La disco music ha liberato l’orgoglio gay?

Dai Village People a Ivan Cattaneo, sotto le luci stroboscopiche si è liberato l’orgoglio gay. Lo racconta Crisco Disco la prima ampia analisi tutta italiana sul legame tra disco music e omosessualità

L’accensione delle prime luci stroboscopiche arcobaleno, insieme a tutto il piacere di ballare uomo-uomo o donna-donna e conoscersi in pista al rombo della disco music, hanno trovato finalmente la dignità di essere raccontati nel libro Crisco disco, Disco music & clubbing gay tra gli anni 70 e 80 (ed. Vololibero, 20 €) dell’esordiente Luca Locati Luciani.
L’analisi, minuziosa e addirittura sovrabbondante nell’offerta di dati, particolari, storie e sensazioni, restituisce onore alle note che hanno fatto ballare generazioni di omosessuali, dalle prime pionieristiche discoteche di New York, con i Village People ancora velati, fino a quelle italiane con l’esuberante e dichiaratissimo Ivan Cattaneo.
E proprio le discoteche, brano dopo brano, favorirono l’aggregazione di una comunità omosessuale politicamente consapevole e finalmente in grado di rivendicare libertà, visibilità e fierezza con i movimenti di liberazione omosessuale.
Perché danzare e sedurre sono stati, tra gli anni Sessanta e Novanta, per omosessuali e lesbiche una tra le strade per conquistare quella libertà di espressione che era loro negata e amare non più al buio bensì alla luce artificiale dei locali pubblici. Facciamoci allora un giro in pista con l’autore.

E’ vero, come si sente ripetere spesso, che la disco music l’hanno inventata i gay?
Solo parzialmente. La disco nasce nelle comunità latine, nere e anche gay nel nord degli Stati Uniti, già sul finire degli anni Sessanta.
I movimenti di liberazione per le persone di colore e i nascenti movimenti di liberazione gay – ma direi per esteso LGBT – fanno sì che nascano luoghi d’incontro nuovi e visibili per gruppi sociali da poco “liberati”, o in via di emancipazione, dopo secoli di oppressione.
In discoteche, bar o saune gay dj pionieristici creano mix di brani soul e rock che, fusi insieme, daranno vita ad un sound che sarà chiamato “disco”. Questo in grandi metropoli statunitensi come New York, specie dopo il 1971 anno di abrogazione dell’odiosa legge che impediva a persone dello stesso sesso di ballare insieme, Philadelphia e San Francisco.

Il tuo “Crisco disco”, una sintesi del legame tra musica disco e liberazione gay. Puoi anticiparci qualcosa?
Il rapporto è chiaro sin dal 1969, anno della rivolta davanti al bar Stonewall Inn, in Christopher street, New York, che dà vita ai moderni movimenti di liberazione gay.
Gli stessi clienti che frequentavano il bar, e che avevano dato vita alla protesta, erano anche habitué delle prime discoteche gay, anche se qui la parola gay non vale in tutti i casi, molti di questi locali non erano per soli uomini, altri ancora erano solamente “friendly”.
Persino gruppi di liberazione LGBT post-Stonewall come la Gay Activists Alliance, non disdegnavano organizzare feste con gli stessi dj a cui accennavo prima. Il corpo, il ballo, la pista illuminata di una discoteca assumono così per gay, lesbiche, travestiti e transessuali, neri e latini una connotazione anche “politica”.

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E come erano le prime disco gay?
Erano luoghi dove si poteva ballare liberamente, pomiciare, fare sesso, stare uno vicino all’altro, tutto questo in locali pubblici a volte persino sfarzosi. Tutto questo non era così scontato solo pochi anni prima…
Pensa che fino al 1971 molti locali da ballo newyorkesi frequentati da gay avevano spesso la polizia piazzata all’esterno per controllare che non venisse violata, per esempio, la legge sul ballo di cui accennavo prima. I ballerini erano così costretti a ballare formando delle lunghissime, e un po’ tristi, file indiane…

Oggi è inimmaginabile…
….dai primi anni settanta il clima mutò improvvisamente, ed in modo rapidissimo. In club come il Crisco Disco di New York, che dà il titolo al mio libro, la frenesia del ballo veniva solo superata dalla quantità di sesso che vi si faceva e ahimè anche dalle droghe.
Nel 1977 avrebbe poi aperto lo Studio54, che univa la trasgressione dei nuovi locali gay al glamour del jet set internazionale. Ma lo spirito originario della disco, comunitario e liberatorio, a mio avviso un po’ si perse in situazioni simili.

Sesso?
Molto e ovunque: dalle prime darkroom come quella del bar J’s a New York, alle sempre più numerose saune, sex clubs, bar leather e quant’altro che andavano aprendo in tutte le principali città USA.
Tornando alle discoteche, in epoca pre-AIDS , nei templi della disco newyorkesi ma anche europei, succedeva di tutto anche in pista. Nell’italianissimo One Way, in provincia di Milano, la prima darkroom era una tenda che separava blandamente la pista dai baccanali “al buio”…

Quali sono stati i nomi più significativi nel panorama della disco music gay?
La disco music era amata nei club gay ma non molti musicisti erano gay e visibili.
Allo stesso modo, non molti brani affrontarono esplicitamente tematiche gay.
I Village People, che adottarono un’immagine gay, anche se i macho baffuti delle grandi metropoli USA non li amavano particolarmente percependoli come “caricaturali”. Il gruppo che cantava brani sui luoghi simbolo della comunità LGBT di quegli anni come Fire Island, San Francisco e Key West, non avevano alcun membro dichiaratamente gay.
Felipe Rose, l'”indiano” del gruppo, venne scoperto dai produttori Jacques Morali ed Henri Belolo all’Anvil di New York, uno dei locali gay più estremi dell’epoca.
Tra gli artisti più amati dai frequentatori dei primi club gay Sylvester, Patrick Cowley, Carl Bean con la sua celebre “I was born this way” che è, in qualche modo un inno di orgolglio gay, o, tra i dj, Robbie Leslie, Steve Fabus e Larry Levan tra i più sinceri sui loro gusti sessuali.

E che rapporto c’era tra un luogo pubblico ma chiuso come una disco gay e l’altra sponda… quella eterosessuale?
È indubbio che la disco abbia sdoganato in parte l’immaginario gay presso il grande pubblico in modo sincero e non “fumettistico”. All’epoca si sentiva molto parlare delle prime discoteche super trasgressive e frequentate da migliaia di gay che divennero in poco tempo “l’ultima moda del momento”. Un po’ per tutti.

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Solo un “discotecaro” poteva scrivere un libro sulla disco music gay. Come ti è venuto in mente…
In realtà sono il contrario del discotecaro, mi sento molto più “nerd” o “topo di biblioteca” che dir si voglia…
La disco mi è sempre piaciuta, perché non saprei dirtelo, so solo che a cinque anni provavo ad imitare Truciolo ed Heather Parisi che ballavano Disco Bambina…

…chi è senza peccato scagli la prima pietra….
[Ride] …Solo più grandicello ho cominciato a collezionare memorabilia LGBT vintage, tra vecchi flyers, locandine, foto e altro. Molti riguardano proprio le discoteche, i bar e le saune gay.
Non mi piace l’idea di chiudere tutto in un armadio, senza che altri possano godere di quello che ho accumulato nel tempo.
Molti luoghi dimenticati nel tempo “rivivono” anche grazie ad un volantino o un biglietto di ingresso. Aggiungi che davvero pochi testi in italiano raccontano le prime discoteche gay e, da saggista principiante, mi sono messo al lavoro.

Perché tanto spazio agli Stati Uniti?
Lì è cominciata la disco, ma in realtà ho dedicato molto spazio anche all’Italia, per evidenziare differenze o analogie tra le due realtà.
Non dimentichiamo che l’Italia è il luogo dove già nei primi anni Ottanta si produce più disco in assoluto, che da noi prende il nome di Italo disco. Già nel 1972 alcune colonne sonore di commedie sexy all’italiana contenevano brani proto-disco…

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Stai andando un po’ troppo lontano. Da noi si ballava con Ivan Cattaneo…
Ivan Cattaneo è un esempio del massimo della creatività italiana nei territori al confine tra rock e dance. Alcuni suoi brani come “Boys & Boys” o “Salve O Divina!” sono dei veri e propri capolavori di rock, elettronica, dialetto bergamasco e… tanta “gaytudine”.
Oltre a lui ho comunque cercato di rintracciare altre figure in qualche modo importanti per la scena gay dell’epoca come Paolo Rumi, conduttore negli anni 80 del mitico programma “L’Altro Martedì”, su Radio Popolare, Bruno Casini, primo manager dei Litfiba ma anche “animatore” della Firenze alternativa dagli anni 70 ad oggi o Paolo Micioni, leader del gruppo disco italiano Easy Going (il nome del gruppo era ripreso da uno dei locali gay romani più famosi dell’epoca). Ho raccolto la testimonianza di Robbie Leslie, ex dj del Saint e dello Studio54 a New York e di JD Doyle, uno dei massimi esperti di musica con tematiche LGBT e molti altri che scoprirete leggendo il libro.

Alla fine gli anni Ottanta sono tramontati così come le grandi discoteche e, solo in parte, le darkroom. Oggi che rapporto c’è tra disco music e comunità gay?
Ho l’impressione che sotto le luci stroboscopiche ci sia molta meno spontaneità… sorrisi, baci e perché no, pure palpatine e mano morte… Forse è perché mi sto avvicinando ai quarant’anni e sto diventando più zitella acida…
Certo è che in questo momento la priorità per molti gay non è la ricerca, nel bene o nel male, di strade alternative nel sesso, nelle mode, nella musica o nei locali frequentati ma sembra essere quella di seguire un modello più vicino a quello eterosessuale, anche nelle modalità di fruizione di una discoteca.
La musica da ballo suonata nei locali gay quindi assomiglia sempre più spesso a quella suonata negli altri club.
Quale futuro per la disco music gay?
La disco music, intesa come musica da ballo, avrà futuro finché ci saranno persone che avranno voglia di divertirsi. Spero davvero per sempre…

di Stefano Bolognini