Il gergo gay: ecco perché si parla al femminile o nel sud si usa la “e” chiusa

Ecco il gergo gay: intervista a Daniel De Lucia, linguista, studioso di “linguistica lavanda”

Daniel De Lucia, abruzzese, trentadue anni, è un linguista italiano, il primo ad aver studiato in Italia, la “linguistica lavanda” e cioè il cosiddetto “gergo gay” con la sua tesi di dottorato intitolata “Il gergo queer nell’italiano novecentesco e contemporaneo tra gergalizzazione e degergalizzazione”, con cui ha conseguito il Premio Maria Baiocchi 2013, dedicato alle tesi di laurea e dottorato che evidenziano argomenti e prospettive innovative in ambito LGBT. La premiazione al lavoro immane fatto da Daniel (la tesi conta oltre 500 pagine!) è avvenuta nell’Ateneo romano de La Sapienza. Lo abbiamo intervistato per saperne di più.

 

daniel-de-luciaDaniel, tu hai pubblicato questo voluminoso libro dal titolo “il gergo gay”, frutto dei tuoi studi. Ce lo presenti? Di cosa parli nel tuo libro?

Ho portato in Italia un filone di studi ignoto a linguisti italiani, quella che in inglese si chiama e io ho tradotto alla lettera, la “linguistica lavanda“. Finora gli accademici italiani parlavano solo di linguistica femminista: la “linguistica lavanda” si aggancia sì per molti aspetti alla linguistica femminista, ma evolve prospettive totalmente nuove distaccandosi per molti aspetti, raffinando alcune tesi della linguistica femminista ma cestinandone anche tante altre. La linguistica lavanda studia quindi sì come lingua modula il genere ma includendo varianti come l’orientamento sessuale e l’identità di genere.

Tu quindi, se non sbaglio, ti sei proposto l’obiettivo di leggere il gergo utilizzato dalla minoranza lgbt italiana e di analizzarlo?

Ho deciso di specializzarmi in sociolinguistica e quindi ho parlato di gergo gay: ad esempio nel gergo gay la parola “orso” indica tutt’altro rispetto al suo significato nella lingua comune e come questi ci sono altri mille esempi che ho provato a riassumere nel dizionario / glossario di gergo gay che voi avete pubblicato.

Sei il primo ad aver proposto questo filone di studi in Italia?

Sì, ho anche vinto il premio Maria Baiocchi 2013 del Di Gay Project di Roma proprio perché nessuno a livello accademico conosceva questo filone di studi.

Esiste da anni nella comunità gay maschile un gergo tutto al femminile. Hai studiato anche questo? Secondo te sta scomparendo via via che l’ambiente intorno a noi è più accogliente?

Molto ho dedicato al “gender bender” di cui ti riferisci. Sì, ne sono convinto ma non perché c’è qualcosa di esterno a cambiare, ma perché siamo noi ad evolvere una percezione altra di noi stessi. Nella percezione di noi stessi, in questa evoluzione di noi stessi, abbiamo distinto l’orientamento sessuale dall’identità di genere quindi la pratica è rimasta alle sole persone transessuali da uomo a donna, diventando peculiare.

Era quindi una sorta di “gergo di difesa”?

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Sì, certo. Il gergo nasce per non farsi capire: anche quello gay ha questa matrice generica. Non voglio dire ad esempio che sono andato con uno che a letto ci sapeva fare e dirò che sono stata con una che era “una zoccolona”. Ma nel gergo gay c’è anche altro: c’è tantissima ironia che è diventata una cultura gay robusta, antropologicamente parlando. All’interno del gergo gay italiano esiste poi anche un fattore generazionale marcato. Ad esempio gay adolescenti scrivono la H finale alla parola Passiva (Passivah) Questo però non rende il lemma incomprensibile ad altri lettori gay del lemma gergale perché capiscono il contesto originario di riferimento.

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Non era ed è ancora, nonostante tutto, un modo per esorcizzare la propria differenza?

Sì, esorcizzare sì, ma essendo un linguista io, ti parlo di altre dinamiche più tecniche che si agganciano ad altri gerghi con i loro modus operandi: il gergo gay si sta quindi degergalizzando (si pensi al cinema, alla letteratura) ed è il gergo omofobo che si sta rafforzando, perché per forza di cose molti diranno ‘frocio’ e ‘ricchione’ non più pubblicamente ma appunto clandestinamente. Certo in Nigeria, dove c’è un’omofobia dilagante, non si può parlare di degergalizzazione gay: però non è questione di anni, sono prospettive calcolate a lungo raggio e la particolarità nostra è che il gergo si tramanda nei luoghi di incontro, non lo si apprende in famiglia come accade col dialetto che è una lingua a tutti gli effetti,… i battuage in primis, poi è stata l’arte, ora sono chat e associazionismo. I contesti ci sono ma il modus operandi non è più clandestino come avviene ancora ad esempio con il gergo malavitoso o quello dei tossicodipendenti.

Quindi si è sviluppato un gergo gay proprio come un dialetto… un dialetto in una terra occupata da stranieri.

Tecnicamente non posso dire questo, da professionista intendo, perché il dialetto resta una lingua mentre il gergo è un mix di parole prese da dialetto tanto quanto da lingua, ma l’immagine sociolinguistica, quella di chi vive ai margini di una cultura e una società normativizzata, è quella. Il dialetto quindi è una lingua a tutti gli effetti, il gergo è qualcosa di meno ma ha una presa ancora più forte.

fantabulosa-polari-slangùFacci altri esempi…

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L’esempio per eccellenza è il cosiddetto “polari“, il “gergo gay” inglese. Il sud Italia fu il primo stato a depenalizzare l’omosessualità al mondo, allora da noi venivano in tanti dal Nord Europa per essere liberi. Così, la comunità gay a Londra ha sviluppato un gergo basato su un italiano maccheronico per parlare tra di loro e questo fu gergo gay britannico tanto che l’emittente inglese Bbc ci fece anche servizi e quindi si degergalizzò. La cosa straordinaria è che tu potevi andare nel Regno Unito, fino agli anni ’60, e se parlavi in italiano i gay più o meno ti capivano, perché era simile al loro “gergo”. Oppure se vai nel Sud Africa dell’apartheid, i gay bianchi parlavano un gergo diverso dai gay neri: erano infatti divisi fisicamente tra di loro e divisi dal resto del mondo, quindi evolsero dinamiche distanti per cui una stessa società aveva due gerghi gay diversi.

Ci sono casi in cui un gergo gay è riuscito a imporre parole alla lingua madre?

È impossibile nel senso in cui tu intendi. Arrivano parole sì che poi però vengono risemantizzate a modo loro. I gerghi prendono dalle lingue e le rivoluzionano ma può accadere in maniera parziale. Ad esempio oggi in Italia in tanti dicono outing, ma dovrebbero dire coming out, quindi il gergo ha dato un contributo ma la lingua lo ha riassorbito con una semantica diversa.

Come te lo spieghi questo continuo errore?

Io sono un linguista, qui ti parlo da professionista, non da militante gay. Non posso dire che è un “errore”: è anzi ottimo che ci sia contaminazione linguistica, riassestamento semantico continuo. Paradossalmente, ad esempio, chi ha lanciato la parola “gender” per dire cose che sono tutte queer, ha fatto una bella cosa perché ha spinto alla contaminazione e quindi al confronto: l’esatto opposto di quel che si proponevano.

Quindi parlavamo al femminile e lo faremo sempre meno… Quali altre caratteristiche hai studiato nel gergo gay italiano?

Lo faremo sempre meno ma perderemo le peculiarità dell’ironia che ci ha sempre salvato in tempi bui: come diceva Susan Sontag, ebrea e lesbica, “il nuovo millennio sarà fatto di ironia omosessuale ed onestà ebraica”. Tornando alla tua domanda, ho studiato poi tra l’altro i prestiti linguistici dall’inglese nel gergo gay italiano che non si limita solo a italiani e dialetti italiani, ma si aggancia anche ad altre lingue straniere: è scemato ad esempio il francese, che prima dava molti prestiti o anche solo l’immaginario (battuage ad esempio non è francese ma sa di francese). Il francese sa di effeminato quando la cultura drag era dominante e determinante per la cultura omosessuale. Poi ho studiato ad esempio in ambito di gergo gay italiano perché la E aperta di bene al sud non riescono a dirla: Vittoria Cabello chiese il motivo a Renzo Arbore in un’intervista e lui disse, sai, sa di gay… Questo perché in Italia l’abbinamento culturale che la lingua riflette è: gay? Ricco nord. Etero? Maschio del Sud.

taormina-gay-1800Spiegaci meglio…

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La “e” aperta è un tipico esempio di “fonologia lavanda”: già qui in Abruzzo, dove vivo io, si dice “bene” con la e chiusa, mai con la e aperta. Più si scende nel sud Italia, a maggior ragione la gente userà la e chiusa. La cultura italiana otto e novecentesca ha fatto questo parallelo, questo slittamento economico – orientamento sessuale per cui si è incancrenita l’omofobia, l’immagine dell’omosessualità maschile, che in fondo non è un’omofobia tout court. Appare più un mero parallelo estetico di disgusto verso il benestante che risulta essere gay, perché nel nord Italia c’erano e ci sono tuttora i più benestanti e da lì ti arrivavano i “libertini”. Il rifiuto della “e” aperta o anche della “o” aperta lo si da per incastro a ciò che è del Nord Italia e si è messo in correlazione con l’orientamento sessuale. La lingua è cultura e la cultura deriva molto dalla lingua.

Il tuo lavoro ha una qualche altra utilità, oltre che dal punto di vista storico-culturale?

Lo studio del gergo gay italiano favorisce il miglioramento della qualità traduttiva di testi tematici sia letterari che filmici. Un esempio è “Pasto Nudo” di William S. Burroughs edito da Adelphi, dove la traduttrice ringrazia per la consulenza in tal senso e ringrazia per aver colmato una sua dichiarata ignoranza in ambito di cultura omosessuale.

Ecco quindi il glossario di gergo gay di Daniel De Lucia:

Ecco il glossario dizionario italiano – gergo gay

Qui un intervento di Daniel De Lucia a un convegno organizzato nel 2014 a Chieti:

Ecco invece un esempio di “polari“: