L’avanguardia popolare di Jean Paul Gaultier celebrata a Parigi

di

Fino al 3 agosto al Grand Palais la divertente mostra sull’enfant terrible della moda.

CONDIVIDI
Facebook Twitter Google WhatsApp
6397 0

È una rutilante girandola di spassosa creatività, la ricca personale di Jean Paul Gaultier allestita al Grand Palais di Parigi, decima tappa di una mostra itinerante che è germogliata al museo delle Belle Arti di Montréal col titolo The Fashion World of Jean Paul Gaultier – from the Sidewalk to the Catwalk (Il mondo della moda di Jean Paul Gaultier – dal marciapiede alla passerella) per approdare con successo a San Francisco, Madrid, Londra e in Australia, attirando oltre un milione di visitatori.
Ci si diverte e si assiste a un vero e proprio show multimediale percorrendo le varie tappe di una fulgida carriera che ha segnato l’immaginario estetico di un paio di generazioni. Nato ad Arcueil nel 1952, placida cittadina dell’Ile-de-France nella periferia meridionale della Ville Lumière, l’enfant terrible della moda francese dava sfogo alla propria creatività già da bimbetto nel salone di bellezza di nonna Marie, sperimentando il primo reggiseno conico diventato poi iconico grazie a Madonna, realizzato con carta di giornale sul suo adorato orsetto di pelouche Nanà. La visione di un classico di Jacques Becker, il melodramma Falbalas (1944) con Raymond Rouleau e Micheline Presle, sulla preparazione quasi documentaristica di una collezione e il conseguente défilé, lo folgorarono a tal punto che la sua vocazione era già evidente e inderogabile.

Nel giorno del suo diciottesimo compleanno gli fu offerto un posto di assistente nell’atelier di Pierre Cardin e nell’ottobre del 1976, grazie anche al compagno di allora nonché business partner Francis Menuge, presentò la sua prima collezione nel Planétarium del Palais de la Decouverte parigino. Il resto è storia della moda.
Nella sezione The Odyssey si possono esplorare i ‘miti fondativi’ del viaggio creativo di Gaultier tra cui il personaggio ricorrente del marinaio con le sue caratteristiche strisce orizzontali azzurre che risalgono all’abitudine della mamma di vestirlo così: “Vanno su tutto, probabilmente non andranno mai fuori moda – spiega Gaultier in forma di manichino/automa parlante -. Ci sono varie influenze: Coco Chanel, Picasso che le indossò, ma anche Popeye e Tom of Finland. Ma è Querelle (1982), il film di Rainer Werner Fassbinder, che l’ha trasformato nel mio indumento preferito”.
Nella sala Punk Cancan si mette in scena un vero e proprio défilé con manichini rotanti su una passerella automatizzata e altrettanti dummies in platea con le fattezze di esperti del settore, da Franca Sozzani all’adorata musa Inés de la Fressange. Proprio le muse ispiratrici sono un elemento fondamentale nel percorso artistico di Gaultier, e proprio lui fu il primo a dare visibilità a modelli androgini come la transessuale Teri Toye negli anni ’80 e più recentemente il genderissimo Andrej Pejič (e a proposito di genderismo, ricordiamo che Gaultier lanciò nel 1984 la gonna per uomo come capo tecno-virile in stile leather alla Matrix, senza ridicolarizzarne affatto l’immagine).

Ecco quindi la monumentale leader lesbica del gruppo pop dei Gossip, Beth Ditto, per la quale realizzò l’abito da sposa, o l’iconissima Kylie Minogue in video widescreen che si possono ammirare seduti su piccole bighe rotanti firmate proprio da Gaultier. Oppure l’ultima, definitiva musa: l’ineffabile Conchita Wurst che per Gaultier è diventata una ballerina di flamenco quasi santificata, in equilibrio stilistico tra misticheggiante Vergine Nera e vedova crocifissa. “Nessuna come lei ha saputo annullare i confini tra maschile e femminile” dichiarò estasiato il suo stilista-mentore.
Da non sottovalutare è poi l’impatto che l’arte naif-provocatoria di Gaultier ha esercitato sulla Settima Arte: teniamo presente che JPG è stato l’unico couturier invitato in giuria della storia del Festival di Cannes, tre anni fa, e che i suoi innovativi costumi per titoli quali Il quinto elemento e gli almodovariani Kika, La mala educación o La pelle che abito hanno lasciato il segno nell’immaginario camp-fantastico del cinema nel nuovo millennio (si possono ammirare nella sezione Metropolis). Ma la produzione di Gaultier è talmente vasta che spazia dai kimoni per geisha all’arrabbiato neo-punk inglese, dal boudoir seducente alla Belle Epoque più romantica, giocando sempre con l’illusione di nudità o sovrapposizione ipercoprente: colpiscono i sovrabbondanti cappotti-samurai in stile mongolo nella sezione Urban Jungle.

“Si tratta di un couturier umanista – spiega Nathalie Bondiel, direttrice del museo di Beaux-Arts di Montréal in un’intervista per il numero monografico di Connaissance des Arts dedicato a Gaultier -. Consegna un messaggio socialmente impegnato dove chiunque può divertirsi con la moda, dove qualunque canone di bellezza può trovare il suo posto: i casting selvaggi che organizza per i suoi défilés lasciano spazio ai giovani, ai vecchi, alle magre e alle grasse. In un museo dove bisogna mantenere una distanza critica con l’immagine, Gaultier ci permette di abbordare con humor, finezza e gentilezza una società plurale, cosmopolita e coerente”.
Fino al 3 agosto.

Tutti gli articoli su:

Commenta l'articolo...