ADOLESCENTI GAY IERI E OGGI

Intervista esclusiva a Piergiorgio Paterlini: il suo libro-testimonianza "Ragazzi che amano ragazzi" compie 10 anni e giunge alla 7° ristampa e continua a essere presentato in giro per l’Italia.

"Ragazzi che amano ragazzi" il libro-inchiesta del giornalista Piergiorgio Paterlini (clicca qui per maggiori informazioni) è giunto oramai alla settima ristampa, e sembra proprio che ce ne sia ancora molto bisogno. A undici anni dalla sua prima edizione continua ad essere presentato in giro per l’Italia destando sempre nuovo e maggiore interesse.

Arcigay ha invitato Paterlini (foto) a parlarne sabato 23 a Grosseto, presso la Camera di Commercio, e domenica 24 a Siena, presso la sede dell’Arci. L’autore, certo, è soddisfatto, anche se non nasconde di sognare il giorno in cui questa inchiesta non sarà che la testimonianza di un passato di indifferenza ed emarginazione che la realtà avrà dimenticato.

Piergiorgio, ma allora, questi 500.000 ragazzi scomparsi, dopo 10 anni possiamo dire che si sono ritrovati?

Posso dirti che girando l’Italia mi sono accorto che molti sono emersi. Per farti un esempio… io ho impiegato due anni allora a trovare 30 adolescenti disposti a parlare della propria condizione di omosessuali, adesso probabilmente basterebbero due ore… Oggi è tutto molto cambiato, anche se continua a colpirmi molto come ci siano ancora cosi’ tanti ragazzi che continuano a scrivermi, descrivendomi la loro solitudine e la convinzione di essere i soli e gli unici sulla terra, quando, anche solo in televisione, le possibilità di visibilità del mondo gay, soprattutto dopo il World Gay Pride di Roma 2000, sono di molto accresciute. Credo sinceramente che si sia allargata la forbice tra coloro che vivono l’omosessualità serenamente, che sono visibili e, magari già a diciassette anni, presentano il fidanzato ai genitori, e coloro che invece non osano accettare la loro identità e la vivono come una malattia o un peccato.

Come e quando è nata l’idea di questo libro?

Il libro è nato da un moto di stupore, o forse più da una incazzatura: a metà degli anni ottanta, quando erano già 15 anni che si era cominciato a trattare la questione gay, ancora non si aveva il coraggio di parlare di adolescenti omosessuali, quasi come se non esistessero, che gli adolescenti fossero tutti etero, o se ne parlava sempre in riferimento alla prostituzione, la normalità dell’adolescenza spaventava allora e spaventa ancora oggi, i giornalisti parlavano solo di ragazzi omosessuali che si uccidevano, come se di vivi non ve ne fossero. Per questo ho voluto provare a raccontare la realtà, quella di cui nessuno parlava. Doveva esserci. Questo libro è una "fotografia". E doveva arrivare a rompere quella distrazione e quell’omertà, a mio parere, più pericolose del vero razzismo. Questo libro obbliga chi lo legge perlomeno a riconoscere l’esistenza del fenomeno, a prenderlo in considerazione, perché questi ragazzi vengono cancellati, in un modo molto più profondo dell’avversione esplicita. Questo non è un libro militante. Non dice cosa bisogna fare. Dice che i ragazzi omosessuali esistono e come sono le loro esistenze. I semplici, crudi, racconti di vita sfatano da soli pregiudizi e tabù. Sono sicuro che c’è almeno un 50% della popolazione che non è omofobo. E che allora facciano la loro parte! Lo dicano esplicitamente. Non è giusto lasciare tutto il peso della lotta al pregiudizio e alle discriminazioni sulle spalle dei gay, per giunta giovani. E’ giusto che gli eterosessuali non razzisti trovino il modo per prendere posizione.

E’ così difficile immaginare, ad esempio, che un insegnante dica per primo ai propri studenti che lui (o lei) danno per scontato che in classe ci siano ragazzi o ragazze omosessuali, e che questo è normale, e ne terranno conto, nel rispetto di tutti? Sarebbe un gesto semplicissimo, ma che avrebbe la forza di cambiare il mondo. Un gesto, oltretutto, di semplice buon senso, buona educazione. Non ancora un gesto di civiltà. Un gesto che viene molto prima della "civiltà" e dell’impegno, che dunque è giusto pretendere. Sembra invece siamo lontanissimi da una scena del genere che – ripeto – risparmierebbe anni di sofferenze e tormenti inutili, stupidi, ingiusti a migliaia di ragazzi e ragazze.

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In quanto tempo, e come, sei riuscito a concludere il libro?

In 2 anni di inchiesta giornalistica, di quelle come oggi non se ne fanno più. Girando l’Italia in lungo e in largo. Ed ascoltando quello che questi ragazzi avevano da dire. Tutto senza fare violenza a nessuno. Senza forzare le persone a raccontarsi. E’ stata la strada più lunga. Perché ho dovuto aspettare che il passo fossero loro a farlo. Che fossero loro a cercarmi dopo che io avevo lasciato detto e scritto in giro il mio progetto. Ma alla fine è stata la scelta più rispettosa e la più appagante.

Perché questo libro è un "evergreen", anzi, più passa il tempo e più aumenta la richiesta di copie?

Sinceramente speravo che invecchiasse più velocemente… J Arriverà il momento in cui verrà considerato come testimonianza di un’epoca passata, ma oggi rappresenta ancora un forte punto di riferimento e un racconto nel quale tanti si rispecchiano. Allo stesso tempo è come se accelerasse il cammino verso la presa di coscienza di un realtà ancora sommersa. Un effetto che non avevo preventivato è stato quello di aver colpito, oltre ai ragazzi in una condizione simile a quelle descritte nel libro, anche coloro che invece non avevano troppi problemi a parlarne in famiglia già giovanissimi. In questi ho notato che c’è stato quasi un momento di rabbia e d’indignazione. Il mio libro ha spinto tanti ad adoperarsi attivamente perché non fosse più cosi, perché questo libro sia solo la traccia di un tempo che non è più. Devo aggiungere una cosa: il libro oggi è vivo due volte, e la sua seconda vita la deve a Internet. Sul magazine Terence un’intera sezione è dedicata proprio a "Ragazzi che amano ragazzi", nel senso che lì abbiamo pubblicato e continuiamo a pubblicare con continuità le storie che mi arrivano dagli adolescenti di oggi.

Tante storie ma una sola storia, non trovi?

Sì, anche se il libro racconta le mille sfaccettature di un fenomeno, forse la linea che unisce tutti i racconti, dando l’impressione dell’unità, è proprio l’adolescenza e le problematiche ad essa connesse, anche tanti ragazzi eterosessuali leggendo il libro hanno provato questa sensazione di immedesimazione, come se parlassi in qualche modo anche di loro, probabilmente proprio perché c’è molta solitudine nel libro ed è molto presente la ricerca della propria identità.

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Alle tue prossime conferenze di Grosseto e Siena parteciperà anche Mila Banchi, una rappresentante toscana dell’Agedo, l’associazione dei genitori di ragazzi omosessuali… Se è vero che ancora molti giovani omosessuali non trovano la forza per accettarsi e per impegnarsi per una causa che li tocca direttamente, la latitanza dei genitori è ancora più vistosa?

Per i genitori vale il discorso fatto per gli insegnanti e per gli educatori in generale. Ma da loro bisogna aspettarsi qualcosa di più. Loro – più e prima di tutti – hanno il dovere morale, civile, sociale, educativo di prendere seriamente in considerazione la possibilità che il loro figlio/a sia omosessuale, e per questo fare di tutto perché si accetti serenamente e viva la sua eventuale condizione con tranquillità. Oggi dobbiamo chiedere e ottenere che ogni ragazzo gay – che si dichiari o no, e comunque prima che si dichiari pubblicamente – si senta accettato; non solo in famiglia, ma a scuola, nel mondo del lavoro, nei gruppi sportivi, ovunque nella società.

Nessuno può più dare per scontato, tantomeno per "distrazione" o "rimozione" che il proprio figlio, il figlio del vicino di casa, l’allievo o il compagno di scuola… sia eterosessuale: nel 10% almeno dei casi questo è sicuramente non corrispondente alla realtà. Per questo credo che il ruolo dell’Agedo sarà sempre più importante, non solo nel prestare aiuto ai genitori che hanno figli omosessuali, ma nel lavorare su tutti gli altri.

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Di Davide Buzzetti e Giacomo Andrei, [email protected]

di D. Buzzetti e G. Andrei