Quella volta che Eugenio Montale celebrò la bellezza del danzatore russo, al di là dei pregiudizi

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A 120 anni esatti dalla nascita del poeta genovese un ritratto che ne restituisce tutta la potenza sentimentale ed estetica.

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Eugenio Montale nacque a Genova il 12 ottobre del 1896 ed è unanimemente riconosciuto come uno dei più fini intellettuali e poeti del ‘900. Per convenzione è considerato il più importante esponente dell’ermetismo italiano, sebbene manchi nella sua poetica una dichiarata velleità di chiusura e inaccessibilità al significato, tratto caratteristico di alcuni contemporanei come Luzi.

Certo, quando leggiamo una lirica di Montale non siamo al cospetto di un contenuto semplice e immediato, ma ciò è legato al fatto che, il più delle volte, non conosciamo il pretesto, l’esperienza che giustifichi e chiarisca il senso della poesia. Non è un caso che una delle più importanti raccolte, pubblicata per Einaudi nel 1939, si intitoli Le Occasioni: dietro ogni composizione si nasconde quella che Montale amava definire l’occasione spinta che lo portava a scrivere. Un motore letterario-esperienziale che, se conosciuto da chi fruisce, permette una chiara e precisissima comprensione del prodotto letterario.

Questa è forse una delle ragioni per le quali, negli anni, ci sono stati diversi fraintendimenti in ambito critico, anche da parte di quelle istituzioni che più di altre dovrebbero verificare fonti e interpretazioni. Nelle tracce di maturità del 2008 venne proposta una poesia dell’autore dal titolo “Ripenso il tuo sorriso”dedicata al danzatore russo naturalizzato francese Boris Kniaseff, carissimo amico del poeta. Ecco il testo:

Ripenso il tuo sorriso, ed è per me un’acqua limpida
scorta per avventura tra le pietraie d’un greto,
esiguo specchio in cui guardi un’ellera e i suoi corimbi;
e su tutto l’abbraccio di un bianco cielo quieto.

Codesto è il mio ricordo; non saprei dire, o lontano,
se dal tuo volto si esprime libera un’anima ingenua,
vero tu sei dei raminghi che il male del mondo estenua
e recano il loro soffrire con sé come un talismano.

Ma questo posso dirti, che la tua pensata effigie
sommerge i crucci estrosi in un’ondata di calma,
e che il tuo aspetto s’insinua nella memoria grigia
schietto come la cima di una giovane palma…

La consegna del Ministero, nonostante nella raccolta il testo sia accompagnato da una dedica a K. – elemento che avrebbe almeno dovuto spingere a una verifica – recitava queste parole: “Nella prima strofa il poeta esprime, in una serie di immagini simboliche, da una parte la sua visione della realtà e dall’alta il ruolo salvifico e consolatorio svolto dalla figura femminile”Una gaffe che all’epoca venne letta da alcuni come una banale svista, e da altri come un gesto ipocrita e bigotto. Chiariamo subito, Montale era sposato  – proprio alla moglie sono dedicati alcuni dei più bei componimenti – ma quella che sta portando avanti nella composizione è una riflessione lirica sul tema del ricordo e della bellezza, scevra di qualsiasi contaminazione da un punto di vista sessuale.

La rievocazione di un sorriso che si scaglia netto nella memoria del poeta è da interpretare come motivo di speranza e appiglio, nonostante non manchino versi cupi e angosciosi. Paradossale è il velo di pudore che spinse, non più di 8 anni fa, a fraintendere in maniera più o meno consapevole un approccio modernissimo nei confronti di un tema ancora oggi aperto, soprattuto se pensiamo che risale alla prima metà del ‘900.

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Montale era un intellettuale libero, al punto tale da potersi permettere argomentazioni e riflessioni potenzialmente scandalose. L’idea di bellezza, e il conseguente fascino di chi ne fruisce, è svincolato dal genere sessuale a cui la figura oggetto della contemplazione appartiene, tanto che, salvo pochi elementi della poesia, è difficile capire se il riferimento è a una figura maschile o femminile, ma poco importa. Poco importava ai fini della riflessione, ed era anche superfluo nell’espressione dell’ideale del poeta. Una visione per nulla banale e piena di consapevolezza, che ancora oggi può spaventare una certa fetta di menti perbeniste e benpensanti di cui il mondo è pieno.

Una piccola scheggia all’interno di una produzione sterminata che, a 120 anni esatti dalla nascita del poeta genovese, ci tocca come individui molto più di altre, per la sua contemporaneità e forza.

 

 

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