GAY, MORTI AMMAZZATI

Ne parla Andrea Pini nel libro "Omocidi". In questa intervista raccomanda: "Attenti ai prostituti di strada". E traccia l’identikit dei gay a rischio.

"Sono quei gay che non accettano il proprio desiderio omoerotico, ma nello stesso tempo non possono farne a meno, i soggetti più a rischio di aggressioni che possono arrivare fino all’estremo atto dell’omicidio". Ad affermarlo è Andrea Pini autore di una ricerca sugli omicidi anti gay (e non gli "omicidi gay", termine ambiguamente utilizzato dai media) in Italia negli ultimi dieci anni, i cui risultati vengono ora pubblicati nel libro "Omocidi. Gli omosessuali uccisi in Italia" (Stampa Alternativa, maggio 2002 – € 9.50). Un’analisi dei 111 casi di uomini omosessuali assassinati in Italia dal 1990 al 2001: un numero considerevole, che desta riflessioni preoccupanti se si pensa che ben 31 di questi omicidi sono stati commessi nel Lazio (e soprattutto nella capitale).

Il libro, partendo da un’analisi storica del fenomeno passa in rassegna i casi più noti, come quello dello storico dell’arte Winkelmann o quelli di Pasolini e Versace, ma anche l’omicidio Lavorini o il mai del tutto chiarito caso della giovane coppia di Giarre (che ha "provocato" la nascita di Arcigay, nel 1980); la descrizione di molti casi è arricchita di delicate testimonianze di fidanzati, amici e sopravvissuti.

Andrea Pini, nato a La Spezia nel 1955, vive e lavora a Roma, dove insegna nella Scuola Secondaria. Milita nel movimento gay dal 1979, è tra i fondatori del Circolo Mario Mieli, poi in Arcigay nazionale, collaboratore per le riviste gay Lambda, Babilonia, Pride e per Diario. "Omicidi" è la sua prima pubblicazione. A lui abbiamo rivolto alcune domande sulla sua indagine.

Andrea, credi che si possa parlare di "categoria a rischio omicidi" per gli omosessuali in Italia? I dati raccolti nel tuo libro indicano che sono una delle categorie più colpite?

Non esattamente. È certo che esiste un gruppo di gay a rischio per gli omicidi: sono quei gay poco risolti dal punto di vista dell’identità profonda e dell’immagine sociale, spesso con una doppia esistenza, di giorno vogliono apparire etero, la notte si trasformano in cacciatori di maschi. Chi vive così sdoppiata la propria identità è perché non accetta il proprio desiderio omoerotico, ma nello stesso tempo non può farne a meno. Queste persone sono a rischio perché spesso non sanno valutare i pericoli. Cercano perlopiù un giovane "normale", che incarna un ideale erotico in via di superamento, quello del macho genuino ed elementare, etero ma disponibile al sesso gay, oggi in parte rappresentato da giovani marginali, extracomunitari, sbandati. È dall’incontro di queste due realtà di "disadattati" che nasce la possibilità alta di aggressioni fino all’estremo atto dell’omicidio. Nel mio libro cerco di dimostrare che il contesto appena descritto non è casuale, ma frutto di una condanna sociale dell’omosessualità che ancora è ben radicata sia in Italia che nei Paesi europei, in particolare quelli dell’Est.

Che percentuale di casi risolti si ha? Ti sembra che sia una percentuale omogenea rispetto a omicidi verso altre categorie?

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In Italia è stato risolto il 54% dei 111 casi da me esaminati, riferiti al periodo 1990-2001. Non è una percentuale bassa, ritengono gli inquirenti, dato che la maggior parte degli omicidi avviene in condizioni di totale clandestinità. Bisogna anche dire però che studi riguardanti Parigi ed Amsterdam indicano percentuali di casi risolti ben maggiori, oltre l’80%. In ogni modo questi dati sfatano un luogo comune molto radicato, che i delitti anti gay non vengono mai risolti.

E quale ti sembra che sia stato e sia ora l’atteggiamento della forza pubblica nel trattare e risolvere questi casi?

L’atteggiamento degli investigatori e della magistratura si è certamente evoluto in quest’ultimo decennio. Ad esempio sia a Roma che a Milano vi sono state e vi sono forme di collaborazione e di riconoscimento reciproco tra questure ed organizzazioni gay, cosa che facilita il superamento del pregiudizio in parte ancora presente. Nel mio lavoro comunque ho incontrato funzionari della Polizia corretti e culturalmente aperti.

Ti sei imbattuto in qualche caso che per qualche motivo ritieni esemplare o particolarmente scioccante?

Moltissimi sono i casi con aspetti inquietanti o commoventi per le reazioni che hanno suscitato. Come ad esempio l’omicidio di Filadelfo Innao, avvenuto a Lentini (Siracusa) nel 1991. Il giovane 25enne, parrucchiere stimato e conosciuto come gay da tutto il paese, fu ammazzato dal figlio 17enne del suo ex amante, che invocò il delitto d’onore! Ma tutto il paese si strinse attorno alla famiglia di Filadelfo e le due sorelle, che poi parteciparono anche ad un congresso dell’Arcigay, si sono costituite parti civili al processo. Non è facile che le famiglie delle vittime assumano responsabilità pubbliche per difendere la memoria del congiunto, anzi nella maggior parte dei casi rifiutano di accettare l’omosessualità del parente ucciso. Un caso limite è quello di Bruno Cosolo, 50 anni, tecnico della Telecom, ucciso all’inizio dell’aprile del 2000 a Trieste, la sua città. Bruno è morto in un modo atroce, filmando inconsapevolmente il proprio omicidio con una telecamera che, come d’abitudine, aveva nascosto una telecamera sotto la Tv per riprendere i suoi incontri erotici, permettendo così, in modo involontario, di far arrestare i propri assassini: ucciso con un coltello da cucina da due marinai egiziani, subito dopo che la vittima aveva avuto un rapporto sessuale con un terzo marinaio loro amico. Il filmato li ritrae mentre erano tutti e tre a guardare un video porno insieme a Cosolo, seduti sul divano di casa, in un’atmosfera tranquilla e scherzosa; poi due marinai escono dall’inquadratura (e anche dalla stanza) mentre l’occhio della ripresa filma un rapporto orale tra Bruno e uno di loro, Ibrahim. A quel punto ricompaiono gli altri due, Bruno comincia ad avere una faccia preoccupata, loro gli girano intorno e scambiano uno sguardo d’intesa con Ibrahim. All’improvviso uno di loro tira fuori un grande coltello che stava in cucina, e colpisce furiosamente Cosolo. Interviene anche il secondo marinaio in aiuto del primo, mentre la vittima grida, si divincola, e poi crolla a terra in un lago di sangue. I tre marinai assassini sono fuggiti, con gli abiti sporchi di sangue, senza neanche provare a cancellare qualche traccia, abbandonando il coltello e dimenticando il passaporto di uno dei tre. Sono stati arrestati poche ore dopo: sono stati poi condannati nel marzo del 2001 a 16 anni di carcere ciascuno.

Esistono dei comportamenti da adottare da parte dei gay per rendere più "sicura" la propria vita?

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Direi proprio di sì. Evitare accuratamente i prostituti di strada, rivolgersi a quelli che mettono annunci a pagamento, molto più professionali e generalmente gay. Se proprio si ama il rischio e si vuole rimorchiare l’ultimo extracomunitario appena sbarcato, è bene informare un amico del proprio incontro, telefonargli di fronte al rimorchiato e dargli elementi di riconoscimento. E ancora evitare qualsiasi ostentazione di ricchezza, portarlo in un albergo e non a casa, non fare richieste sessuali che non siano state prima pattuite con chiarezza. Essere gentili ma non porsi in atteggiamenti di inferiorità. Ma tutte queste raccomandazioni di buon senso possono funzionare solo per chi ama se stesso e tiene alla propria incolumità. Sappiamo invece che un numero enorme di gay ancora non si accetta, ha interiorizzato l’odio verso l’omosessualità ed ha più paura del giudizio della gente che del possibile massacratore. Per questo non bastano i consigli ma è necessaria una responsabilizzazione di tutte le istituzioni: forze dell’ordine, enti locali, sindacati, il mondo della scuola, le famiglie, fino ai rappresentanti politici di più alto livello. Il nostro nemico più potente è il giudizio negativo della società, è il cambiamento culturale quello cui dobbiamo puntare.

Andrea Pini
Omocidi. Gli omosessuali uccisi in Italia
Stampa Alternativa, maggio 2002 – € 9.50