Gay.it intervista Carlo Gabardini: risate, coming out e un libro

Dal libro appena stampato alla ricerca del fidanzato: “Pubblicate il mio numero di cell?”

Viviamo in un mondo in cui la velocità della comunicazione è ormai irrinunciabile. Grazie ad email, sms e tweet siamo collegati con il mondo intero alla velocità della luce. Ma ci sono luoghi che rimangono in una zona d’ombra e che questi strumenti tecnologici non possono raggiungere: il nostro intimo, il nostro vissuto, il nostro cuore.

È per questo che Carlo G. Gabardini, noto scrittore televisivo, mette da parte la velocità per riappropriarsi del memoir attraverso una lenta lettera a suo padre. Una lettera in cui, grazie alle memorie conservate nel suo diario personale, scrive al padre per scoprire sé stesso, le proprie verità.

“Fossi in te io insisterei. Lettera a mio padre sulla vita ancora da vivere” (Mondandori, 2015, 17 euro, 241 pgg), lettera al padre defunto che, vincendo ogni tabù sulla morte, diventa un inno alla vita da vivere, una presa di coscienza sul passato e un progetto per il futuro.

Una scrittura digressiva spensierata e ironica, che conquisterà il cuore di tutti e che, alla fine, non si dimostrerà tempo perso.

Lo abbiamo intervistato per voi.

Il tuo libro è “strapieno” di coming out, nel tentativo di sdoganare questo termine. La stampa da tempo lo utilizza in contesi estranei al mondo LGBTQI, cambiandone uso e significato. Quanto è importante fare coming out nella vita quotidiana di tutti e tutte? Ha valore politico?

È importantissimo! E ha assolutamente valore politico. Politico nel senso di polis, della comunità, perché il coming out funziona solo se qualcuno ti ascolta. Ma non è solo dirlo ai propri genitori, ai propri fratelli, perché bisogna dirlo prima a sé stessi. Ma poi è anche un atto di onestà intellettuale, di dire quello che sei. Parlo di ogni tipo di coming out. Non sono esattamente d’accordo che la stampa lo usi a sproposito: semmai la stampa non conosce la differenza tra coming out e outing. Diciamo una volta per tutte che outing è la delazione e il coming out è il parlare di sé stessi. È un atto politico con cui ci si riappropria di sé stessi. Non so se parlarne in senso strettamente politico, ma ne parlo anche nel libro con la “Parabola dei talenti”, quindi ha addirittura un significato cristiano: noi dobbiamo mettere a frutto il nostro talento, non dobbiamo restituirlo intatto. Il talento lo metti a frutto se prima lo conosci e poi lo fai conoscere al mondo: in questo senso ha valore politico.

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Parlando a tuo padre, fai coming out sulla paternità. A chi parla di figli sintetici, di genitorialità di serie B o malate, cosa vogenitorialitàPensi di poter essere un buon padre, anche in virtù degli insegnamenti assorbiti da tuo padre?

Non lo so. Io parlo a mio padre di paternità, ma dovendolo quasi salutare, ammazzarlo nel senso Freudiano del termine, io smetto di essergli figlio ed è l’unico modo per diventare forse padre a mia volta. Però solo a questo punto qua. In questo momento non mi preoccupa l’assenza della legge, la possibilità o meno di avere figli, la legge sul matrimonio e anche la questione che ci si pone sul fatto che un bimbo debba avere un padre e una madre, ma ho paura e dichiaro questa cosa. La paura è importantissimo ammetterla, perché se non la ammetti si ingigantisce. La paura va compresa, nel senso di presa con. Io ho paura di essere un padre infinitamente inferiore al mio e quindi questa cosa mi frena; è vero che, nel momento in cui con questa lettera riesco a scindere la sua voce dalla mia, a dargli un suo luogo, a dividerci e, quindi, a riprendere realmente il dialogo –ognuno può avere un dialogo con un’altra persona solo se è realmente un’altra persona e non sé stesso -, allora a quel punto posso iniziare a pensare di diventare padre. Inoltre sono single, ci tengo molto a dirlo (ride, ndr), soprattutto a Gay.it, e potrei anche lasciare il mio numero di telefono, forse.

Dopo aver girato il video virale “La marmellata e la nutella”, sei stato uno dei primi testimonial ad aderire a “Le cose cambiano a Roma”, progetto rivolto alle scuole e promosso da Roma Capitale contro il bullismo trans-omofobico. Questi progetti sono osteggiati da movimenti contro la fantomatica e inesistente “Ideologia del gender”. In che modo si possono combattere questi movimenti che vorrebbero legalizzata l’omofobia e quanto è importante cambiare la società attraverso l’ironia e la sconfitta del pietismo?

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Sulla questione dell’omofobia è importante ricordare che lo Stato, che dovrebbe punire gli omofobi, è il primo omofobo. Io sono un cittadino di serie B perché lo ha scelto lo Stato ed effettivamente non posso sposare chi amo, effettivamente non posso avere dei figli con chi amo e quindi mi riesce difficile vedere uno Stato che addita quelli che sono omofobi, quando in realtà parte tutto da lui. Perché se ci fossero le leggi, queste persone rimarrebbero semplicemente persone che dicono cose contrarie alle leggi e anche un po’ folli.

Io penso due cose: una che è il motivo della mia lettera a Repubblica ed è il recupero della gioia. Essere gay è bellissimo! Non è un problema, non è una malattia, non è una questione per la quale arrovellarsi. Mi infastidisco quando vedo i video contro l’omofobia pieni di cappi, di bambini che si ammazzano. Non credo che sia quelli il modo per comunicarci, noi. Ma credo che invece sia il recupero della gioia, il recupero della bellezza, della normalità. Quindi è anche importante la testimonianza di chi vive questo.

L’altra cosa che penso è che gli omofobi stiano male. Se c’è qualcuno che è malato io penso che siano loro. Li vedo come dei poverini e mi viene anche voglia di abbracciarli in alcuni momenti. Il loro problema dalla mattina alla sera è che ci siano due persone che si amano e che si tengono per mano. Ripeto, la legge deve essere uguale per tutti. Questo centellinare i diritti porta all’omofobia. Però, parlando per strada, pur resistendo delle grosse sacche di omofobia, mi sembra che la popolazione sia anni luce rispetto ai nostri politici. I nostri politici sono un manipolo di cattolici che vogliono superare a destra il Papa! Mi sembra un po’ troppo! Non stanno bene, dobbiamo aiutarli gli omofobi.

Più o meno in questo periodo, in Parlamento si sta discutendo di Unioni Civili.

Ah, sì? Mi stai dando una notizia! Più o meno è dal ’91. Ma, come dico nel mio libro, a me di vivere più o meno non interessa più! Basta! Voglio iniziare a vivere. Tutto ciò ti impone l’attesa. Basta. Farla. Ora.

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Ma i cattolici vorrebbero un ritorno alla famiglia patriarcale, con il padre padrone e la sposa sottomessa, con una forte componente genitale e riproduttiva piuttosto che affettiva. La tua famiglia, però, è ed è stata tenerezza. La tenerezza è un valore che va recuperato?

Mi sembra quasi Pasoliniana questa domanda. Devo essere onesto: non penso che la società stia affermando la famiglia patriarcale. Io parlo di assenza di padre e penso che non ci sia più quel tipo di famiglia. Però parlo molto di famiglia perché da lì vengo e quello voglio, la desidero e la metto anche tra i motivi della mia personale omofobia interiorizzata. Perché io avevo paura di essere infelice: il progetto di vita omosessuale non ci viene mai mostrato come possibile e nemmeno come felice! Sempre un brutto surrogato che si deve svolgere possibilmente al buio di una stanza lontana dal centro. Questo è il problema. Anche tutto il meccanismo della lettera a mio padre è proprio questo: io sogno di essere come mio padre, accanto a mia moglie, con quattro figli nella station wagon, ma poi arrivo ad un certo punto a dire che sì, certo, io voglio quello, quello che aveva mio padre, ma al mio fianco ci sarà la persona che amo, al mio fianco ci sarà un uomo, poi ci saranno quattro bambini e la macchina la guiderà lui perché io non ho nemmeno la patente. Anche fare “Marmellata e Nutella” è essere avvocato come mio padre, ma con gli strumenti che conosco io, cioè raccontare delle storie, senza andare in un’aula di tribunale. In questo modo porto mio padre dentro la mia storia e continuo a portarlo dentro di me. Non diventando la brutta copia di mio padre, cioè mettendomi a fianco una persona che non amo giusto perché ha la station wagon. Non voglio essere un self-made man, voglio essere fatto da qualcuno, da mio padre.

di Marco Mancini