EDMUND WHITE, ‘MY LIVES’ LE DEBOLEZZE DI UN GRANDE UOMO

Pubblicata in Italia l’autobiografia del ‘fondatore’ della letteratura gay. Che – sorpresa! – svela di aver faticato non poco ad accettare la propria omosessualità.

Le autobiografie possono essere come un buco della serratura attraverso cui scoprire particolari intimi e inediti di grandi personaggi pubblici. Ma quando un testimone di eventi storici di una certa importanza scrive le proprie memorie solo per collezionare aneddoti e riflessioni legate alla sua storia personale, è normale che il lettore abbia qualche perplessità. È il caso di My lives, l’autobiografia di Edmund White pubblicata da Playground poche settimane fa (352 pagine, 17 euro).

White è uno dei padri della letteratura gay statunitense, fondatore nel 1980 di quel circolo Violet quill che riuniva alcune delle penne più interessanti degli Stati Uniti che – per la prima volta nella storia – spingevano per definirsi a tutti gli effetti ‘scrittori gay’, è stato anche testimone della rivolta di Stonewall che fa da sfondo a E la bella stanza è vuota, ha vissuto la tragedia dell’Aids dal suo apparire e vive ancora sulla sua pelle la sieropositività. Insomma la sua vita è ricca di momenti storici fondamentali. Di cui però non si trova traccia in My lives. La scelta di questo bizzarro sessantasettenne nato a Cincinnati è andata infatti in un’altra direzione: rintracciare alcuni fili conduttori della sua esistenza (la famiglia, gli amanti, le marchette, per fare alcuni esempi) e seguirli senza pretese di organicità riferendo esperienze legate a questo o quell’argomento e solo raramente lasciandosi andare a qualche riflessione.

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Il libro si apre con un lungo capitolo dedicato a "I miei analisti" che mette subito in guardia il lettore: chi scrive non si presenterà come il mostro sacro della letteratura gay che molti vedono in lui. Nossignore, qui Eddie è in mutande, pronto a mostrare tutte le sue debolezze. Tant’è vero che parte appunto dal pluridecennale percorso di analisi che ha compiuto per venire a patti con alcune delle contraddizioni più vive che hanno contrassegnato la sua esistenza. Prima fra tutte l’accettazione della propria omosessualità: il fondatore della letteratura gay, infatti, ha faticato non poco ad ammettere a se stesso di essere un frocio, sforzandosi di creare relazioni stabili con le donne e accontentandosi di sedare momentaneamente il suo insaziabile desiderio omosessuale con incontri fugaci. "Non mi piacevo troppo quando facevo sesso con gli uomini. Non riuscivo mai a trovarmi un personaggio, non riuscivo a capire chi ero – scrive a pagina 164 – Con Anne mi piacevo. Diventavo di colpo adatto all’uso, splendente. Sembrerò terribilmente vanitoso, ma sentivo di concederle un favore. Con un uomo poteva succedermi di sentirmi una buona compagnia, un amico leale, un’influenza positiva, ma non pensavo mai di fargli un favore andandoci a letto insieme, né di fargli del bene. Dopo tutti questi anni di liberazione e di psicoterapia non dovrei ammettere il mio disagio, ma negli ultimi tre decenni ho fatto ben poco per migliorare l’effetto negativo dei primi tre".

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Se i successivi due capitoli sono dedicati rispettivamente al padre, uomo tutto d’un pezzo capace di suscitare il più profondo timore reverenziale nel figlio, e alla madre con la quale White si identifica spesso quando parla del suo rapporto con gli uomini, una delle parti più divertenti dell’autobiografia è "Le mie marchette", con aneddoti che vanno dalla prima volta che a diciassette anni osò avvicinare i ragazzi che si prostituivano a Cincinnati fino al rapporto, che il povero Eddie crede esclusivo, con Kevin, in realtà una marchetta nota a molti gay di New York.

È assai curioso che White abbia dedicato un capitolo alle sue marchette, uno alle sue donne, un altro ancora ai suoi amici, ma non ne abbia dedicato alcuno ai suoi fidanzati. Certo, nella sezione intitolata "I miei biondi", l’autore parla di uomini con alcuni dei quali ha avuto una vera relazione, ma certo non esaurisce la lista dei compagni che ha avuto nella sua esistenza. Altri fidanzati vengono nominati di sfuggita nelle varie sezioni del libro, senza tuttavia che il lettore possa farsi un’idea precisa della loro identità e del ruolo che hanno svolto. È anche per questo che alla fine rimane il sospetto che ci si trovi davanti a un susseguirsi di pettegolezzi piccanti (White adora descrivere senza peli sulla lingua molti episodi sconci o riferire senza pudore eventi ai limiti dell’illegalità di cui è stato protagonista o anche solo testimone). Lo riconosce lo stesso autore che scrive: "Mi immagino che qualche mio amico starà leggendo e penserà: ‘Ma chi se ne frega!’ oppure ‘Non ci risparmia proprio nulla! Dobbiamo sapere per forza tutti i dettagli di questi suoi noiosissimi giochino da vecchio?’ Sto cercando di mostrare che avevo superato i limiti imposti a una qualunque persona che si rispetti, proprio perché io non mi rispettavo".

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My lives è, dunque, un onesto e accorato percorso attraverso le debolezze di un grande uomo. Che, oltretutto, scrive benissimo e rende ogni pagina piacevole e attraente.