BISEX, NAZISKIN E… SANDROCCHIA

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La scena teatrale romana presenta in contemporanea opere molto diverse ma tutte vicine alle varie sfaccettature dell'immaginario gay.

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Sì, lo so che iniziare con la Milo vuol dire tirare fuori il mio lato finocchio più stantio, ma che posso farci se è davvero quella che mi piace di più? Perché l’interprete di memorabili film di Fellini e Pietrangeli quarant’anni fa (e oltre), la craxiana conduttrice di Piccoli Fan, fastidioso programma per bambini in cui gridò il famigerato “Ciiiiro”, venti anni fa, sembra ritornare a intervalli regolari, ma sempre più brava e pungente. Merito forse dell’età, per quanto nascosta da un lifting riuscito, cosa non da tutte.

Sandrocchia è la vera star del cast romano di Otto donne e un mistero, fin troppo leggera commedia gialla d’Oltralpe, mero pretesto per trovate di regia e prove d’attrice e già magnificamente trasposta sul grande schermo da Francois Ozon. Laddove però in quel caso tutto sembrava perfetto, qui saltano fuori le mille esitazioni di un meccanismo forse ancora da oliare. E, visto che nel film c’erano Deneuve, Ardant, Beart, Huppert e la vecchia Darrieux, ci si potrebbe chiedere se non basterebbe riguardarsi la pellicola.

Ma il teatro, con ogni possibile imprevisto di un’eterna diretta, vuol dire anche poter annusare da vicino gli attori (e le attrici), più stagionati e saporiti di come sarebbero in Tv o in un vecchio film. Se infatti la trama è arcinota e di scarso rilievo, l’interesse è da ricercare tutto nel cast: oltre la bravissima Sandra Milo con il suo corredo di sospiri, smorfie e mezze frasi, un’elegante Corinne Clery, una sempre sorprendente Eva Robin’s, una casereccia (ma non sempre smagliante) Nadia Rinaldi e una Caterina Costantini che a occhi chiusi si fa fatica a distinguere dalla Magnani (non so se sia un merito ma è assai curioso). Tutte insieme, con un unico biglietto, a recitare, ballare e cantare. Anche se non tutte riescono a interpretarle allo stesso livello e qualcuna si affida al playback (e molte al mestiere), non per questo si perde l’emozione delle suggestive, intense, splendide canzoni, quasi tutte inedite, composte da Rossana Casale. Il terzo motivo per cui vale la pena rivedere questa storia già nota.

Di altro taglio la commedia Bisex in the city, scritta e diretta da…

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Di altro taglio la commedia Bisex in the city, scritta e diretta da quei Picari che fanno generalmente registrare il tutto esaurito e che già in passato hanno giocato con il sesso. Una specie di incrocio tra avanspettacolo e opera in costruzione su un palcoscenico scarno, per parlare un po’ di bisessualità, senza la presunzione di riuscire a dire tutto ma ridendoci sopra, con molte battute facili ma anche livelli di comicità che si intrecciano. Inoltre, l’argomento, se non del tutto sceverato, è quantomeno toccato con un certo garbo: si scherza su tutto ma non si cade nel dileggio di nessuno in particolare. E, se forse anche in questo caso il meccanismo necessita di ulteriore allenamento, è più per quel che riguarda il testo che gli attori, la procace ed elettrica Francesca Nunzi e il potenziale “orso” Roberto D’Alessandro, che concludono leggendo al pubblico un elenco completo (ed esatto) dei luoghi di incontro all’aperto della Capitale.

Infine, di tutt’altro genere è Cherry Docs, teso confronto tra un naziskin e il suo avvocato d’ufficio, un ebreo che lo dovrebbe difendere in un processo per omicidio, sullo sfondo delle tante contraddizioni di una società multiculturale (nella fattispecie quella canadese). Due uomini che si odiano a priori e che devono (e devono soprattutto volere) collaborare in una scabra messa in scena, con inquietanti gabbie metalliche che simboleggiano l’insieme di prigioni nelle quali tutti noi ci rinchiudiamo.

Dalla necessità di abbatterle, cominciando col prender coscienza della loro esistenza e giungendo fino a mettere in discussione il concetto stesso di nemico, scatta tra i due un meccanismo ambiguo, pericoloso, a tratti anche troppo emotivo. Merito del sofisticato Antonio Bonanotte, capace di far scendere in basso il suo avvocato ebreo per farlo poi riemergere più consapevole e forte, e del nazi Alessandro Gruttadauria, che, dall’ostentazione cieca dei suoi ideali, in una disperata ma impossibile fuga da una realtà in cui non sono le sbarre il suo principale problema, è costretto ad avvicinarsi gradualmente alla resa. Come all’inizio martellava i piedi nella celebrazione delle sue scarpe chiodate, le Cherry Docs del titolo, così alla fine deve spogliarsi di tutto e scontare nudo la propria colpa: una scelta (il nudo maschile) che a teatro rischia ormai di essere abusata ma che qui conserva intatta tutta la sua forza. Oltre che il piacere per lo spettatore di una liberazione in tutti i sensi, grazie al bel corpo dell’attore.

Otto donne e un mistero di Robert Thomas regia Claudio Insegno
Roma, Teatro Vittoria, fino al 28 gennaio

Bisex in the city di Roberto D’Alessandro e Francesca Nunzi
Roma, Teatro Testaccio, fino al 4 febbraio

Cherry Docs di David Gow regia Antonio Serrano
Roma, Casa delle culture, fino al 28 gennaio

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di Flavio Mazzini

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