Olocausto gay: il paragrafo 175, che condannò migliaia di omosessuali

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"Dobbiamo sterminare queste persone fino alla radice. Non possiamo permettere tale pericolo per il paese; l'omosessualità deve essere del tutto eliminata".

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Per il mondo omosessuale la Giornata della Memoria assume un valore tutt’altro che scontato: non si tratta semplicemente di ricordare la persecuzione subita da milioni di ebrei – come troppo spesso viene meccanicamente semplificato dall’opinione pubblica. All’interno dei campi di concentramento furono molte le minoranze a essere colpite, e il mondo LGBT fu proprio tra queste. Se il mainstream lo dimentica, dobbiamo essere noi i fedeli custodi di quel ricordo, e rompere l’incantesimo di un meccanismo fisiologico ma crudele a cui spesso la natura umana va incontro: l’eccesso di semplificazione.

 

Nei servizi televisivi e negli articoli di giornale di questi giorni, le minoranze perseguitate dal nazifascismo sono un “anche” della storia: “Oltre agli ebrei furono uccisi anche migliaia di omosessuali, rom, disabili…”, là dove un elenco di categorie non risponde certo alla necessità del ricordo, imperativo che la Giornata della Memoria ha il dovere di imporre alle nostre coscienze.

Se infatti possiamo dire di conoscere aneddoti e numeri inerenti la persecuzione degli ebrei, non possiamo dire altrettanto della tragedia che ha toccato tutte le minoranze, che si sono dimostrate tali anche nella persecuzione, e perciò trascurate nel processo di analisi storica.

Oggi tali minoranze rimangono un lungo elenco privo di spessore, appunto, ma non lo erano all’epoca delle persecuzioni: Dobbiamo sterminare queste persone fino alla radice. Non possiamo permettere tale pericolo per il paese; l’omosessualità deve essere del tutto eliminata“. Sono parole attribuite al capo delle SS Heinrich Himmler, che ci permettono di capire la volontà subdola di colpire il mondo omosessuale in quanto tale, fino ad estirparlo dalla faccia della terra. Né più né meno del progetto di annientamento sistematico perpetrato nei confronti degli ebrei.

Un discorso del genere può essere spiegato solo alla luce della particolare condizione vissuta dagli omosessuali nella Germania dei primissimi anni ’30: un vero paradiso in terra, un paese di Bengodi dove non solo si era tollerati, ma si potevano vivere con una certa serenità le proprie inclinazioni sessuali. Esistevano bar, associazioni culturali e riviste specializzate, che attiravano la comunità LGBT da tutta Europa e non solo. Un luogo progredito in cui si era accettati molto più che nel resto del mondo.

Anche se l’omosessualità era illegale ai sensi del Paragrafo 175 del codice penale tedesco, prima del Terzo Reich raramente fu applicato, tanto che i deputati del Reichstag furono più volte sul punto di fissarne l’abrogazione. Un’era di libertà sembrava davvero possibile.

Appena un mese dopo la sua elezione, Hitler stesso mise fuori legge le organizzazioni omosessuali e chiuse bar e associazioni gay. Furono bruciati persino molti volumi della vasta biblioteca di Scienze Sessuali, in quanto reputati letteratura degenerata, e alla fine del 1933 i primi condannati furono deportati nei campi di concentramento.

Un documentario di pochi anni fa, dal titolo Paragraph 175, raccoglie alcune delle (pochissime) storie giunte fino a noi riguardo i perseguitati per motivi sessuali. La condizione di queste persone non fu facile neppure dopo la caduta del Reich: in quanto omosessuali subirono discriminazioni (nella migliore delle circostanze) o vere e proprie persecuzioni anche con gli Alleati. Alcuni uscirono dai campi di concentramento per essere nuovamente portati in prigione o processati. Un dramma senza fine che ha reso molto complicato reperire dati e storie sulle migliaia di uomini e donne coinvolti.

A questa difficoltà bisogna aggiungere che non sempre chi fu perseguitato con l’accusa di essere omosessuale, lo fosse davvero. Bastava uno sguardo frainteso o atteggiamenti equivoci per essere tacciati di omosessualità e quindi spediti nei campi, ma non necessariamente ciò significava che uno fosse realmente gay.

Nonostante le evidenti criticità a reperire informazioni – e convincere i protagonisti a raccontare la propria dolorosissima storia -, gli autori del documentario sono riusciti a raccogliere alcune testimonianze davvero toccanti, illuminando il cono d’ombra in cui a lungo sono rimaste relegate tali vicende.

Come la storia di Gad Beck, all’epoca giovanissimo studente gay ebreo innamorato del proprio insegnante di educazione fisica. Nel documentario racconta del primo rapporto avuto con lui sotto le docce di scuola alla fine di un allenamento, e del coming out fatto il giorno stesso alla propria madre. I genitori accettarono la sua omosessualità, ma si disperarono per la condizione di ebreo e omosessuale in un’epoca di persecuzioni. E infatti i drammi non tardarono ad arrivare: diversi dei suoi amanti furono presi dalle SS naziste e trasferiti nei campi di concentramento.

Lui riuscì più volte a salvarsi, fingendo persino di appartenere alla Gioventù Hitleriana per salvare da un campo di concentramento il suo compagno Manfred. Incredibilmente, questo pericolosissimo piano ebbe successo, ma abbandonando il campo verso la libertà, Manfred gli confessò di non poter lasciare la propria famiglia e decise quindi di rientrare. Beck lo osservò impotente. Non lo vide mai più.

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