Yes, We Fuck: il sesso senza barriere vince il Fish & Chips di Torino

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Menzione speciale alla commedia Schnick Schnack Schnuck di M. Brochhaus. Pubblico al top.

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È stato un grande successo, il primo Fish & Chips Film Festival di Torino diretto da Chiara Pellegrini, conclusosi ieri sera con sold out (il terzo) al Cinema Massimo, letteralmente invaso da ben 1500 spettatori in quattro giorni per assistere a proiezioni, dibattiti ed altri eventi sul tema dell’erotismo e affini.

La giuria composta dalla produttrice Alice Buttafava, da Giuseppe Procino, direttore dell’Etranger Film Festival, e dal sottoscritto ha premiato con un assegno di mille euro e una stampa di Massimo Sirelli l’intenso documentario Yes, We Fuck degli spagnoli Raul de la Morena e Antonio Centeno sulla sessualità di persone con varie disabilità “per aver mostrato con coraggio e sensibilità, senza cadere nel sentimentalismo né nel ricattatorio, che la sessualità è un diritto che non deve avere barriere”.

Un’emozionante ora di passioni e sesso di cui non si sa nulla o di cui non si vuole parlare, come se le persone con diversità funzionali creassero solo disagio o imbarazzo e in cui viene evidenziata la complessità dell’impegno dei cosiddetti ‘love givers’: “Non si tratta di prostituzione – ha chiarito il web designer e social media manager Maximiliano Ulivieri al dibattito Sesso & Disabilitàed è l’obiettivo finale del nostro lavoro (n.d.r.: in Italia non sono legali). Io stesso ho provato la ‘perdita della mia intimità’ ma con un’escort: niente di eccitante. Io sono sposato e mi sono occupato di turismo accessibile. Il sesso è vitale, è energia. Due anni fa abbiamo creato il Comitato per l’Assistenza Sessuale”. “Le persone con disabilità possono vivere una vita sessuale soddisfacente” ha ribadito il sociologo e sessuologo Alessandro La Noce.

Una menzione speciale è andata alla spigliata commedia tedesca Schnick Schnack Schnuck di Maike Brochhaus “per la regia inventiva che trasforma un gioco infantile in un’esperienza collettiva di sperimentazione sessuale, evidenziandone naturalezza e forza vitale”. La regista ha inviato un video agli organizzatori, mostrato agli spettatori dopo la premiazione, in cui ringrazia insieme al compagno mostrando un bel pancione intorno agli otti mesi! Tra i corti – 500 euro il premio – è emerso un altro prodotto spagnolo, Malas Vibraciones di Fulvia Santos e David Perez Sañudo per “l’eccellente prova attoriale, unita alla peculiarità della tematica affrontata e a un buon livello di regia che ne fanno un cortometraggio gustoso, arguto e perfettamente godibile”.

È stato segnalato dalla giuria (Francesca Puopolo, Elisa Sevino e Donato Sansone) anche il francese Oh, I Lost My Legs! di Benjamin Travade “per aver comunicato una tensione erotica esponenziale, attraverso una mise en scène semplice e lineare, con un buon livello stilistico nella costruzione narrativa, creando una facile ma non scontata empatia”.

È stato interessante tastare il polso di una cinematografia emergente, quella del cinema erotico senza tabù aderente ai codici porno, di cui si possono evidenziare alcune caratteristiche: soprattutto tra i giovani, un’idea di sesso soprattutto ludico e pulsionale, scisso da qualsiasi aura di sacralità e raramente a finalità riproduttiva; una diffusa solitudine domestica – quasi mai si vede gente che lavora nei film proposti – in cui il sesso è una sorta di collante aggregativo in un mondo iperconnesso ma inesorabilmente solipsistico (le ammucchiate sembrano ritrovi di amici annoiati, come nell’infantile Queen Bee Empire di Samuel Shanahoy); una diffusa fluidità gender di ruoli e orientamenti sessuali (nel succitato film canadese è persino difficile distinguere gay, trans ed etero, sessi reali e posticci); molta ritualità, ossessiva e claustrofobica (nell’intrigante The Pleasure of Rope scopriamo l’antica arte giapponese del Kinbaku, tutta corda, nodi e precise sospensioni geometiche; è stato realizzato in quattro anni dal simpatico regista londinese Bob Bentley che ci ha spiegato come questa pratica sia praticata anche su uomini: tra i locali dedicati nella capitale britannica c’è il Bound. Uscirà a breve un’extended version).

Nel mortifero e glaciale Prison System 4614 di Jan Soldat che ha sfiorato una menzione speciale (ci sono volute tre ore di camera di consiglio, si è arrivati al voto a maggioranza) si rifà Das Experiment in chiave gay, con un carcere dove vengono reclusi volontariamente uomini a cui è praticato bondage e varie pratiche sadomaso. Soli piani fissi, un calco dello stile algido di Ulrich Seidl, disagio cimiteriale che resta imprigionato in un dispositivo già visto incapace di andare al di là del microcosmo chiuso de La Cantina di Thomas Bernhard ma in versione queer. Anche nel dimenticabile australiano Love Hard il BDSM è protagonista, con cinque storie di appassionati del genere, fra desiderio di dominazione e provocazione sensoriale vagamente sadiana.

Lo scavo nel passato e nella storia dell’erotismo è minimo: nel caotico agglomerato di cortometraggi Hanky Code si parla del codice queer della bandana colorata a seconda dei ruoli sessuali (ma alcune tessere del mosaico vanno pure fuori tema) e nel convenzionale Peter De Rome di Ethan Reid, questo pioniere del cinema gay, anche scrittore e fotografo, impiegato negli uffici commerciali della Paramount, deceduto due anni fa, racconta la sua carriera, dagli albori in cui il porno gay era pura trasgressione girata in Super8 – si vedono omosessuali che marciano come nazi alieni con un braccio alzato – alla conversione contemporanea di un attore porno muscoloso che abbandona la professione “perché fa male allo spirito”.

Molta omosessualità, declinata in varie forme: nel film più vitale della competizione, il premiato Schnick Schnack Schnuck – è il gioco del Sasso-Foglia-Forbice – il sesso omosessuale diventa suggello di una profonda amicizia, oltre che di amore, e l’esplosione di desiderio collettivo finale è una delle più belle scene di gruppo viste ultimamente; nel didascalico Folsom Forever di Mike Skiff si descrive la più grande parata fetish al mondo, la Folsom Street Fair di San Francisco, in cui si raccolgono anche fondi per la lotta all’AIDS. Il collettivo tedesco Pretty Vacant Boys in A.K.A. Fuck racconta sfizi e vicissitudini di tre attori porno gay, ma non resta impresso.

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