GAY, IN UN MODO DIVERSO

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Elmgreen e Dragset sono una coppia nella vita, e lavorano insieme come artisti. "Siamo lontani dai cliché gay" dicono in questa intervista intima. Mostre a Milano e Venezia.

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MILANO – Una Fiat Uno bianca sbuca da una voragine al centro dell’Ottagono della Galleria Vittorio Emanuele a Milano, rimorchiandosi dietro una roulotte. Se non fosse per questo dettaglio, che da all’immagine un ché di paradossale, si potrebbe pensare anche a un vero incidente, o a un attentato “pubblicitario” dell’omonima banda della Uno bianca. Si intitola invece Short Cut (foto accanto al titolo) ed è l’ultima installazione del duo scandinavo Michael Elmgreen (1961, Copenaghen) e Ingar Dragset (1969, Trondheim-Norvegia). Con questa “scorciatoia” (“short cut”, in inglese, dal sottosuolo alla superficie, dall’ombra alla luce, da dentro a fuori, dalle periferie al centro) inizia la nuova programmazione, a cura del Direttore artistico Massimiliano Gioni, della Fondazione Nicola Trussardi: a presiederla Beatrice Trussardi, la figlia dello stilista scomparso. I due artisti confidano in esclusiva a Gay.it alcuni aspetti essenziali e intimi della loro idea di arte e della loro vita in comune.

Quando ho visto per la prima volta il vostro trampolino davanti a una finestra aperta del Louisiana Museum in Danimarca ho pensato a… Judy Garland: “Somewhere over the rainbow, skies are blue“. Non è strano parlare di un’icona gay in relazione al vostro lavoro. Non c’è in effetti nessun “gay pride” in quello che fate, però le vostre opere spesso sembrano luoghi o occasioni in cui si possa essere felici, semplicemente, di essere gay: come nel padiglione che avete realizzato nella foresta di Marselborg (Cruising Pavillion), un luogo in cui poter fare “piacevoli” incontri occasionali in mezzo alla natura, o nelle opere in cui alludete all’incontro di due ragazzi.

Mi dite in che modo il vostro lavoro riflette una sensibilità e un estetica “gay”?

A volte succede, a volte no. Pensiamo che sia molto importante star lontani dai peggiori cliché gay, per questo ci siamo sforzati di lavorare su tematiche gay attraverso altri tipi di estetica, in un modo diverso. Alcuni critici e storici dell’arte ci hanno chiesto per esempio perché i nostri sono così spesso progetti di grandi dimensioni, installazioni che a loro sembrano troppo “macho” per essere “gay”; e questo solo perché non sono discrete o “camp”, o perché non utilizzano materiali delicati, leggeri. Ma categorizzare la relazione fra arte contemporanea e estetica gay in questi termini esprime di fatto una percezione omofobica della stessa identità gay. In questo senso gran parte della creatività gay ci sembra realmente conservatrice… è buffo vedere quanti membri di questa minoranza sembra abbiano ancora bisogno di seguire rigidamente gli stessi codici. Vai in qualsiasi club e respiri la stessa atmosfera, ti sembra di essere l’unico a non sentirti a tuo agio… E’ ovvio, quando la repressione sociale era più forte di quanto non lo sia oggi, era utile avere un codice in comune, così era più facile capire chi era gay e chi no. Oggi invece la repressione sembra venire dall’interno – l’ambizione di corrispondere a un ideale di perfezione fisica, nel puro stile boy-band, proprio come la maggior parte dei media gay rappresentano la sessualità dei gay o il loro stile di vita.

Oliviero Toscani, paradossalmente, sostiene sull’ultimo numero della rivista “Espresso” che addirittura i canoni standardizzati, artificiali della bellezza femminile stile “veline”, sono stati influenzati “dal paradosso del corpo perfetto della cultura gay”…

Questo è il motivo per cui, quando nelle nostre performance abbiamo coinvolto dei ragazzi, non li abbiamo cercati come quelli delle copertine delle riviste, torsi depilati e scolpiti, o per cui abbiamo mischiato, nel Cruising Pavilion, lo squallore delle dark-room con il “liscio” design scandinavo.

Però a volte usiamo volutamente i codici gay più diretti, come nella “scultura” in cui due paia di blue jeans di Calvin Klein sono abbandonati sul pavimento della galleria, come se due ragazzi, nel pieno dell’eccitazione, si fossero slacciati i pantaloni per appartarsi in un bagno (Occupied/Powerless Structures, N.d.R.)…un nuovo lavoro, un carrello che sembra appartenere a un barbone gay, ci ha permesso una riflessione sia sull’immagine stereotipata dei gay dei centri estetici e delle palestre di Chelsea sia sul barbaro sistema sanitario americano che ha mostrato tutta la sua crudeltà specialmente nel pieno dell’ondata dell’AIDS, e che ha lasciato allo sbaraglio ragazzi gay, poveri o senza reddito, ridotti a fare i barboni.

Infatti mi sembra nel vostro lavoro vi siate impegnati ad analizzare il potere esercitato dalle convenzioni e dalle regole, e che sentiate la necessità di “rompere”, in senso letterale e metaforico, queste convenzioni. Anche quelle gay, o quelle del mondo dell’arte. Eppure lasciate sempre spazio alla libertà individuale, senza una presa di posizione. I vostri muri o pavimenti distorti che diventano come dei tappeti volanti, o quel trampolino, verso un’altra dimensione (?), sono sempre vie di fuga. E’ per questo che avete scelto il termine “powerless ” (impotente) piuttosto che “powerful” (potente) in riferimento alle vostre sculture e installazioni?

“L’arte di una furtiva infiltrazione” (“The art of a sneaking infiltration”), come ha detto una volta l’artista Felix Gonzales Torres (uno dei più importanti artisti gay degli ultimi vent’anni, N.d.R.).

E’ sempre più facile intrattenere un dialogo se inizi con una dichiarazione di disponibilità piuttosto che con un pugno in faccia. Odiamo lo stile da dita negli occhi. Il titolo “Powerless Structures” deriva da una nostra lettura personale del filosofo francese Michel Foucault, che scrisse che le strutture non possono imporre nessun potere, e che esso dipende solo dal modo in cui noi interagiamo con esse. Il termine “struttura di potere” sarebbe fuorviante poiché ogni struttura può, almeno teoricamente, essere alterata o modificata in ogni momento. Le strutture socioculturali attuali esisteranno solo fino al momento in cui la maggioranza di noi le accetterà. Da questa intuizione siamo partiti, con l’idea di alterare inizialmente alcune delle condizioni spaziali fondamentali in cui dobbiamo vivere – distorcendo oggetti d’uso comune e ambienti domestici, sale espositive e spazi pubblici, e cambiando regole e meccanismi di controllo ereditati dal passato. La realtà è proprio tanto più vasta, e divertente, di quella rigida e standardizzata che ci è imposta tutti i giorni nelle nostre città o negli spazi della vita sociale, compresi la maggior parte dei musei d’arte contemporanea.

Più che in un museo ti sembra di essere Alice nel Paese delle meraviglie, tanto che lo spettatore non sa decidersi fra sogno e realtà quando si trova davanti a una vostra opera, a queste “strutture” bianche e immateriali che sprigionano un senso di u-topia…

Ma i tuoi sogni possono anche essere più reali delle decisioni del Presidente degli Stati uniti d’America! I tuoi desideri sono reali. La realtà è molto più del tuo lavoro o della tua famiglia, o di ciò che è scritto nei giornali o della tua tazza di caffè, o dell’etichetta che ti hanno affibbiato in quanto omosessuale. L’utopia è un mondo talmente meraviglioso e magico, specialmente nel modo in cui tu lo scrivi, con quel trattino tra u e topia: U-topia. Ma la storia ci ha anche insegnato che l’Utopia di qualcuno può facilmente trasformarsi nell’incubo per qualcun altro. E, come gay, come ci possiamo aspettare che si realizzi una qualunque Utopia? Molto tempo fa le interpretazioni dell’Utopia e le idee utopiche sono state fondate su immagini puramente eterosessuali di una società fittizia, perfetta. Con le nostre opere noi speriamo invece di poter contribuire all’espansione di ciò che è reale, della realtà che condividiamo con gli altri, e della definizione stessa di realtà – “just a little“.

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