DITTATURA DELLO SPETTATORE

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Si apre la 50esima Biennale d'Arte di Venezia, tra opere gay-oriented e ammiccamenti al marketing. Una commistione di etnie e riferimenti al limite del caos. Ecco le immagini.

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VENEZIA – Esce con uno scatto dal buio, balla con gli occhi chiusi, la camera scende, lentamente, dal volto sudato al pacco. Un uomo e una donna, vestiti da cowboy, osservano il ragazzo, circa 20 anni, che continua a ballare: con il loro video un po’ MTV un po’ teatro dell’assurdo gli inglesi Nick Relph e Oliver Payne hanno vinto il premio come migliori artisti under 35 alla 50° edizione della Biennale di Venezia.

Carol Rama (foto), torinese, ottantenne, principessa outsider della pittura italiana, sfiora con le mani, senza nemmeno riuscire a sorreggerlo, il Leone d’oro alla carriera.

Tra questi due estremi generazionali si è consumato in laguna il rito dell’inaugurazione della più grande mostra d’arte contemporanea al mondo: 11 mostre ufficiali, 12 curatori, 63 padiglioni nazionali, 380 artisti invitati, un sottotitolo che è una promessa di felicità, e il prodotto di un ottimo marketing mix: «la dittatura dello spettatore».

Francesco Bonami, Direttore artistico della Biennale, aveva un sogno e lo spiega così: «entrare in una mostra è una scelta, non un obbligo»; così la sua biennale l’ha immaginata “su misura” per chi la deve visitare, per chi vuole recuperare una propria visione del mondo e dell’arte attraverso le differenti metafore offerte dagli artisti di oggi. In una costante mediazione fra sogno e conflitto (Sogni e Conflitti è il titolo scelto per questa Biennale), tra utopia e sforzo di dar corpo reale ai sogni. Eppure questa impostazione ha consegnato la mostra a una visione random, tipica dell’era dei motori di ricerca e delle compilation on demand.

In questo tentativo di aprirsi a tutti gli spettatori possibili, metà delle mostre sono uno spaccato dello stato dell’arte ai quattro angoli della terra: Smottamenti sull’Africa, Sistemi individuali, Zona d’Urgenza e La struttura della crisi su Est Europa, Asia e America Latina (continui però gli “sconfinamenti” e le linee tangenti fra le mostre e all’interno di esse, favorite dalle tecnologie di rete).

Con le sue rampe, scale, dei e idoli, zone d’ombra, camere segrete, immersioni (letterale e metaforica al tempo stesso quella del nuovo video di Jun Nguyen Hatsushiba, nella malattia e nel ricordo), la Z.O.U. asiatica è la sezione più confusa ma anche la più forte di una Biennale che ha rinunciato alla dittatura emotiva che le grandi opere e le visioni esercitano sullo spettatore.

La Stazione Utopia, termine corsa della Biennale, si configura come il non-luogo di transito permanente in cui gli artisti e il pubblico sono posti sullo stesso piano, e in cui le opere, e la loro autorità, sono sostituite definitivamente dai progetti: Imagine Peace di Yoko Ono (metti il tuo timbro della pace su una cartina del mondo, là dove vorresti portarla simbolicamente), il documentario di Anri Sala che ha per protagonista un sindaco albanese, che crede nel potere dei colori non di cambiare la realtà, ma di creare un contatto fra le persone e fra “le” loro realtà (Dammi i colori, 2003), opere poetiche che ti trasportavano da dentro a fuori come gli aquiloni di Shimabuku o il rumore dell’alba registrato su disco (Henrik Håkansson), opere che mettono in scacco la percezione di uno spazio rigido, come la Church of Fear di Christoph Schlingensief. Con a tracolla la borsa in tela firmata agnes b, distribuita gratuitamente come gli opuscoli di Jeremy Deller o la ristampa dell’Utopia di Thomas More che Leif Elggren e Carl Michael von Hausswolff usano per farne carta riciclata. L’allestimento è stato pensato nei minimi particolari dai tre curatori, Hans-Ulrich Obrist, Molly Nesbit, Rirkrit Tiravanija, in modo da poter stare “in compagnia” delle opere, abolendo la distanza che siamo soliti mantenere. Tutto è effimero, spoglio, quotidiano, in un’intimità anche spiazzante, scoprendo il piacere di “usare” l’oggetto artistico invece di guardarlo:

i maniglioni di Philippe Parreno o le «tavole rotonde».net di Liam Gillick per consultare archivi e progetti di Multiplicity, le toilette user friendly per lui e per lei di Atelier van Lieshout (queste però non si possono usare). La parola d’ordine di questa Biennale, il neologismo «glomantico» – globale + romantico – qui diventa partecipato, discusso, proposto alla collaborazione, e alla critica.

I migliori dopo tre giorni di visita risultano gli artisti-artisti, quelli che si sottraggono al potere delle formule, e fanno da sé: Robert Gober (foto), l’opera più sensuale e sottopelle, Tacita Dean con il suo film sul grande vecchio Mario Merz (il fallimento di un dialogo, sotto un sole mediterraneo che attutisce le parole e ricorda un documentario di Straube e Huillet su Cézanne), la morte di un cane vecchio in un bosco vicino a Torino (attenzione: ogni immagine, anche l’irrappresentabile, quella infinita della morte, è ricostruita dall’artista, l’astigiano Diego Perrone, interamente al computer),

la città indiana riflessa nel grande fiume dipinta da Mamma Andersson (Padiglione dei Paesi Nordici), la monumentale isola trasportabile per rododendri di Simon Starling nel padiglione scozzese alla Fondazione Levi, il padiglione danese trasformato da Olafur Eliasson dove è caduta sulla terra una stella di pura luce, mentre Santiago Sierra ha murato il padiglione spagnolo permettendo l’ingresso solo ai suoi connazionali. Conferma di qualche nuovo «maestro» (ma Damien Hirst, che aveva scandalizzato portando qui a Venezia la mucca in formalina, ricicla un’opera già ampiamente vista, le sue 18.000 pillole colorate), accanto a maestri riconosciuti come Jimmie Durham, Martin Kippenbergher (vi sentirete un po’ Marilyn entrando nel padiglione della Germania, allestito con una pulizia che forse il grande maestro non avrebbe amato) o David Hammons e Cady Noland:

due Buddha sorreggono fra le mani un filo a cui è appesa una spilla da baglia e una struttura metallica regge i simboli del potere che si rivelano nella loro stupida inerzia. Alla fine una Biennale che ama le coppie ha premiato come opera migliore la stanza dei pensieri notturni del duo svizzero Fischli & Weiss.

Ma il simbolo di questa edizione è il mitico maggiolone Wolkswagen che Damián Ortega fa esplodere in un’effetto stop motion alla Matrix: i vari elementi che compongono la carrozzeria della macchina rimangono bloccati a mezz’aria, così come i sogni e i conflitti di questa mostra, bomba disinnescata, in cui ognuno ha il suo spazio e la sua autonomia. In un momento in cui le estetiche si toccano, le arti si cercano e si fondono, la complessità della nostra realtà è tale da non produrre ancora ciò che la nostra mente già immagina, troppo rispetto per lo spettatore medio può far male: mentre chiedevi, assetato sotto il sole, dell’acqua ti davano caffè Illy, e vodka Absolut (dittatura dello sponsor?).

Ne ho portate a casa un paio di bottiglie, infilate nella borsa di agnes b. Fate lo stesso… dittatori…

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To be continued: nei prossimi giorni una guida alla Biennale gay-oriented e l’agenda degli appuntamenti e delle manifestazioni collaterali che animeranno Venezia e dintorni fino al 2 novembre.

50. Esposizione Internazionale d’Arte. La Biennale di Venezia
Sogni e conflitti. La Dittatura dello spettatore
Sedi: Giardini della Biennale; Arsenale; Museo Correr; sedi varie a Venezia
Durata: 15 giugno-2 novembre 2003
Orari: dalle 10 alle 18
Giorni di chiusura: Giardini della Biennale (lunedì); Arsenale (martedì)

di Andrea Viliani

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