Il mondo dionisiaco di Filippo de Pisis

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"I partecipanti, che avrebbero dovuto essere tutti bellissimi, sarebbero stati coperti solo di gusci di granceola e i loro corpi decorati dallo stesso De Pisis".

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Luigi Filippo Tibertelli De Pisis nasce nel 1896 a Ferrara (dove i suoi avi, discendenti da un celebre capitano di ventura originario di Pisa, si erano trasferiti da secoli). Dopo gli svogliati studi in Lettere a Bologna, l’artista si trasferisce a Parigi dove conosce Manet e Corot e dove trascorrerà circa quattordici anni della sua vita. Con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, la malattia nervosa che sin da ragazzo lo tormentava si manifesta in modo clamoroso. Si spegne nella primavera del 1956.

Il suo stile malinconico e personale, in cui forme, colori e suoni creano un mondo variegato di suggestioni, è sublimato da un tratto pittorico spezzato, quasi sincopato. Un tratto che Eugenio Montale definì “a zampa di mosca”. Dipinge paesaggi urbani, nudi maschili, grandi mazzi di fiori e qualche ritratto: notissimo è quello dell’amico Mariano Rocchi del 1931, conservato presso il Museo del Novecento di Milano.

Inizia a scrivere poesie in adolescenza e nel 1916, grazie ai risparmi della madre, pubblica un volume di versi: i Canti della Croara. Nel 1923 pubblica l’articolo “Psicologia e l’arte narrativa in Italia”, accurata analisi dell’omoerotismo in letteratura (in cui cita Aldo Mieli, pioniere dell’attivismo LGBT italiano). Nelle sue Poesie (Vallecchi, 1953) include un piccolo gruppo di testi esplicitamente omosessuali, tratti dall’immaginario biblico-cristiano a cui attingeranno anche Pasolini, Testori e Bellezza.

Francesco Gnerre, nel suo libro cult “L’eroe negato” (Baldini & Castoldi, 2000), racconta le illusioni di De Pisis al termine della guerra, quando immaginava che la Liberazione avrebbe aperto le porte a un mondo pagano e dionisiaco: “Nel 1945, a Venezia, per solennizzare la Liberazione, De Pisis organizza nel suo studio una grande festa. I partecipanti che avrebbero dovuto essere tutti bellissimi, sarebbero stati coperti solo di gusci di granceola e i loro corpi decorati dallo stesso De Pisis. Tra gli invitati solo due donne, la scultrice Ida Cadorin e la critica d’arte Daria Guarnati. Dei tanti ragazzi che erano o erano stati i modelli di De Pisis, tutti invitati, egli ebbe l’idea poco diplomatica di scartarne uno. Questi andò a raccontare alla sezione comunista del quartiere che nello studio di De Pisis si stava preparando una grande orgia. Vestiti sommariamente, col corpo e il volto dipinti, i partecipanti alla festa vennero accompagnati in questura dai partigiani armati”.

Alcuni critici ritengono che l’artista sia stato un po’ ostracizzato in vita perché omosessuale. Si dice che il Gran Premio alla Biennale di Venezia del 1948, dove i suoi quadri ottennero un successo straordinario, gli sfuggì per un telegramma di troppo proveniente da Roma.

Da mercoledì 24 gennaio al MEF (Museo Ettore Fico) di Torino è aperta la mostra “Filippo de Pisis. Eclettico connoisseur fra pittura, musica e poesia”.

L’esposizione resterà aperta sino al 22 aprile e comprende circa 150 opere tra dipinti e disegni.

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