GAY SENZA DIRLO

Due storie opposte. In ‘The Master’ Tóibín traccia l’incapacità di Henry James di vivere la propria sessualità. Burroughs, serenamente gay, racconta la sua lotta contro l’alcol in ‘Dry’.

Colm Tóibín
The Master
Fazi editore
368 pagine, 15 euro

Una narrazione delicata e perennemente in bilico caratterizza l’ultimo romanzo di Colm Tóibín incentrato sulla figura dello scrittore americano trapiantato in Inghilterra Henry James. in “The Master” Tóibín sembra sposare la tesi della segreta e mai pienamente vissuta omosessualità di James, seguendo il filo degli avvenimenti che si susseguono nei quattro anni della vita del romanziere che vanno dal 1895 al 1899, ma concedendo ampio spazio a parentesi che riguardano la sua infanzia e la sua giovinezza. Ne emerge il ritratto di un uomo condannato dalla propria codardia a una vita tiepida che lo metta al riparo da ogni rischio anche a costo di rinunciare a qualsiasi gioia.
“The Master” si apre con il disastroso debutto di Guy Domville, il dramma in cui Henry James aveva riposto tutte le sue speranze di successo come commediografo e con cui desiderava oscurare la notorietà dilagante che le opere di Oscar Wilde riscuotevano in tutti i teatri londinesi. La sottile rivalità che James segretamente nutre da lontano per l’eccentrico autore del Ritratto di Dorian Gray e che riesce a non incontrare mai sembra mettere in evidenza la distanza che separa i due uomini: entrambi innamorati del loro lavoro e del fascino maschile, sono però infinitamente differenti sia nell’approccio all’amore omosessuale (sfrontato in Wilde, completamente negato in James) sia nello stile di scrittura (assistendo a una replica di Un marito ideale Henry James non fa altro che annoiarsi per quello che lui giudica essere un’opera “rozza, volgare, superficiale e mal riuscita”). È curioso come Tóibín ricostruisce il rapporto a distanza che lega i due uomini attraverso i resoconti che i soliti ben informati del mondo della borghesia londinese fanno sui pettegolezzi che circolano nell’ambiente: storie ricche di particolari nel caso di Wilde intorno al quale proprio in quegli anni si andava alimentando lo scandalo che lo avrebbe portato fino al carcere; quasi inesistenti al contrario su Henry James che per non alimentare alcun pettegolezzo si nega persino a veri rapporti di amicizia.
Forse spinto anche dalla vergogna che prova dopo il fiasco della sua opera, James decide di allontanarsi da Londra e di rifugiarsi in campagna. Si ritira così nella cittadina di Rye, non lontano dalla Manica, dove accoglie visitatori e ospiti che giungono di tanto in tanto anche da lontano. E che ricostruiscono alcuni importanti frammenti della vita di James, come fa l’amico di infanzia Oliver Wendell Holmes per il quale aveva provato un indicibile turbamento condividendo il letto durante una indimenticabile estate in compagnia della cugina Minny Temple. È lui che nella confessione che compie seduto sulla terrazza della casa a Rye accusa James di aver ignorato le preghiere che Minny Temple gli rivolgeva discretamente affinché lui la portasse con sé nei suoi viaggi in Italia e si occupasse di lei già gravemente malata. “Un inverno a Roma avrebbe potuto salvarle la vita”: un’accusa questa con cui James non riesce a fare i conti, evidentemente turbato dalla realtà che cela. Ma l’impossibilità di affezionarsi a una donna si rivela in maniera innegabilmente vivida quando James conosce il giovane scultore Hendrik C. Andersen per il quale prova un’attrazione e un affetto che non è in grado di confessare.
Attraverso la storia personale di Henry James intrecciata con le trame delle sue composizioni, Tóibín compone un ritratto cupo di un uomo che si costringe alla lontananza da se stesso rinunciando a quanto di più prezioso la vita possa offrigli. “A volte sentiva di vivere come se la sua vita appartenesse a qualcun altro” scrive Tóibín tratteggiando l’atteggiamento freddo e auto-protettivo con cui James accoglie anche le vicende più toccanti e intime. Un atteggiamento nel quale molti uomini che vivono con difficoltà la propria sessualità potrebbero riconoscersi. Anche lo stile di Tóibín è funzionale a rendere lo stato d’animo del protagonista, mai travolto da alcuna passione o deciso a tuffarsi negli eventi; cosa che rende a tratti la lettura un po’ appesantita da una assenza di azione e dalla contorta introspezione reiterata.

Leggi   Salento Rainbow Film Fest 2019, il programma ufficiale

Augusten Burroughs
Dry
Alet edizioni
304 pagine, 17 euro

È lecito parlare di letteratura gay in riferimento a Dry di Augusten Burroughs? Certo, l’autore è omosessuale e nel libro, scritto in forma autobiografica, non cela affatto questo aspetto, anzi le relazioni del protagonista con gli uomini hanno un’influenza sostanziale. Tuttavia il fatto che chi racconta sia gay è puramente accidentale; nulla cambierebbe se fosse etero. In questo Burroughs traduce – ed è solo un corollario della sua riuscita opera – la “normalizzazione” dell’omosessualità avvenuta almeno in certi strati della cultura statunitense, e probabilmente della sua società. Al centro della vicenda c’è invece il rapporto dell’autore-protagonista con l’alcol, del quale è dipendente in maniera patologica. E chi non ha una dipendenza dalla quale cerca di liberarsi, magari senza ricorrere, come fa Augusten, al ricovero in un istituto appositamente organizzato per persone gay e lesbiche?
Burroughs è un genio della pubblicità che vive e lavora a New York. Evidentemente sa come catturare l’attenzione del pubblico, come far passare dei messaggi anche senza enunciarli apertamente. Con una prosa talmente scorrevole e piana da indurre a non interrompere mai la lettura, colora con astuzia i suoi racconti, tutt’altro che comici, di ironia e leggerezza. Così narra con un distacco quasi divertito anche il giorno in cui l’azienda per cui lavora, stanca di vederlo arrivare agli appuntamenti – nei rari casi in cui riesce a non saltarli – in ritardo e avvolto da uno sgradevole odore alcolico, gli impone di ricoverarsi in un centro di riabilitazione. E allo stesso modo affronta argomenti ancor più pesanti come la relazione controversa che lo lega a Pighead, il suo miglior amico sieropositivo verso cui nutre un amore di cui si obbliga a tacere persino a se stesso.
Dry conquista tanto per il tono con cui è scritto quanto per la forza del messaggio umano che ne scaturisce: la lotta di Augusten contro la dipendenza del bere seguirà un altalenante percorso in cui ognuno può scorgere parte delle proprie debolezze messe a nudo in maniera toccante e a tratti persino divertente.

Clicca qui per discutere di questo argomento nel forum Salotto Culturale