GIU’ LE MASCHERE

Con "La signorina Gentilin dell’omonima cartoleria", Aldo Busi rievoca il passato per svelare le ipocrisie del presente, di un mondo bigotto dove tutto si sussurra e niente si dice.

«Già, quante storie perse per strada, quanti componenti di questa ineffabile identità chiamata "io" ai quali non sai più ritrovare una collocazione, e tanto che io credo che più ci si dimentica di questo e di quello e più abbiamo preso a dimenticarci di noi, di questo composito "io", a lasciarcelo man mano alle spalle, come una strada d’altri…».

È così, attraverso il racconto di vite e identità altrui, che il narratore dell’ultima fatica di Aldo Busi, La signorina Gentilin dell’omonima cartoleria, ricostruisce la propria identità, il proprio ineffabile "io".

Un libriccino di settanta pagine, che si potrebbe leggere in un paio d’ore, se non fosse per la prosa: non solo perché, come ammette lo stesso narratore (e quindi, implicitamente, l’autore), è una prosa "barocca", ricercata, come del resto avviene normalmente nelle opere di Busi, ma soprattutto perché la forma non è quella narrativa classica. Insomma, non è un romanzo, perché troppo breve, ma nemmeno un racconto: piuttosto, un lungo monologo, rievocazioni di un lontano passato, quasi il flusso di coscienza di uno scrittore affermato (il narratore-protagonista, per l’appunto) che torna con la memoria ai tempi della scuola elementare, a personaggi dai nomi improbabili ed evocativi come il maestro Fagiolone Felice o la direttrice didattica Domenica Casso in Nautica Filippetti, detta Mimì, o a vittime di un amore impossibile, come la lesbica repressa Neris Amneris, segretaria della stessa Mimì, o, infine, la misteriosa signorina Gentilin del titolo, della quale nemmeno conosciamo il nome di battesimo, e il cui ricordo avvia la girandola di pensieri, in un’atmosfera semionirica. Ecco perché ci si può trovare a tornare indietro nella pagina, a rileggere gli incisi, le digressioni, le varie ramificazioni del pensiero, che si snodano a volte per pagine e pagine senza nemmeno un punto a far tirare il respiro.

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Un pensiero, quello del narratore, che svela tutte le ipocrisie e alza tutte le maschere: così, dietro la femminilità prorompente e dominatrice della direttrice didattica, Busi vede una "sintesi e quintessenza del machismo", mentre la signorina Gentilin, così sobria, severa con se stessa, così apparentemente fredda, impenetrabile, in fondo malinconica, è fonte non solo di ammirazione ma perfino di identificazione, fin dalla prima riga: "La sento così simile a me, signorina Gentilin, e poi…". E la cartoleria della signorina Gentilin sembra essere un prolungamento della proprietaria, con quegli oggetti così fuori moda e fuori uso, che nessuno vuole più e che sembrano star lì a testimoniare ostinatamente l’esistenza di un passato più genuino, più sincero. Il passato del passato, visto che il passato del narratore sarebbe già sufficientemente lontano da poter ispirare nostalgici "ai miei tempi…". Eppure sembra così grettamente simile al presente, che vien da chiedersi se un passato così, quello dei quaderni neri a righe e a quadretti, sia mai esistito o non sia forse una mitica età dell’oro, un Eden inventato e auspicato da esseri disadattati, come, per l’appunto, la signorina del titolo, delusi dall’umanità tanto da arrivare a desiderarne, seppur senza livore né violenza, la distruzione totale: "Se fossi l’ultima creatura umana sulla Terra e fossi ancora fertile e stesse a me decidere se rifare o no tutta un’umanità, deciderei che va bene così, basta uomini e donne, basta ignavia e dolore, solo animali e altri insetti più piccoli". Il disadattamento dell’escluso, di chi "si piace", come viene detto esplicitamente, senza adeguarsi a stereotipi imposti: ed ecco perché quel grido soffocato all’inizio del libro, "La sento così simile a me, signorina Gentilin", sembra il grido dello scrittore stesso, e anche delle migliaia di omosessuali che, diversamente dalla livida segretaria innamorata segretamente della sua signora, non hanno paura o vergogna di essere se stessi, anche di fronte a un mondo e a un’umanità ostili.

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Ma questi sono solo spunti: La signorina Gentilin dell’omonima cartoleria è un libro più complesso di quel che direbbero le dimensioni, che va letto e riletto, per coglierne le sfumature più sottili, per ricostruire l’identità del protagonista attraverso i personaggi vicari: un protagonista trasgressivo fin dai primi anni della sua vita, in lotta con un mondo bigotto dove è possibile sussurrare tutto, ma non è possibile dire nulla, nemmeno (anzi, soprattutto) denunciare crimini come quello pedofilo, o si finisce nei guai. La quintessenza – sempre ironica, comunque mai espressa con tono vittimistico – delle delusioni di chi non si stanca mai di denunciare e di gridare verità scomode.

Aldo Busi
La signorina Gentilin dell’omonima cartoleriaPiccola Biblioteca Oscar Mondadori, pp.70, € 6,80.

di Selene Verri