Battete le ali. Non le mani.

A Roma, tra Teatro India e Pelanda del Macro Testaccio, Short Theatre: una settimana tra teatro, danza, musica e performance per preparare la rivoluzione.

Intrisi di un linguaggio mediatico sempre più identificato con quello televisivo, ci stiamo abituando a credere che il teatro sia una forma d’espressione superata, buona per sfoggiare pellicce impregnate di naftalina. Che molta produzione teatrale italiana sappia di cadavere non lo si può negare; ma basta saper usare il fiuto per trovare degli spazi vitali in cui giovani performer usano tutta la loro energia per scrollarsi di dosso l’addormentamento provocato da chi ci vuole far sembrare accettabili anche le peggiori atrocità. A volte questi giovani si ritrovano intorno a progetti che non sarebbe significativo definire “rassegne” o “festival”; sono manifestazioni che pure godono dell’appoggio di qualche istituzione chissà se lungimirante o solo incosciente e che – udite udite – raccolgono un deciso successo di pubblico. Perché la “ggente” c’ha voglia di questo teatro…

Questo teatro è, ad esempio, quello che si respira allo Short Theatre, anzi, come lo hanno chiamato gli organizzatori AREA 06-Accademia degli Artefatti, allo di Gay.it. Affiancato dall’attrice Rossella Dassu, Masi incarna la trasformazione del desiderio in oggetto di scambio: un processo tipico della pornografia ma anche di molte relazioni affettive, con qualche particolare riferimento alle relazioni gay. 

Trentacinque minuti di silenzi e musica, senza parole appunto, per gli inseguimenti di queste due figure che ora si avvicinano, ora si respingono, tra desiderio e necessità dell’altro. Con una dedica di fondo al bed-in di John Lennon e Yoko Ono (ricordate quando i due artisti accolsero i giornalisti distesi nudi nel loro letto di una camera d’albergo per protestare contro la guerra in Vietnam?): come dire che oggi come allora risolvere i processi mercificanti delle relazioni affettive e del desiderio è l’unico modo per porre fine a una guerra che forse non è più così evidente come allora ma che innegabilmente pervade ogni istante della nostra quotidianità.

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Temi non molto distanti da quelli di un’altra firma d’eccellenza del teatro gay italiano, quei ricci/forte che nell’edizione 2009 della rassegna di teatro omosessuale Garofano verde hanno presentato uno scioccante quanto entusiasmante macadamia nut brittle. Allora si trattava di un’ora e passa impastate di sesso e violenza, di testi intrisi di cultura gay-trash e di disperate ricerche interiori, capaci di mettere a nudo – nel vero senso della parola – l’inganno che si cela dietro ciò che ci raccontiamo quando non riusciamo ad ottenere ciò che desideriamo. 

Ora, allo SHO®T presentano Pinter’s anatomy una coproduzione col CSS di Udine che ha debuttato a dicembre dell’anno scorso: non un vero e proprio spettacolo ma piuttosto una performance per pochi spettatori che sarà presentata alla Pelanda del Macro Testaccio di Roma dall’8 all’11 settembre. In questo caso i temi sono quelli della diversità e di come chi sceglie di vivere serenamente la propria identità differente rispetto alla comunità omologata si scontri inevitabilmente in questo momento storico e soprattutto nel nostro paese con la violenza di un rifiuto implacabile. Allora la domanda è: quanto siamo disposti a cedere di noi stessi per guadagnarci una possibilità di integrazione serena? Il regista Stefano Ricci evidenzia le tematiche gay dello spettacolo, “che sono sempre presenti nel nostro lavoro perché c’è sempre qualcuno che difende il proprio diritto alla libertà assoluta di sessualità e di identità di genere davanti all’ottusità e stupidità di chi di fronte a una differenza esibita non come un cartello orgoglioso ma con semplicità non sa reagire che colpendo violentemente”.

La performance sarà replicata in loop otto volte al giorno per pochi spettatori, chiamati a interagire con l’azione: “il lavoro non può andare avanti se lo spettatore non interviene in qualche modo – spiega il regista – Sono le differenze stesse degli spettatori che sono chiamate in causa”.

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Questi sono due dei lavori di punta del programma 2010 dello SHO®T THEATRE, che ha come sottotitolo “Effetto farfalla”, in riferimento alla nota teoria del caos secondo cui una piccola variazione delle condizioni iniziali possa produrre sconvolgimenti di ben più grande entità alla fine di un grande processo di trasformazione. Un segno ottimista per suggerire che forse questo teatro che molti considerano morto, nel piccolo del suo sforzarsi di cercare la verità, alla fine di una lunga rivoluzione potrà portare a un cataclisma positivo. Se questa è una visione condivisa dal pubblico, gli organizzatori, capitanati da Fabrizio Arcuri, direttore artistico dell’Accademia degli Artefatti, invitano a non battere le mani. Battete le ali.