UNA VOCE GAY NELLA NOTTE

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Nel debole mystery ‘Una voce nella notte’ Robin Williams è un conduttore radiofonico gay che instaura un’amicizia telefonica con un quattordicenne malato di Aids e autore di un...

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Strana uscita, quella del cupo mystery Una voce nella notte di Patrick Stettner, poco pubblicizzato (trailer ridotti e vaghe apparizioni nei listini) ma presentato in anteprima a Torino grazie al festival gay Da Sodoma a Hollywood, al sito Fanaticaboutfilms.it e alla Warner che lo distribuisce da oggi nelle sale.

Tratto dal romanzo omonimo del buon narratore de I racconti di San Francisco Armistead Maupin e ispirato a un’esperienza analoga realmente avvenuta nel 1992 all’autore e al suo compagno di allora Terry Anderson, racconta di uno scrittore e conduttore radiofonico gay, Gabriel Noone (Robin Williams, un po’ monocorde) che conduce un programma di successo, Noone at NightNoone di notte, ma il nome

originale gioca con l’assonanza di ‘noon’, ‘mezzogiorno’ – in crisi creativa dopo essere stato lasciato dal fidanzato sieropositivo Jess di otto anni più giovane (l’italocubano Bobby Cannavale, che noi ricordiamo soprattutto per il ruolo di Vince D’Angelo, il fidanzato di Will Truman in Will & Grace). Un suo amico editor, Ashe, gli sottopone un manoscritto dal titolo The Blacking Factory, scritto da un quattordicenne efebico malato di Aids, Pete Logand (Rory Culkin, fratello androgino di Macaulay), in cui vengono descritte le sevizie sessuali subite dai genitori e da un gruppetto di loro amici in porno-party

filmati con videocamere. Gabriel rimane molto colpito dalla durezza e dalla spontaneità del romanzo e decide di conoscere il giovane autore. Conquistato dalla simpatica comunicativa del ragazzo (che scherzando gli dà provocatoriamente del ‘fumacazzi’), instaura con lui un’amicizia telefonica mediata dalla costante presenza di Donna, la madre adottiva di Pete. Ma Jess gli instilla il dubbio che Donna e Pete abbiano la stessa voce e da un controllo via Internet sembra che al nome del giovane non corrisponda una persona reale. Deciso a far chiarezza sulla vicenda, il turbato Gabriel si mette alla ricerca del ragazzo.

Lo spirito del film sarebbe quello di un thriller psicologico…

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Lo spirito del film sarebbe quello di un thriller psicologico d’ispirazione hitchcockiana basato sulla suggestione della parola, intento nobile che però funziona molto meglio sulla carta che sullo schermo: l’inizio promette bene e accumula indizi spiazzanti anche perché, venendo inquadrati, lo spettatore non mette in dubbio né l’esistenza di Pete né tantomeno quella di Donna (quest’ultima è interpretata da un’implosa Toni Collette – Le nozze di Muriel, Little Miss Sunshine – vistosamente imbruttita). Ma appena Gabriel si mette a indagare cercando di scovarli, il film prevalentemente notturno s’inceppa diluendo ritmo e tensione, divagando in scene d’azione che non contribuiscono a chiarire il mistero – che tanto misterioso, già di suo, non è – finendo per indugiare su atmosfere sospese in cui aleggia un senso di rassegnata afflizione più adatta a un film drammatico che a un thriller venato di nero.

E la serie di disgrazie a domino che vengono propinate nel film (pedofilia, Aids, cecità, mutilazione) sembra forzare un po’ troppo il piede della narrazione, così allo spettatore più smaliziato non sfuggiranno alcuni passaggi telefonati che ‘sgonfiano’ ulteriormente l’intreccio. Persino le schermaglie amorose tra Gabriel e Jess sono pesantemente melò e la scena migliore resta forse la più ironica, ossia quella in cui uno stewart dice a Gabriel durante il volo aereo: «Grazie per quello che ha fatto per noi!» mentre la sua vicina di posto, a cui si era spacciato per etero con figlio, ribatte: «Ma che cosa ha fatto per gli assistenti di volo?».

Forse sei mani sono un po’ troppe per scrivere una sceneggiatura coerente e fluida: oltre a Maupin e al suo ex Terry Anderson, lo script è firmato anche dal regista Patrick Stettner che per trovare ispirazione ha addirittura simulato un tentativo di suicidio: «L’idea di conquistare amore e simpatia al telefono era la chiave per capire il personaggio di Donna ed era proprio ciò che mi affascinava di lei» spiega Stettner. «Mentre lavoravo alla sceneggiatura, ho chiamato una linea per potenziali suicidi fingendo di avere intenzione di uccidermi. È stata un’esperienza molto preziosa. Sono rimasto immediatamente colpito dall’amore incondizionato che ho ricevuto dall’operatrice che era dall’altro capo del filo. Quella ragazza si interessava a me, mi voleva bene, mi diceva che valevo e che ero una brava persona. Si è immediatamente creato un rapporto molto intimo tra due perfetti estranei al punto che ho cominciato a sentirmi a disagio, le ho detto che mi sentivo già meglio e ho riagganciato».

Che cosa salviamo di questo debole film? Oltre a un cast sicuramente non di sprovveduti (ma Robin Williams non azzecca un film ormai da anni e si sta antipaticamente abituando a un basso profilo da carattere costantemente ‘bastonato’) ciò che ci ha impressionato di più sono i bei titoli di testa caleidoscopici: un po’ poco, onestamente.

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