UNA BOLLA GAY

Il regista israeliano di ‘The Bubble’ Eytan Fox e il suo produttore Gal Uchovsky ci raccontano una Tel Aviv aperta ai gay e all’Occidente ma minata dall’incubo dei kamikaze.

Mai come in questo periodo il Medio Oriente si sta rivelando un’interessante fucina di cinema GLBT: inizieranno a metà maggio in Libano le riprese del documentario The Beirut Apartment di Daniele Salaris (uno sguardo dall’interno sulla situazione gay mediorientale) e all’ultimo Togay sono stati premiati dal pubblico due registi israeliani, il documentarista Tomer Heymann, autore del sorprendente Paper Dolls e uno dei più talentuosi registi gay contemporanei, Eytan Fox (l’ormai cult Yossi & Jagger, il controverso Camminando sull’acqua), piglio deciso e una sensibilità rara nell’affrontare questioni nevralgiche quali l’omosessualità nell’esercito e la questione palestinese dal particolare punto di vista di una delle città più aperte d’Israele, Tel Aviv. Abbiamo intervistato il regista di The Bubble insieme al suo fedele produttore Gal Uchovsky.

In The Bubble si scopre una Tel Aviv ‘occidentalizzata’ assai diversa dall’immagine che abbiamo di altre città israeliane…
E.F.:Gli israeliani chiamano Tel Aviv ‘la bolla’. Il centro della città è l’area più fashion, con gente giovane e ben vestita che frequenta caffè e ristoranti trendy. Ma in realtà è un soprannome negativo, è come se Tel Aviv fosse sconnessa da Israele, dal Medio Oriente, da tutte le questioni più importanti. Si pensa che le persone che vivono nella ‘bolla’ non si preoccupino dei veri problemi ma solo di fatti personali come carriera, sesso e amore. Ma ciò è vero solo in parte: a Tel Aviv c’è chi scrive libri, produce editoria o dirige film su Israele. Questo posto permette di farlo. È meraviglioso averne la possibilità dopo così tanti anni di occupazione e guerra che hanno soffocato la gente. Soprattutto i giovani non vogliono più vivere così.

Ma in che senso la ‘bolla’ protegge dalla guerra?
E.F.:È una questione di atmosfera, è l’energia che si sprigiona unendo le forze e organizzando eventi culturali e d’intrattenimento.

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È più facile essere gay a Tel Aviv?
E.F.:Una parte della ‘bolla’ permette alle persone che ci vivono di essere molto aperte e progressiste rispetto a vari tabù tra cui la questione della sessualità. Ci sono gay in televisione, al cinema, nelle discoteche quindi adesso è abbastanza facile parlarne.
Gal Uchovsky: In Italia se sei gay non ne parli con la famiglia ma se vivi a Tel Aviv puoi dirlo e vivere la tua omosessualità più liberamente.

Il tuo cinema affronta di petto il problema gay all’interno dell’esercito…

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Il tuo cinema affronta di petto la questione gay all’interno dell’esercito…
E.F.:In Israele tutti hanno a che fare con l’esercito: i maschi in media per tre anni, le donne per due. Io stesso ci sono stato per quattro anni. In un certo senso l’esercito ‘è di tutti’. Ogni mio film, a partire dal cortometraggio Time Off presentato e premiato proprio in questo festival, risente della mia esperienza sotto le armi. Gli israeliani sono cambiati molto rispetto ai Palestinesi, sono molto progressisti, anche i politici hanno apprezzato Yossi & Jagger che è passato anche in tv.
G.U.: l’esercito ti protegge anche se sai gay. E puoi esprimere la tua omosessualità senza condizionamenti. Le regole sono molto cambiate rispetto a vent’anni fa anche grazie a un membro dichiaratamente gay del Parlamento di Isaac Rabin (Uzi Even, ndr).

In The Bubble è reso molto bene il terrore generalizzato dovuto all’incubo dei kamikaze…
E.F.: Uno degli scopi di The Bubble era comprendere questo fenomeno. Noi siamo cresciuti in una terra di guerra e terrorismo. Siamo abituati alle bombe che esplodono in mezzo a una strada. Il mio migliore amico dei tempi della scuola, quando avevo sedici anni, è morto durante un’esplosione nel centro di Gerusalemme. È un problema terribile che ci ha prostrato psicologicamente ma è stato necessario abituarci. Abbiamo cercato di entrare nell’anima di queste persone per capire le ragioni profonde di un gesto simile.

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Come mai hai inserito la scena girata a teatro durante una rappresentazione di Bent con Lior Ashkenazi nel ruolo del protagonista?
E.F.:Penso che quel dramma sia un capolavoro, è molto più bello del film (di Sean Mathias, ndr). La coppia di The Bubble è in una situazione simile a quella dei due amanti di Bent. Lior in Israele è una vera star teatrale e cinematografica e ai tempi di Camminando sull’acqua è finito su tutte le copertine. Con lui ho fatto una provocatoria foto di nudo ma Lior è etero!

E The Bubble è già uscito nelle sale?
E.F.:Sì, in luglio, dieci giorni prima che scoppiasse la guerra col Libano. Non è stato un bel periodo per uscire ma è andato bene. Anche Yossi & Jagger e Camminando sull’acqua sono stati grandi successi in Israele, abbiamo avuto un’ottima accoglienza anche da parte dei giovani. L’abbiamo presentato in prima mondiale a Toronto, poi a Berlino, ora siamo stati invitati da Robert De Niro al Tribeca Film Festival.

The Bubble è molto interessante anche stilisticamente, si avverte più libertà nell’uso della macchina da presa rispetto a Camminando nell’acqua
E.F.:Già in Yossi & Jagger ho imparato a usare la videocamera come qualcosa di intimo, di famigliare per poter guardare negli occhi le persone con cui lavoro. Lì avevo usato vari formati, dal Super8 al video ai 16mm. Per questo mi piace molto il movimento Dogma. Quando si ha a che fare con grosse produzioni si ha meno libertà, ci sono tante persone, grandi equipaggiamenti: tutto il sistema è più difficile da gestire.

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Come si colloca il tuo cinema all’interno della produzione israeliana?
E.F.:In Israele c’è una curiosa dicotomia: ci sono autori impegnati molto politici come Amos Gitai oppure commedie romantiche e leggere. Il mio cinema cerca di fondere queste due correnti. Ci sono sempre più personaggi e sceneggiature gay al cinema. Noi abbiamo avuto un importante regista omosessuale morto di Aids, Amos Gutman (nel 1993 a soli 38 anni, ndr). Attualmente, insieme al documentarista Tomer Heymann, sono l’unico regista israeliano gay dichiarato ma, sai, si tratta di una nazione molto piccola.

Per ‘The Bubble’ avete ottenuto finanziamenti pubblici?
G.U.:Sì, in Israele è impossibile fare cinema senza fondi pubblici e accordi con le televisioni.

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