ZODIAC, IL SERIAL KILLER OMOFOBO

Il robusto giallo di Fincher ricostruisce la vicenda di un serial killer di San Francisco mentre Wong Kar-Wai non convince. Abbondano forti amicizie femminili con sottotesto lesbico.

Si entra nel vivo del concorso col coinvolgente ‘Zodiac’, un robusto thriller di David Fincher su un assassino seriale che uccise 5 persone tra il ’68 e il ’69 – ma lui si attribuì una trentina di omicidi – e non fu mai catturato. Zodiac divenne famoso anche per varie lettere ai giornali con annessi crittogrammi. Col tempo divenne una vera celebrità mediatica che spiazzò continuamente la polizia con telefonate in diretta televisiva e minacce di strage in scuolabus colmi di alunni. Nel film si vede persino un travestito mitomane che sostiene di avere preziose informazioni su di lui. Un giornalista del San Francisco Chronicle, Paul Avery, forse gay (Robert Downey Jr, bravissimo nel rendere credibile la discesa agli inferi del suo personaggio), fu perseguitato dal serial killer con minacce personali ed ebbe vita e carriera rovinate perché

aveva scritto in un articolo che Zodiac era un omosessuale che non si accettava. Anche per un fumettista dello stesso giornale, Robert Graysmith (Jake Gyllenhaal, perfetto), Zodiac divenne un’ossessione: scrisse persino due libri. «Sicuramente ‘Brokeback Mountain’ mi ha aiutato per la carriera» spiega Gyllenhaal «ma ho scelto questo film perché il progetto e il libro sono straordinari. David (Fincher, n.d.r.) mi ha detto che all’inizio del film sarei stato una comparsa e poi il personaggio principale. Mi ha sostenuto molto. È stato un film abbastanza lungo da girare, bisognava curare i dettagli e alla fine eravamo tutti stanchi».

Delude, invece, il film di apertura ‘My Blueberry Nights’ di Wong Kar-Wai, primo film in lingua inglese del grande regista di ‘In The Mood of Love’ e del gay ‘Happy Together’: Jude Law, piglio sbarazzino e occhio furbetto. Nora Jones, carina ma poco sciolta.lo stile è sofisticato come sempre, ma questo road movie sentimentale è un po’ statico, scollato e caramelloso: la cameriera Catherine, abbandonata dal fidanzato per un’altra dopo cinque anni di fidanzamento, inizia un viaggio per gli States dove conosce il gestore di un bar russo, Jeremy (Jude Law) che le prepara la torta al mirtillo del titolo, poi un poliziotto alcolizzato separato dalla moglie, Arnie (David Strathairn, strepitoso), e infine un’inquieta giocatrice di poker, Leslie (Natalie Portman). Diviso in vari capitoli sostanzialmente slegati, uno per incontro e città (New York, Memphis, Las Vegas, New York: la zuccherosa storia con Jeremy incornicia il film), ha un leggero sottotesto lesbico nell’episodio con

Leslie, ribelle mascolina che detesta gli uomini e dorme nello stesso letto di Elizabeth. Curiosità: abbiamo incrociato l’affascinante Jude Law tra il photocall e la conferenza stampa: piglio sbarazzino, occhio furbetto, bellissimo. La sua comprimaria Nora Jones era invece un po’ a disagio, tesa: carina, ma poco sciolta. Dopotutto di mestiere fa la cantante e non l’attrice.

Si parla già con pruderie di intriganti atmosfere saffiche nell’opera prima di Céline Sciamma, ‘Naissance des Pieuvres’ (‘Nascita delle piovre’), sui turbamenti sessuali di tre quindicenni appassionate di nuoto. Un’altra forte amicizia femminile è alla base del secondo e più applaudito film in concorso, lo scabro dramma rumeno ‘4 luni, 3 saptamini si 2 zile’ (‘4 mesi, 3 settimane e 2 giorni’) di Cristian Mungiu, in cui una studentessa incinta convince un’amica ad aiutarla a cercare chi potrebbe farla abortire clandestinamente. Il losco figuro chiede

però di essere pagato in natura e l’amica si sacrifica pur essendo fidanzata. Anche qui lo stile è più interessante della semplice storia raccontata: lunghi piani sequenza gestiti molto bene, uso massiccio del grandangolo, una fotografia poco contrastata che evidenzia lo squallore del contesto. Coinvolgente, ben recitato ma nulla di eccezionale.

di Roberto Schinardi – da Cannes