Alfredo Ormando, il martire che 21 anni fa si diede fuoco davanti San Pietro per i diritti LGBT

Grande poeta e attivista LGBT italiano, pronto a tutto per ottenere uguaglianza.

Spero che capiranno il messaggio che voglio dare: è una forma di protesta contro la Chiesa che demonizza l’omosessualità, demonizzando nel contempo la natura. Perché l’omosessualità è sua figlia“.

Sono queste le parole del poeta e scrittore italiano Alfredo Ormando, che il 13 gennaio 1998 decise di far aprire gli occhi alla società dell’epoca nei confronti dell’omosessualità da parte della Chiesa. E lo fece dandosi fuoco in piazza San Pietro. Alle 7:30 della mattina, appena giunto a Roma, andò davanti la basilica. Qui si cosparse il corpo di benzina. Bastò poi un accendino per farsi avvolgere dalle fiamme. Il tempestivo intervento di due poliziotti e delle guardie svizzere lo salvarono, anche se solo per una decina di giorni. Le gravissime ustioni erano presenti sul 90% del corpo. E dopo atroci sofferenze, il 22 gennaio 1998 si lasciò andare, a soli 39 anni. Il suo gesto venne ripreso dai giornali, articoli che ancora oggi si possono trovare in rete, ma nulla di più.

Chi era Alfredo Ormando?

Alfredo Ormando nacque il 15 dicembre 1958 a San Cataldo, una cittadina della provincia siciliana di Caltanissetta. Dopo essersi dichiarato omosessuale alla famiglia e vivere liberamente se stesso, dovette andarsene di casa. La discriminazione e l’odio che riceveva da parte della famiglia e della società era intollerabile. Dopo due anni come novizio in un seminario francescano, si trasferì nuovamente iniziando a pubblicare i suoi primi libri. Avendo vissuto parte della sua vita in una famiglia povera e poco istruita, riuscì ad ottenere il diploma di scuola media solo a 35 anni.

Stanco di tutta la discriminazione ricevuta solo per il suo orientamento sessuale, decise di suicidarsi. Un segno estremo di protesta, come i monaci tibetani quando denunciavano la Cina della continua repressione nel loro Paese, nei primi anni del 2000.

Alcuni dissero che Alfredo Ormando era già morto prima di quel 13 gennaio di 21 anni fa. Perché incapace di trovare un lavoro e un editore che pubblicasse i suoi testi. Altri dicevano che non poteva sopportare l’indifferenza della società, i continui attacchi da parte della Chiesa anche verso di lui, che era un cattolico osservante. E il ripudio da parte della sua famiglia. Forse è vero. Ma in due lettere, una inviata all’ANSA di Palermo e una che aveva con sé quella mattina a Roma, spiegava le motivazioni del suo gesto, indicando come unica responsabile proprio la Chiesa. “Le gerarchie cattoliche arriveranno a dire che mi tolgo la vita per malattia, o debolezza, e non per urlare loro l’ingiustizia che infliggono agli omosessuali in questo Paese. Ed è per questo che nel mio giubbotto, che ho poggiato per terra, sui lastroni calpestati da migliaia di fedeli, ho lasciato una lettera di denuncia. Almeno le parole di un morto, di un martire, le leggeranno. Bisogna ammazzarsi per farsi sentire” aveva scritto. Denunciando per l’ennesima volta l’ingiustizia che la comunità LGBT doveva affrontare ogni giorno.

La reazione della Chiesa dopo il suicidio

In un comunicato stampa diffuso poco dopo il fatto, il portavoce del Vaticano Ciro Benedettini disse che la scelta di Alfredo Ormando era data dalla difficile situazione familiare, sviando sempre dal tema dell’omosessualità e dalla discriminazione da parte della Santa Sede.

Di Alfredo ci rimangono solo le sue lettere. Il ricordo di chi lo ha conosciuto. In suo onore, ogni 13 gennaio un gruppo di attivisti si ritrova a Roma per commemorarlo, affinché i suoi sforzi non vengano dimenticati. Affinché la sua vita travagliata sia valsa a qualcosa per tutta la comunità LGBT italiana.