Una guerra santa in nome dell’amore gay

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Fa scalpore a Berlino 'A Jihad For Love', documentario su gay e Islam, diretto dall'indiano Parvez Sharma. Sei storie di violenza ed oppressione ma anche d'amore di altrettanti...

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Variety lo considera il più serio contendente al Teddy Bear, il premio gay della Berlinale, ed è stato uno dei lavori più apprezzati finora nella sezione tradizionalmente molto friendly ‘Panorama’: il documentario ‘A Jihad For Love’ (‘Una guerra santa per l’amore’) del regista trentaquattrenne indiano Parvez Sharma squarcia finalmente il velo sulla controversa questione della percezione dell’omosessualità nel mondo islamico. Costato due milioni di dollari grazie all’appoggio di Channel 4, ZDF/Arte e ben 20 fondazioni, è stato girato in nove lingue diverse attraverso dodici nazioni di quattro continenti e ha richiesto ben sei anni per essere completato. I suoi 81 minuti sono l’elaborato filtro di più 400 ore di girato. 

L’idea del film è nata dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre, quando il regista, in America per ragioni di studio, si è reso conto di “dover fare il secondo e più impegnativo coming out: come

musulmano. Visto che i media occidentali tendono a ritrarre l’Islam come un concetto monolitico mi rendevo conto che era l’Islam stesso a essere minacciato. Così ho pensato di raccontarlo attraverso le vicende meno conosciute, cioè quelle dei gay e delle lesbiche musulmane”. Emerge che in Turchia e India la situazione sta migliorando, in Arabia Saudita c’è una vita gay florida benché segreta, mentre in Egitto si può vivere l’omosessualità solo in una dimensione strettamente non pubblica.

La stessa parola ‘Jihad’, per il regista, in occidente ha una valenza legata alla dimensione violenta della guerra, mentre il significato proprio è di lotta e struggimento interiore. 

Tra le sei storie approfondite nel corso della narrazione, quella a cui il regista è più legato e che considera ‘molto, molto potente’ è la triste vicenda del ventenne Mazen, uno dei componenti il ‘Gruppo dei 52’ arrestato nel maggio del 2001 a bordo della Queen Boat, un nightclub gay galleggiante in crociera sul Nilo, e poi torturato, incarcerato e costretto ad espatriare a Parigi.

L’ossatura spirituale del documentario, per dirla con le parole di Sharma, è rappresentata però da un imam sudafricano omosessuale costretto a sposarsi e che dichiara esplicitamente in camera: ‘la cosa migliore è accettarsi, solo Allah ci giudicherà’.

Sharma ricorda che “Il corano non parla assolutamente di omosessualità. La storia della Nazione di Lut non ha nulla a che fare con relazioni gay consensuali, parla solo di stupri a danni di maschi”. 

A dimostrazione di quanto l’argomento sia assolutamente tabù anche per gli stessi omosessuali, è esemplare l’aneddoto della coppia lesbica marocchino-egiziana conosciutasi via Internet che non voleva pronunciare la parola ‘lesbica’ perché pensava fosse proibito e ha impiegato cinque anni ad accettare di farsi riprendere.

Non avendo nessun appoggio del governo, le riprese sono state effettuate praticamente in clandestinità, con la troupe costretta a fingersi un gruppo di turisti e ‘mascherare’ il girato con sequenze vacanziere all’inizio e alla fine del nastro.

Prodotto dall’impegnato Sandi DuBowski, già finanziatore del notevole ‘Trembling Before G-d’ su omosessualità ed ebraismo, ‘A Jihad for love’ sarà presentato al Festival di Istanbul e forse anche al Cairo, ad Abu Dhabi e a Fajr, in Iran,, nonostante le minacce personali che Sharma riceve quotidianamente via mail.

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