans Tangerine sui nuovi poveri in un motel ai margini di Disney World.

È ormai passato quasi da un anno da quando The Florida Project, presentato in anteprima mondiale alla Quinzaine di Cannes, riuscì a commuoverci fino alle lacrime grazie al suo struggente finale. Arriva finalmente nelle sale italiane col titolo ‘ammorbidito’ Un sogno chiamato Florida di Sean Baker, talentuoso regista del trans Tangerine. Un cineasta che farà strada, dotato di una particolare sensibilità nei confronti di derelitti e disadattati, anime perse e fuori sincrono rispetto a un mondo consumista e cinico nei confronti del quale provano un forte disagio esistenziale.

Il mondo di Un sogno chiamato Florida è quello dei motel a tema Disney che circondano la capitale del divertimento Orlando e di fiabesco hanno solo più il nome, diventati con la crisi contenitori fatiscenti di famiglie sotto la soglia della povertà. Il Magic Castle Hotel, spruzzato di lilla pastello come un enorme bon-bon glassato, è uno di questi. La giovane Halley (Bria Vinaite, da tenere d’occhio) si arrabatta tra spaccio e prostituzione per dare da mangiare alla piccola monella Moonee (il peperino Brooklynn Kimberley Prince, davvero una rivelazione) che insieme agli scatenati amichetti Scooty, Dicky e Jancey cerca di sfuggire dal degrado inventandosi liberatorie gare di sputi e avventurose esplorazioni di edifici in stato di abbandono.

A vegliare su di loro, quasi a rappresentare quella figura paterna che manca a tutti quanti perché in carcere oppure mai conosciuta, c’è il protettivo Bobby (Willem Dafoe in una delle sue migliori interpretazioni di sempre, non a caso candidata all’Oscar), custode del residence che cerca di gestire mantenendo la calma nonostante gli infiniti arretrati di pagamento e le situazioni sempre ai limiti della legalità.

Ti suggeriamo anche  Terapie riparative: post fake di Teodora per la promozione del nuovo film

Baker non cerca lo scandalo, il realismo crudo, ma al contrario riesce, con partecipata compassione, a stanare proprio quel che resta della magia e dello stupore nello sguardo delle ‘simpatiche canaglie’ del film alla cui altezza pone quasi sempre la macchina da presa (è fan dichiarato dei cortometraggi prodotti da Hal Roach nella celebre serie tv di ormai quasi un secolo fa).

Solo nella seconda parte del film emerge tutto lo squallore disumano di questo contesto degradato, fra genitori irresponsabili, assistenti sociali in allarme e mancati punti di riferimento educativo. Ma lo sguardo è ottimista, vitale: c’è sempre spazio per un’altra avventura, al di là della sofferenza e della miseria, non importa se solo immaginata o sognata. Non è questa, dopotutto, l’essenza della fiaba? Il Times l’ha giustamente definito ‘il Moonlight di quest’anno’, già si parla di ‘neorealismo indie’, ma in realtà siamo più dalle parti di una sorta di versione umanista e finzionale di The Other Side diretto da Roberto Minervini sui nuovi poveri nel sud degli Usa.

Da segnalare la magnifica fotografia pastellata del messicano Alexis Zabé, già stimato collaboratore di Carlos Reygadas e Harmony Korine.

Finale da lucciconi.