Venezia: Queer Lion a “Philomena”, appassiona “Eastern Boys”

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Il commovente dramma di Stephen Frears vince all'unanimità il leoncino gay. Ben sceneggiato Eastern Boys, intelligente drama-thriller sui prostituti dell'est che lavorano nella parigina Gare du Nord.

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È il grande favorito nella corsa al Leone d’Oro – l’agenzia di scommesse Stanleybet lo quota a uno su 5.5 – e intanto il commovente “Philomena” di Stephen Frears si aggiudica il Queer Lion, inserito in extremis nell’elenco perché inizialmente pareva che la tematica lgbt non fosse significativa. La giuria composta da Angelo Acerbi, Daniel N. Casagrande e Marco Busato ha assegnato all’unanimità il premio “per aver saputo dare il giusto e rilevante peso a temi quali omosessualità, Aids ed omofobia in un’opera incentrata sulla dolorosa vicenda della ricerca di un figlio durata mezzo secolo, e per aver sottolineato, con leggerezza ed ironia, l’immediata ed amorevole accettazione da parte di un’umile donna di convinta fede cattolica, degli importanti e fondamentali aspetti dell’identità sessuale e dei relativi affetti familiari di un figlio appena ‘ritrovato’”. “Philomena” ha anche vinto il premio Signis dell’omonima associazione cattolica mondiale che si occupa di comunicazione.

Nel frattempo si è rivelato una bella sorpresa “Eastern Boys” di Robin Campillo, intelligente dramma sentimentale che vira in thriller psicologico, presentato nella sezione “Orizzonti” e visibile contemporaneamente da qualsiasi pc, in streaming online, nella Sala Web da 500 posti a quattro euro. Francese di origini marocchine, Robin Campillo è alla sua seconda regia dopo l’insolito horror filosofico “Les revenants”, fa anche il montatore ma è soprattutto uno sceneggiatore di razza, storico collaboratore di Cantet (ha cofirmato lo script della Palma d’Oro “La classe”), e questo appassionante film lo dimostra.

Siamo alla Gare du Nord, nel decimo arrondissement parigino, una delle più trafficate del mondo, dove stazionano gruppetti di ragazzi dell’est, spesso minorenni, che si prostituiscono a tutte le ore. Un distinto cinquantenne, Daniel (Olivier Rabourdin, uno dei monaci dell’intenso “Uomini di Dio”, dolente e bravissimo), adocchia il bel Marek (l’attore televisivo estone Kyrill Emelyanov, magnetico) e gli si avvicina: “Che cosa vuoi? Io faccio tutto”.

Ma commette l’imprudenza di dargli l’indirizzo di casa sua dove fissa un appuntamento per il giorno dopo e si ritrova una gang formata da una decina di giovani rapinatori, capeggiata da un boss finto angelico con occhi azzurri (Danil Vorobyev, perfettamente luciferino), che gli svuota letteralmente l’elegante appartamento. Per lo shock, la paura di ritorsioni e probabilmente anche per il terrore di perdere per sempre Marek, il dimesso Daniel non li denuncia e riarreda l’appartamento. Poi Marek ricompare: sarà amore. Ma il ceceno è in ostaggio del pericoloso boss che tiene in custodia il suo passaporto…

Diviso in quattro capitoli dai titoli evocativi (“Sua maestà la strada”, “Questa festa di cui sono l’ostaggio”, “Ciò che si fabbrica insieme” e “Halt Hotel, segrete e dragoni”), “Eastern Boys” è un intrigante dramma sentimentale che evolve in un vero e proprio thriller con prefinale action, teso ed emozionante. L’originalità sta soprattutto nel rappresentare con ammirevole verosimiglianza lo sviluppo della storia amorosa tra Daniel e Marek che potremmo definire all’insegna di una sorta di ‘genderismo sentimentale’: da erotica e pulsionale si trasforma in un rapporto quasi protettivo e paterno che a un certo punto esclude il sesso.

“Ho conosciuto un uomo che aveva adottato il suo ex amante e il sesso era impossibile, era diventato un rapporto tra padre e figlio – ha raccontato il regista in conferenza stampa -. Foucault aveva proposto un vincolo giuridico di adozione per le coppie gay. Le persone cambiano, non solo i loro rapporti. Ho detto a Olivier di ispirarsi a Peter Pan, come se volesse fuggire dalla vecchiaia. Daniel è un personaggio acerbo, assorbe la gioventù degli altri. In Francia c’è una migrazione illegale fortissima. I ragazzi della Gare du Nord sono soprattutto moldavi”. “La caratteristica saliente del personaggio – ha spiegato Rabourdin – è che si trova in continuo movimento come la società francese. Il rapporto con Marek da dittatoriale diventa prima di protezione e tutela, poi quasi paterno. Abbiamo preparato il film accuratamente ma c’è stata anche molta improvvisazione. Quello che mi ha colpito è stato mostrare come non fosse facile accedere a questi corpi nonostante il denaro. Qual era la natura del desiderio di Daniel nei confronti di questi ragazzi della Gare du Nord? In alcune scene lo spettatore percepisce qualcosa di violento, la nudità maschile che ancora shocka. Ma in realtà sono scene tecniche per un attore. Per Kyrill, comunque, c’è voluto molto più coraggio che per me: arriva da un Paese omofobo”.

A livello di scrittura (estremamente interessante a differenza della regia più funzionale), si incentra il discorso sul rapporto dinamico tra corpo e spazio: Daniel, inizialmente ‘corpo morto’ come gli oggetti di casa sua, la cui sottrazione rappresenta col progredire della vicenda una sorta di liberazione da una mancanza di vitalità che lo circondava, scopre il piacere di esistere rinascendo fisicamente e nell’animo grazie all’amore di Marek: le belle e realistiche scene d’intimità, seppur oculatamente pudiche, sono progressivi disvelamenti di due corpi pulsanti desiderio che riacquistano energia vitale e diventano veicoli per una necessaria fiducia reciproca (‘confiance’ è una delle prime parole che Marek vuole imparare dopo quelle necessarie per il suo lavoro di prostituto). Ma il corpo condiviso di Marek rischia di ritornare mero ‘oggetto’ immoto quando si ritrova proprio in mezzo alla refurtiva, trattato come pura merce di scambio.

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