Yves Saint Laurent, genio inquieto tra le pieghe di un grande amore

Raffinato e malinconico il biodrama di Jalil Lespert sul grande stilista francese. Pierre Niney fa sua l’anima di Saint Laurent, Gallienne funziona meno come Bergé. Peccato per il finale sbrigativo.

«Ci amavamo, abbiamo cercato di unire le nostre esistenze e, a sorpresa, ciò ha funzionato per cinquant’anni». Così scriveva il 7 gennaio di cinque anni fa Pierre Bergé, eterno amore di Yves Saint Laurent, genio titanico della moda francese, nelle strazianti lettere scritte dopo la morte di quest’ultimo per cancro al cervello il primo giugno del 2008 e raccolte tre anni fa da Gallimard nelle essenziali Lettres à Yves. Toccanti invocazioni amorose che si sentono in voce off anche nel raffinato e malinconico biodrama Yves Saint Laurent di Jalil Lespert al suo terzo film da regista ma che ricordiamo soprattutto come attore per la sua arcana bellezza nel poliziesco gay L’ennemi naturel di Pierre Erwan Guillaume.

La narrazione si concentra su alcuni momenti cardine nella carriera di Yves Saint Laurent: nel 1957, a soli ventun’anni, l’introverso stilista nato ad Orano, in Algeria, prende in mani le sorti della maison di haute couture Dior, orfana del suo stimato patron, e ne rivoluziona l’appeal con idee innovative e streganti. Durante il primo, trionfale défilé conosce Pierre Bergé, amore della sua vita e partner anche in affari, col quale vivrà mezzo secolo. Tre anni dopo recide il contratto con Dior per fondare proprio con Bergé la propria società Yves Saint Laurent, diventata in breve tempo una delle più potenti e influenti case di moda del mondo.

Lespert evita abilmente ogni sospetto di agiografia – che invece traspariva in filigrana nel documentario del 2010 L’amour fou di Pierre Thoretton – mettendo in evidenza soprattutto i demoni interiori e le insicurezze di Saint Laurent: ansioso, nevrotico, affetto da crisi maniaco-depressive per le quali fu ricoverato, abusò di droga e alcol soprattutto nella seconda parte della sua vita. Lo interpreta con ammirevole sforzo mimetico il delicato Pierre Niney della Comédie Française dopo un lungo lavoro preparatorio per riprodurre con precisione certosina il tono della voce, il modo di camminare, le movenze gestuali. Sembra di vedere il vero Saint-Laurent mentre viene fotografato completamente nudo nel celebre scatto di Sieff nel 1971 oppure è colto da folgore di slancio creativo nell’ideazione di abiti che riproducono le geometriche e colorate opere di Mondrian. Ci sembra funzionare meno, perché ha un aplomb meno carismatico, il pur bravo Guillaume Gallienne nel ruolo del rassicurante Pierre Bergé, amministratore della maison YSL (che infatti ha apprezzato in maniera particolare Niney) perché non solo non assomiglia minimamente a Bergé ma ogni volta che lo si osserva non si può non pensare alla sua comica interpretazione in ‘Tutto sua madre’. Sono invece quasi identiche alle originali le due storiche muse di Saint Laurent, la hippie dal sangue blu Loulou de la Falaise (Laura Smet) e la virago bionda Betty Catroux (Marie de Villepin) di cui si evidenziano le passioni saffiche.

Il regista ha il coraggio, evitando ogni timore reverenziale, di mostrare il lato oscuro del binomio inscindibile Saint Laurent-Bergé, la loro travolgente relazione passionale ma non esclusiva. Sono ben raccontati, senza morbosità, i rispettivi tradimenti che portarono a una forte instabilità sentimentale ma mai alla fine dell’amore: Pierre con la modella preferita di Saint-Laurent, l’irrequieta Victoire Doutreleau, incarnata da Charlotte Le Bon, seguita da splendidi ragazzi berberi; Yves con ragazzotti dragati sul lungo Senna per i quali finì pure in guardiola sorpreso in una retata della polizia. Jespert è solo eccessivamente pudico in una delle scene più forti, quando, dopo l’ennesimo sballo festaiolo nella loro splendida proprietà arabescata dei Giardini di Majorelle a Marrakesh, Saint-Laurent sorprende Bergé addormentato nel letto con un avvenente ragazzo marocchino che ignora e si getta su Pierre ma la scena s’interrompe bruscamente quando l’amante ambrato si sveglia e non si capisce se costui viene coinvolto o meno nella baruffa sensuale. «Amo l’omosessualità – spiega Bergé nelle lettere à Yves – perché ai miei occhi l’omosessuale si cerca nell’altro, affronta se stesso, e talvolta si trova».

Ti suggeriamo anche  “Cary Grant era bisex”: il documentario presentato al Cinema Ritrovato di Bologna

Ma il personaggio chiave di queste turbolenze erotiche è il dandy baffuto Jacques de Bascher (Xavier Lafitte) con cui Yves ebbe una storia sentimentale che arrivò a un passo dal farlo separare da Pierre e coinvolse tutto il gotha modaiolo gay dell’epoca: pare che Karl Lagerfeld non fosse presente al funerale di Saint-Laurent proprio per rivalità amorosa, in quanto si diceva che anche Lagerfeld fosse amante del conteso de Bascher, morto poi di Aids nel 1989 (lo stilista tedesco ha sempre smentito dicendo: «Non sono mai stato con lui, sennò sarei deceduto per Hiv»). Fu proprio de Bascher a coinvolgere Saint-Laurent nelle notte selvagge dei sex club parigini, per le quali lo stilista fuggiva dal faraonico attico di rue de Babylone doveva viveva con Bergé che sopportava sconfortato: nel film si intravede poco più di uno scorcio di Saint-Laurent strafatto di droga durante una seduta di sado-bondage. A differenza di L’amour fou, si accenna solamente alla monumentale asta di cinque anni fa da Christie’s in cui furono battute le 700 e più opere d’arte della loro celebre collezione privata.

Se volete approfondire l’universo creativo di Yves Saint Laurent, vi consigliamo il corposo libro fotografico Yves Saint Laurent – 5, avenue Marceau di David Teboul edito da La Martinière, in cui sono riprodotti fotogrammi dell’omonimo doc dell’autore risalente al 2002, lettere originali, scatti rubati nel cuore operativo della maison. La prefazione è firmata da Pierre Bergé che ricorda: «All’inizio c’è lo schizzo. È il nostro verbo. È lui che guida, che resta il referente».

Ti suggeriamo anche  Mulan, tagliato il bisessuale Li Shang dal live-action Disney?

È la quinta volta che il grande artista diventa soggetto di un lungometraggio ed è già pronto il sesto che si intitola semplicemente Saint Laurent, è diretto dal mai banale Bertrand Bonello (Saint Laurent sarà Gaspard Ulliel, mentre Bergé verrà incarnato da Jérémie Renier) e la sua uscita, prevista in Francia per maggio, è stata rimandata ad ottobre perché probabilmente sarà presentato in anteprima al Festival di Cannes.

Yves Saint Laurent è ben più di una omaggiante carezza di velluto, è impeccabile a livello formale, non è pedantemente celebrativo, è assai accurato nella riproduzione degli splendidi abiti anche se ha il difetto di essere troppo sbrigativo nel finale accelerato. Non ha ancora una data di distribuzione italiana, quindi speriamo di vederlo nei festival gay primaverili.