I COLORI DELLA COSTA AZZURRA

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Montecarlo, Nizza, Avignone, Marsiglia. La strada del sole si incendia con le grandi mostre della stagione estiva. All'insegna di Coollustre, "gay è cool"!

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NIZZA – Occhiali da sole e testa al vento, viaggi sull’autostrada, da qualche parte tra Provenza e Costa azzurra, e all’improvviso un profilo famigliare si staglia sul tuo orizzonte: “Accidenti, ma dove l’ho già vista quella montagna?”…Semplice: in un quadro! Paul Cézanne ha dipinto il profilo della montagna Saint-Victoire in tele viste e riviste tante volte che non ti sembra vero ora vederla davanti a te, proprio come la vide il pittore, nella grande piana coltivata, soffusa da una luce immobile, quasi astratta nell’equilibrio dei colori. Sono proprio questi colori che attirarono da queste parti Van Gogh, Rénoir, Picasso Matisse, permettendo alla Costa azzurra di creare un dialogo continuo, quasi un cortocircuito fra cultura e natura. E la storia continua.

Lee 3 Tau Ceti Central Armory Show è il titolo della mostra che la Villa Arson di Nizza dedica alla più democratica e alla più praticata tra le techiche artistiche, il disegno, in tutte le sue diverse forme e pratiche contemporanee. Stéphane Magnin, commissario della mostra insieme a Maxime Matraye Julien Bouillon e Laurence Gateau, direttrice del Centre National d’Art Contemporain, ha realizzato un percorso non semplice da seguire, ma che risulta pensato proprio per guardare dei disegni: le pareti affollate di fogli comunicano un senso di dispersione; l’occhio, senza un percorso obbligato da seguire, si guarda intorno “distratto”, e così inizia a seguire l’intuizione, a soffermarsi su dettagli minimi, sul tratto, su come un sistema organico di segni si struttura nello spazio, le sale espositive prendono l’aspetto di atelier dove si lavora tutti insieme, i maestri riconosciuti come Raymond Pettibon o William Kentridge accanto agli artisti in erba, spesso allievi e ex-allievi della Villa Arson – che non è solo un museo ma innanzitutto una scuola d’arte – la stessa immagine che torna variata, re-interpretata poco più in là, le differenze che non dividono ma si condividono, persino sullo stesso muro: come nel grande wall painting a quattro mani in cui le strutture geometriche di Stéphane Dafflon, che strizzano l’occhio all’estetica del design e della moda, sono “imbrattate” dalle colate di colore puro che permetto a Bruno Peinado di percorrere la stessa superficie e ripensarla a modo suo, come quegli artisti che ridipingono una tela già dipinta, da loro o da altri, sul filo di una nuova idea. Anche questo significa disegnare: inseguire idee che potrebbero non diventare mai opere.

Opere senza arroganza: sono quelle di Pier Paolo Calzolari, protagonista storico del movimento dell’Arte Povera, in mostra al MAMAC di Nizza: l’artista usa dagli anni sessanta il ghiaccio e i materiali più deperibili – cera d’api, uova, piume, rose, persino un pesce in una caraffa o una minestra che bolle – come veicolo per indicare una condizione di trasformazione perenne che accomuna e unisce l’arte alla vita. Elemento su cui questa mostra pone particolare attenzione è la dimensione dell’infanzia e del gioco come metafora del processo creativo, cui è affine e solidale anche la figura femminile, vera epifania di bellezza: una gonna rossa è sollevata da decine di palloncini bianchi che trasformano la donna in fiore, creatura inventata con una franchezza e ingenuità poetica che solo i vecchi e i bambini sanno esprimere.

Se in Costa azzurra gli artisti furono numerosi, numerosi, e a volte sconosciuti sono quindi anche i musei. Ogni viaggio ha la sua scoperta, la sua sorpresa: vi consiglio una deviazione a Mouans-Sartoux, piccolo paese sulla superstrada che congiunge Antibes e Grasse: all’interno del parco del Castello, che ospita dal 1990 L’Espace de l’Art Concret diretto da Dominique Boudou, è in costruzione un nuovo museo dedicato ai grandi protagonisti dell’arte astratta del Novecento, un edificio-fortezza di color verde pisello che ospiterà un importantissimo nucleo di opere storiche fin’ora mai presentate al pubblico nel loro complesso. Per tutta l’estate nelle sale bianchissime e ortogonali (un sorprendente white cube) dell’antico edificio è allestita la mostra Urban Codes, un’indagine sulla relazione tra sistema urbano e codici visivi. Il dispositivo urbanistico, che si coordina e comunica attraverso immagini astratte, ha elaborato un nuovo tipo di linguaggio sintetico e, a ben guardare, profondamente poetico senza però essere mai ermetico: tutti i giorni siamo immersi in questa griglia di segnali, li interpretiamo, conviviamo con loro senza più guardarli, cosa che si sono fermati a fare i cinque artisti in mostra, tutti britannici: Bridget Riley, Julian Opie, Stephen Willats e la coppia Longlands&Bell.

Coollustre, alla Collection Lambert di Avignone, ci ricongiunge invece con un certo ésprit francese e sembra evocare tutto il fascino, mondano e sensuale, della Costa azzurra: il curatore Éric Troncy ha predisposto un percorso in cui ogni sala suggerisce una singola emozione, una specie di virtuosistica successione di “a solo”: la statua di un monaco nero, gli occhi sbarrati di fronte a foto di cieli stellati, dietro la spalle la scritta “E G O I S T E”; un grande ritratto dell’attore Rob Lowe (Portrait of God di Richard Phillips), gli occhi metallici, polvere di stelle di pailettes ai muri, carrelli della spesa dorati su piattaforme rotanti; la stanza della guerra, la stanza della morte e dell’amore (la stanza dell’AIDS?),

in cui sono collocate le struggenti installazioni di Claude Lévêque – un tavolo ricoperto da un drappo di velluto rosso, vetri rotti, rose e ritratti maschili come su un altare – e di Felix Gonzales Torres – due lampadine accese, due anime che splendono l’una per l’altra (l’artista morì dopo aver contratto il virus dell’HIV nel 1996); la sala del banchetto: uomini “fotocopia”, fisici senz’anima – le donne di Helmut Newton – i ragazzi di Jean Luc Verna, ambigui come se uscissero dallo schermo di “La Bella e La Bestia” attraverso l’effetto “notte americana” prodotto dal grande vetro blu di Pierre Huyghe. All’uscita la scritta al neon Nous sommes heureux (“Noi siamo felici”: ancora Lévêque) si legge appena, una striscia di luce rosa, di fronte la cuccia per cani in visone firmata Gucci. Astenersi da ogni commento, un’ora di emozioni primarie, come sull’ottovolante.

L’allestimento ricercatissimo delle opere, mai così vive, sincere, “a nudo”, conferisce loro nuovo senso con accostamenti spiazzanti. Una mostra che del pop, celebrato anche attraverso un murale warholiano, conserva solo l'”aura” e che conferma Troncy come uno dei più interessanti curatori internazionali, capace di fare anche una mostra “gay”, nel senso che suggerisce una sensibilità gay andando al di là di certi stereotipi e toccando l’emozione pura, senza reticenze, a volte in modo spudorato a volte con una disperata malinconia.

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