Le colleghe del San Raffaele del centro Gender prendono le distanze da Diego Fusaro: “Articolo triste e irrispettoso”

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Critiche anche da Roberta De Monticelli.

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Roberta Sala, professoressa associata di Filosofia politica, e Francesca De Vecchi, ricercatrice di Filosofia teoretica, entrambe membri del Interfaculty Centre of Gender Studies GENDER, istituito presso l’Ateneo Vita-Salute San Raffaele (la stessa università in cui insegna Diego Fusaro) hanno deciso di prendere le distanze dell’articolo di Fusaro (Transgender, perché la nostra società li santifica) pubblicato sul sito del Fatto il 15 febbraio scorso.

Il comunicato è arrivato in risposta all’appello lanciato su Facebook da Jonathan Bazzi, autore dell’articolo pubblicato ieri su Gay.it La filosofia e il disprezzo: Diego Fusaro e la questione transgender.

Ecco quanto ha scritto la docente:

Ammetto che, da qualche tempo in qua, non seguo più gli interventi di Diego Fusaro, collega presso l’Università Vita-Salute San Raffaele. Non mi riesce di discutere con lui, e confesso altresì che i contenuti della sua riflessione mi turbano ma, non raramente, generano in me insofferenza, rabbia, disgusto… gli elementi che, ahimè, sono propri dell’intolleranza. Ma l’intolleranza non si combatte con l’intolleranza ed è per questo che, semplicemente, me ne sono venuta via… Ma il post di Bazzi costringe a prendere la parola. Così la prendo, a nome mio e a rappresentanza di colleghe e colleghi che come me appartengono allo Interfaculty Centre of Gender Studies GENDER, istituito presso l’Ateneo Vita-Salute San Raffaele. Prendo dunque la parola anche a nome loro, e soprattutto a nome di Francesca De Vecchi, che dirige il Centro, per esprimere dissenso rispetto a quanto Fusaro sostiene nell’articolo pubblicato il 15 febbraio su Il Fatto Quotidiano. Come prima cosa, spiace dover ribadire che l’ideologia gender, o teoria del gender, non esiste. Parlare di ideologia gender è servito e serve ancora a confondere intenzionalmente i termini e i concetti relativi al genere, per deriderli, per banalizzare le differenze e per farne una caricatura. È servito e serve ancora a chi si ostina a non rispettare le esperienze delle persone e, invece di chiedere spiegazioni di ciò che non comprende, fa proclami per nascondere una rivendicativa ignoranza. Se l’ideologia gender non esiste, se non presso i detrattori della categoria del genere, gli studi di genere o gender studies esistono: sono l’ambito di riflessione interdisciplinare che, a partire dalla distinzione tra sesso biologico e genere, quest’ultimo inteso come costrutto sociale assegnato più o meno arbitrariamente alle differenze di sesso, si propone di difendere il diritto alla visibilità di persone che si riconoscono o non si riconoscono nelle categorie stereotipiche cui sono tradizionalmente ricondotte. La categoria di genere serve così da strumento di analisi critica tesa a smascherare falsi determinismi biologici e naturali. Combattendo ogni ricorso illegittimo alla logica della naturalità e della complementarità dei sessi, la categoria di genere intende denunciare gli effetti di discriminazione di relazioni di potere e di rapporti diseguali. Usare la categoria del genere mira, dunque, a scardinare l’idea di essere naturalmente predisposti a fare cose; mira quindi a difendere la libertà di scegliere chi essere e che fare della propria libertà, poiché la libertà è dell’individuo ma è libertà se è pubblicamente visibile. Difendere tale libertà non significa in alcun modo farsi “sacerdoti del politicamente corretto”, come scrive Fusaro, né significa “santificare la figura del transgender”. Ancor meno significa farsi servi del “liberismo” che, “sul versante sessuale, mira a dissolvere il concetto stesso di limite naturale, dissolvendo l’idea di una natura non risolta integralmente nella società e nella storia”. Anzi, per essere sinceri, di questo preteso connubio con il liberismo (spesso volutamente confuso con il liberalismo!) non si capiscono proprio né l’origine né la ratio. Tornando all’articolo di Fusaro, basterebbe la lettura delle poche righe che qui seguono per uccidere il desiderio intellettuale di un confronto serio su una tematica tanto delicata: “come il transnazionalismo liberista mira al mercato globale deregolamentato e libero da ogni sovranità nazionale democratica, così il transgenderismo eretto a modello mediatico si fonda sulla deregulation sessuale, sull’abbattimento di ogni limite e di ogni sovranità legati all’ambito della natura e della biologia”. Ma quel che appare più incomprensibile è quanto si dice dei gender studies, che collocherebbero “l’eterosessualità su un piano di indistinzione, nel trionfo della separazione tra sessualità e vita etica familiare”. Questa affermazione è falsa e denuncia una manipolazione ideologica degli scopi dei gender studies, che mai hanno negato l’eterosessualità né la famiglia eterosessuale: solo, più semplicemente, si occupano di capire perché ci sono e ci possano essere esperienze differenziate di sessualità, differenze di orientamento sessuale, diversità nella percezione soggettiva dei rapporti tra sesso e genere, avendo sullo sfondo, questo sì, il diritto di ciascuno di vivere la propria vita come si vuole ma nel rispetto reciproco. Ciò che, in questo triste articolo di Fusaro, sembra mancare totalmente.

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