Ze Festival, ritmi ‘musicamp’ nell’accogliente cinerassegna nizzarda

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Al cinema Mercury di Nizza l’ottava edizione dell’interessante minifestival lgbt.

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Nizza è l’unica città al mondo che può vantare due cinefestival gay distinti e indipendenti: in primavera si svolge il più corposo e istituzionale In & Out mentre è in corso d’opera, dal 24 settembre al 18 ottobre, l’itinerante Ze Festival (sarebbe ‘The Festival’ letto alla francese) organizzato dalla proteiforme associazione lgbt Polychromes. Nel capoluogo provenzale si è appena svolta al cinema Mercury la prima tranche della cinerassegna (24/9 – 27/9) che proseguirà con un’appendice da venerdì 2 ottobre a domenica 4. Da giovedì 15 ottobre a domenica 18 sarà invece proposto al cinema Variétés di Marsiglia, con escursioni a Seillans – martedì 13 ottobre – e il giorno seguente a Tolone. Si percepisce una splendida atmosfera accogliente e conviviale al Ze Festival, da ritrovo tra amici cinefili desiderosi di curiosare senza spocchia tra le nuove produzioni queer internazionali. Gli organizzatori hanno proposto per l’ottava edizione una selezione variegata che è servita a monitorare lo stato di salute del cinema lgbt contemporaneo e in cui abbiamo scovato alcune chicche che rientrano nella categoria citata nell’introduzione da Thomas Cepitelli, presidente di Polychromes: “pepite, tesori, regali che, speriamo, sapranno farvi sorridere, ridere, piangere, riflettere… Insomma, vivere!”.

La musica – liberatoria, collettiva, un po’ folle – è stato uno dei trend di quest’anno, a partire daldignitoso Waiting in the wings di Jenn Page scelto per l’apertura, un buffo musical underground che ha un elemento piuttosto originale, cioè affiancare l’hunk dance da spogliarello hot alla Magic Mike o Chippendales alla commedia Off Broadway, con ironia e un certo ritmo nonostante le evidenti ristrettezze di budget. L’espediente narrativo è tipico della commedia degli equivoci: un ragazzo gay del Montana un po’ naif, Anthony (Jeffrey A. Johns, sempre sorridente, una montagna di energia), sogna di recitare a Broadway in un musical scintillante e deve essere tenuto a bada quando si scatena in vocalizzi nel coro della parrocchia. Giunto a New York, viene selezionato per un’audizione proprio a Broadway ma la sua scheda viene però scambiata con quella di un aspirante spogliarellista , Tony (Adam Huss) e così si ritrova, gracile e intimorito, a fianco di colossi in perizoma che preparano lo strip show alle dipendenze di una monumentale drag di colore. Senza grandi pretese, è puro entertainment che ispira una certa simpatia. Gustosi camei di Christopher Atkins (ve lo ricordate? Era l’angelico biondo di Laguna Blu, ora ha 54 anni, regge) e del premio Oscar Shirley Jones, indimenticata diva di Oklahoma! (81 primavere).

Anche nell’anarchica e punkeggiante scheggia impazzita svedese Dyke Hard di Bitte Andersson, uno dei più deliranti ufo queer degli ultimi tempi, la musica è il cuore pulsante della narrazione: siamo negli anni Ottanta e il gruppo lesbico hard rock che dà il nome al film intraprende un avventuroso viaggio tra carceri violenti alla Orange is the new Black e case isolate infestate da fantasmi allupati per poter partecipare a un concorso musicale riservato alle band. Estetica acid-fluo low-budget e citazionismo esibito (c’è pure un secondino gay che s’innamora, ricambiato, di Hannibal Lecter!) per un omaggio vagamente watersiano al cinema di serie Z declinato in chiave gender.

Analizzando gli altri titoli presentati, è riscontrabile una pressoché totale assenza di tematiche politiche: sembra che i registi di cinema lgbt preferiscano ripiegare su piccole storie private di disagio e non accettazione (anche di sé stessi), tendenza che anche i Cahiers du Cinéma segnalano nel cinema generalista francese. Così emergono bei personaggi complessi e contraddittori, come la fascinosa bisessuale iraniana Shirin trapiantata a Brooklyn nel diseguale Appropriate Behaviour, interpretata dalla regista Desiree Akhavan: ragazza inquieta della parti di Frances Ha, vagheggiante tra una relazione complicata con una donna e tentazioni di triangoli bisex, ha momenti ispirati (strepitose le lezioni di cinema ai bimbetti) e un’atmosfera malinconica dal retrogusto alleniano. Ma la sceneggiatura non è molto strutturata, stesso problema dell’americano Naz and Maalik di Jay Dockendorf, presentato in anteprima europea, in cui due giovani amanti di colore musulmani vengono presi di mira da una sospettosa agente dell’FBI e soffrono per la doppia discriminazione omofoba e razziale.

Resta invece impressa nella memoria la magnifica e dolente transessuale Elena (Daniela Vega) nel legnoso dramma cileno La visita di Mauricio Lopez Fernandez in cui interpreta la figlia che torna in una villa isolata per il funerale del padre militare, scatenando scandalo soffocato in un’ovattata atmosfera luttuosa perché i parenti si aspettavano il ritorno del figlio maschio. A soffrire in maniera particolare è la madre profondamente cattolica ma il film lancia un messaggio di speranza d’accettazione famigliare, e sarà lei stessa a consigliare alla figlia una gonna e non un castigato pantalone per partecipare al funerale. L’attrice è realmente trans, bravissima, e rappresenta la risposta cilena alla polemica statunitense sui ruoli assegnati a cisgender nella new wave cinetrans.

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