CROWLEY ANTESIGNANO GAY

Intervista a uno dei primi autori di teatro gay

Mart Crowley è nato qualche anno fa (mai chiedere l’età!) in Mississippi nel sud degli Stati Uniti dove mi ha detto esserci lo stesso clima di Roma, ed è per questo che torna spesso nella città capitolina. Io l’ho incontrato per voi.

Mart si trasferì presto a Los Angeles, dove vive tutt’ora, per intraprendere la carriera di sceneggiatore, collaborando con tutte le majors americane (Warner Bros., Fox, ecc. ecc.). La notorietà però, se l’è conquistata scrivendo un testo cult della letteratura omosessuale "The boys in the band" (Festa di compleanno per il caro amico Harold) da cui è stato tratto anche un film nel 1970.

Ci racconti come è nata l’idea di questo testo?

Nel 1967 vivevo in California dove scrivevo sceneggiature per la Twenty Century Fox. Guadagnavo tanti soldi ma ero assolutamente insoddisfatto della mia vita, e quindi cominciavo a pensare di mettermi a scrivere un testo teatrale tutto mio. L’idea mi venne leggendo un articolo di Stanley Kaufmann sul New York Times che parlava degli autori gay più famosi, come Tennessee William, Edward Albee ecc. Nell’articolo, Kaufmann si chiedeva perchè mai i personaggi femminili delle opere di questi autori fossero in realtà personaggi gay mal nascosti. Addirittura diceva che alcuni di questi personaggi avevano dei tratti così gay da far diventare "uomini in drag" le donne che li recitavano!! Infine, provocatoriamente, si chiedeva se nessun autore mai avrebbe avuto il coraggio di scrivere un testo con personaggi veramente gay. Io colsi la provocazione e mi misi a scrivere The boys in the band: un testo gay che parla di gay. Una volta terminata l’opera andai a New York per cercare un agente che avrebbe potuto presentare il testo a qualche produttore teatrale. Ma tutti gli agenti che incontravo mi dicevano la stessa cosa: Nessun produttore avrebbe mai messo in scena una cosa del genere!

Di che periodo stiamo parlando?

Stiamo parlando dell’autunno del 1967, prima di Stonewall… e quindi un testo del genere era considerato scandaloso ed oltraggioso. Insomma faceva paura! Portai il testo a leggere ad una agente che via via che lo leggeva diventava sempre più nervosa e sudaticcia… Alla fine senza nemmeno guardarmi in faccia mi disse: "Non dirà sul serio?… non vorrà veramente mettere in scena una cosa del genere? Ma è pazzo??!!!" Io molto tranquillamente (apparentemente) le chiesi se lei conosceva chi aveva prodotto "Chi ha paura di Virginia Wolf". Pensai che chi aveva prodotto quello spettacolo doveva essere sicuramente gay e probabilmente interessato al mio testo. Lei mi disse che lo conosceva ma che gli avrebbe fatto leggere il testo in via… non ufficiale. Il giorno dopo l’agente mi chiamò.

Era sconvolta. Il produttore in questione aveva letto velocemente il testo, e voleva incontrarmi il pomeriggio stesso a casa sua!! Per la verità ero sconvolto ed impaurito anch’io, ma andai all’appuntamento nel Village e finalmente conobbi Richard Barr, produttore tra l’altro di tutti gli spettacoli di Edward Albee (anche lui presente all’incontro). Alla fine ci accordammo per mettere in scena il testo all’interno di un workshop. Un tentativo per vedere le reazioni. Scena poverissima, attori non pagati ed ingresso ad inviti per sole 5 recite il gennaio successivo. Fu un enorme successo! Dopo la prima delle cinque serate, grazie al passaparola, la fila di persone che voleva entrare faceva il giro dell’isolato. Molti non riuscivano ad entrare (il teatro aveva solo 99 posti). Moltissimi personaggi dello spettacolo vennero a vedere lo spettacolo. Ricordo Richard Sonderhein, Leonard Berstein… venivano a vedere se era vero che un tizio aveva messo in scena una cosa così sfacciata! A quel punto Richard Barr si convinse definitivamente e decise di produrre lo spettacolo. Debuttammo in un teatro dell’Off Broadway il giorno di Pasqua dell’Aprile 1968 e andammo avanti per 1000 e una recita, come la favola di Aladino!!!

Leggi   “The Eternals”, arriva il primo supereroe gay della Marvel

Devo dire che il produttore fu coraggioso: tutto ciò accadeva un anno e mezzo prima di Stonewall…

Assolutamente si. Quello era un periodo particolarmente teso. Era il periodo in cui furono assassinati Martin Luther King, Kennedy.

E come reagì il pubblico eterosessuale?

Bene direi. All’inizio venivano spinti dalla curiosità, se ne parlava tanto in giro; poi dopo Stonewall venivano per vedere cosa era politically correct per i gay e soprattutto per "conoscere" i gay, per sapere cosa fosse vero e cosa no al loro riguardo. Fu un periodo veramente magico, successero tante cose. Per molti gay fu il modo per passare dal gay shame al gay pride (dalla vergogna gay all’orgoglio gay, ndt)

The boys in the band è molto legato ad un periodo preciso e quindi, nel corso degli anni, ha passato inevitabilmente periodi "bui" in cui nessuno lo voleva rappresentare. Quando è stato rivalutato?

Dopo l’inizio "dell’era Aids". Quando i gay hanno cominciato a ripensare alla loro storia, la storia della liberazione gay. Da quel momento lo spettacolo è diventato una sorta di documento storico, uno spaccato sul "come eravamo".

Barbra docet… ti sei ispirato ad i tuoi amici per i personaggi?

Sì, per i personaggi principali, anche se in ognuno di loro c’è un pò di me.

Anche il gioco crudele al telefono è successo da vero?

No (ride) quello è frutto della mia cattiveria!

Lo spettacolo ha una visione pessimistica del mondo gay. La pensi ancora così?

Io non credo di aver dato né una visione pessimistica né una ottimistica, ho solamente detto la verità. Certo se la vedi dal punto di vista del personaggio di Michael è pessimistica, ma se la vedi dal punto di vista di Hank e Larry, i due innamorati che gridavano il loro amore a tutti quanti, è una visione molto ottimistica in un periodo in cui l’omosessualità veniva vissuta in clandestinità.

E adesso, dopo trent’anni, hai scritto il seguito di The boys in the band: com’è adesso la situazione gay secondo te?

E’ molto migliorata senza alcun dubbio, anche se abbiamo ancora molta strada da fare. Penso soprattutto alle nuove generazioni di gay che devono essere informate meglio e più seriamente su chi siamo e da dove veniamo. Insomma il Gay Pride non è solamente una festa! Prima era più semplice, si parlava di un’unica "comunità gay". Adesso credo esistano più "comunità gay", con diverse esigenze e obbiettivi. Il nuovo testo, il seguito insomma, s’intitola Men from the boys, dove i men del titolo sono i boys del primo spettacolo che ritroviamo trent’anni dopo. Attraverso le loro esperienze, messe a confronto con quelle di nuovi personaggi più giovani, vediamo come sono cambiate le cose per i gay. Mi piaceva molto l’idea di fare il seguito di uno spettacolo teatrale, di solito si fa solo al cinema!

Prima di salutari Mart, volevo chiederti se, tra gli autori di testi gay di oggi, c’è qualcuno che ti piace e che ci consigli?

Ho visto giorni fa a Londra uno spettacolo molto bello dal titolo Mouth to mouth dello stesso autore di My night with Rag ovvero Kevin Elyot, un autore che stimo molto.

Grazie Mart, e buon soggiorno a Roma!

Grazie a te Fabio e buona fortuna!

di Fabio Canino