ERGASTOLANI IN CALZE A RETE

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A VolterraTeatro, i detenuti del carcere mettono in scena un Brecht ricco di travestimenti e immagini omosex. Ma cosa accomuna i gay con questi uomini "estremi"?

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VOLTERRA (Pisa) – Siamo in una spaziosa capanna di cartone, costruita alla bell’e meglio per proteggerci dal torrido sole del pomeriggio estivo che batte a picco sul cortile della fortezza. La debole protezione non impedisce alla temperatura di salire, e i nostri corpi immobili di spettatori si surriscaldano, mentre su quelli seminudi degli attori scorrono copiosi rivoli di sudore.

Due attori-detenuti si fronteggiano: indossano entrambi pantaloni di pelle neri, retti da bretelle che poggiano sui loro toraci nudi e torniti. Si avvicinano guardandosi intensamente, e appena la distanza si annulla, si allacciano in un appassionato bacio sulle labbra. Le loro bocche si staccano solo per percorrere con appetito il corpo madido dell’altro. Poi il bacio si trasforma in un tango, ricco di sensualità mascolina, nonostante evidentemente uno dei due non possa fare a meno di immaginarsi donna nell’eseguirlo.

Siamo in questo delirio dei giochi di identità sessuale che è “I Pescecani“, ultima produzione della Compagnia della Fortezza, diretta da Armando Punzo, che da 15 anni lavora con i detenuti del carcere di Volterra su progetti teatrali che hanno conquistato la critica internazionale. Certo, i detenuti non riescono a non essere tali agli occhi degli spettatori, ed è questo che forma la potenza emotiva dell’evento spettacolare, ancora più del lavoro teatrale in sé.

Lo spettacolo è la elaborazione definitiva dello studio su “L’Opera da tre soldi” di Bertold Brecht avviato lo scorso anno, e per la messa in scena della quale la compagnia si è vista negare i permessi necessari. Anche per questo motivo il sottotitolo è “quello che resta di Bertold Brecht”.

L’atmosfera è, quindi, quella di un cabaret promiscuo in cui gli uomini ballano volentieri tra loro, circondati da orchestrina, balletti, intervento comico da piano-bar, e, soprattutto, i personaggi che sembrano ricalcati da un modello da cartoon, con abiti, portamenti, voci e gestualità accentuate con maestria e ironia. C’è il funzionario inquietante con cilindro nero e sguardo torvo, il cardinale con le gambe nude che spuntano da sotto la tonaca, ci sono i maschi a petto nudo che sembrano usciti da una illustrazione di Tom of Finland, c’è la donna in nero (dal volto scavato di un detenuto già visto in altri lavori) pronta ad alzare la gonna appena si avvicina un uomo, e c’è la soubrette con piume e paillettes e la pelle nera. Tutti hanno espressioni contorte, molti mostrano i denti, le risate sguaiate e sforzate si moltiplicano.

Intorno a queste figure da cartone animato si aggirano inquietanti controllori, poliziotti o ufficiali, alcuni con le svastiche ricamate sulla manica, capaci di estrarre la pistola appena la situazione lo richiede. Dei cartelli, infine, completano l’effetto straniamento, indicando che chi parla è Brecht in persona, oppure l'”assessore”, mentre altri cartelli di tanto in tanto vengono presentati al pubblico come chiavi di lettura di questo o quel momento: “Cosa è bello? Il potere. Cosa è brutto? La debolezza”…

Osserviamo la trentina di detenuti che si esibiscono davanti a noi, in questa capanna illuminata solo da lampadine rosse, e immaginiamo le loro storie. Come mai quell’uomo possente dallo sguardo segnato, magari da omicidi o reati di mafia, accetta di indossare una calza di nailon e dei tacchi a spillo, di dimenarsi in preda all’orgasmo sul bacino di un altro uomo? Perché il gioco dei ruoli sessuali in questo contesto è così sottolineato? Cosa accomuna gli omosessuali e i travestiti con questi maschi le cui vite si sono probabilmente formate in piccole comunità in cui anche solo l’idea dell’omosessualità e del travestitismo è bandita?

I detenuti di Volterra hanno scelto di mostrare con orgoglio la propria condizione, addirittura spettacolarizzandola, e sottolineano così il punto di vista affatto particolare di cui godono e che consente loro di osservare il mondo con disincanto crudele. Il “potere” che è il bello di oggi, è quello che nega, rinchiude e inganna. Il “potere” determina la logica di funzionamento della “normalità” che necessariamente esclude e discrimina chi non vi aderisce. Ma l’escluso, o il recluso, o, ancora, il diverso, possiede la forza dello sguardo esterno, sa smascherare i meccanismi della perversione del potere che chi è “nel” potere non riesce a vedere.

Cosa significa per un detenuto del carcere di Volterra, vestirsi da donna? È rendere evidente e teatrale questa posizione di “esterno”. O forse esorcizzare il sacro ruolo del maschio. O più semplicemente divertirsi a evadere. E di divertimento, nei Pescecani ce n’è tanto! A partire dai testi, dal lavoro degli attori, dall’uso fatto delle canzoni famose in cui le parole rincorrono parodie degli originali spassose e crudeli, fino ai balletti. Assolutamente gay quello ballato da tre attori in pantaloni di pelle nera e petto nudo sulle note di “Freak out”: questi splendidi ballerini non avrebbero affatto sfigurato sul palcoscenico di una discoteca gay, checché ne possano pensare loro!

Le foto sono di Stefano Vaja

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I Pescecani ovvero quello che resta di Bertold Brecht
liberamente ispirato al teatro di Bertolt Brecht
testo e regia di Armando Punzo
costumi di Emanuela Dall’Aglio
scene Alessandro Marzetti
movimenti Pascale Piscina
assistente alla regia Laura Cleri
ricerche musicali e suono Barnaba Ponchielli
collaborazione artistica Stefano Cenci
collaborazione al progetto Luisa Raimondi
assistente volontaria agli allestimenti Paola Brunello

con la partecipazione straordinaria di :
Filarmonica Giacomo Puccini di Pomarance
gruppo musicale Ceramiche Lineari

con i detenuti attori della Compagnia della Fortezza :
Aniello Arena, Enrico Avarello, Saverio Barbera, Nicola Bello, Vito Calabrese, Placido Calderaro, Nicola Camarda, Luigi Cardellini, Prince Chucabuka, Riccardo Corvo, Giuseppe Di Cosola, Mimum El Barouni, Giuseppe Ficarri, Bruno Fruzzetti, Pietro Gagliardi, Franco Grillo, Jeffry Hoffmann, Roberto Illuminato, Fabio Lazzareschi, Antonino Linguanti, Vincenzo Lo Monaco, Massimo Maddaloni, Antonino Mammino, Enzo Mastropietro, Santolo Matrone, Maurizio Mazzei, Sebastiano Minichino, Sabino Mongelli, Vincenzo Monteleone, Matteo Monteseno, Rino Nappi, Giuseppe Pacifico, Domenico Pagano, Hans Peli, Costantino Petragallo, Othmane Rachdi, Adamo Salatino, Antonio Scarola, Giuseppe Serra, Gennaro Todisco, Nazareno Ubaldini, Giuliano Ventrice, Umberto Vittozzi, Mario Zidda

Musiche eseguite dal vivo Vincenzo Lo Monaco

Organizzazione generale Cinzia de Felice
Coordinamento Serena Scali
supervisione tecnica Carlo Gattai Fabio Giommarelli

Per informazioni: www.volterrateatro.it

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