Il fumetto italiano è omofobo? Forse, per convenienza

Mentre qualche accenno a personaggilgbt comincia a far capolino nei fumetti distribuiti tramite le fumetterie, gli albi destinati al grande pubblico non vi accennano mai: il rischio è solo economico.

Ogni anno la Giornata Internazionale contro l’Omofobia diventa un’occasione per riflettere sulla portata di questo fenomeno. In un paese come l’Italia, dove per molti la mancanza di riconoscimenti equivale ad una forma velata di omofobia istituzionalizzata, non stupisce che anche il mondo del fumetto rifletta una situazione non proprio esaltante e a tratti contraddittoria. Il mondo del fumetto italiano si può quindi definire omofobo? Per capirlo bisogna innanzitutto fare alcune distinzioni. In primo luogo in Italia il mondo del fumetto si può dividere in due grandi sottogruppi: quello con una grande distribuzione, che arriva nelle edicole, negli ipermercati e persino  negli autogrill, e quello che viene distribuito nel circuito delle fumetterie, che in Italia sono circa 300 e si rivolgono ad un pubblico di fumettofili.

Nelle fumetterie, quindi, le tirature possono essere abbastanza basse perchè il pubblico è più mirato e selezionato, e si può sperimentare con un margine di rischio relativamente basso: questo spiega perchè proprio nelle fumetterie stanno aumentando i fumetti che toccano il tema dell’omosessualità, sia italiani che stranieri. Inoltre molti editori che pubblicano per le fumetterie hanno altre attività per sostenersi, e considerano l’attività editoriale come una passione o addirittura un hobby. Così, non dovendo necessariamente vivere grazie ai risultati dei loro investimenti, non si preoccupano più di tanto del ritorno economico di un titolo a tema gay o di eventuali ripercussioni omofobe, anche perchè la clientela tipica di una fumetteria è composta da persone giovani, con una cultura medio alta e un atteggiamento tollerante. Diverso è il caso dei grandi editori, che arrivano nelle edicole, vivono di fumetti e devono rispondere delle loro scelte ad un pubblico vasto e trasversale.

Topolino, che pure ha perso tantissimi lettori, vende ancora 89.000 copie a settimana, e la Bonelli nel 2011 ha fatturato 34.000.000 di euro, con Tex che da solo vende 210.000 copie al mese. Diabolik, con il solo albo mensile inedito, supera le 100.000 copie. Per mantenere questi numeri è evidente che i grandi editori hanno paura di esporsi più di tanto per la causa LGBT, e nelle rare occasioni in cui affrontano questi temi preferiscono utilizzare i classici stereotipi. Inoltre non osano dare una rappresentazione troppo emancipata di gay e lesbiche, col rischio di contrariare i poteri forti del nostro paese, magari finendo per essere presi di mira da giornalisti e politici. Così, ad esempio, nella Londra di Dylan Dog o nella New York di Martin Mystere non si sono mai viste coppie gay, men che meno unite civilmente. Con l’unica eccezione dei fumetti di Luca Enoch, che comunque rimane un outsider del fumetto popolare italiano, non c’è mai stata una rappresentazione dell’omosessualità che mirava a superare i soliti rassicuranti luoghi comuni, tant’è che quando in Diabolik è necessario travestirsi da gay, il compito spetta ad Eva Kent che – per un’associazione di idee abbastanza retrò – essendo donna può calarsi meglio nel ruolo di maschio omosessuale.

E questa è solo la punta dell’iceberg. Il paradosso, però, è che nelle edicole arrivano anche fumetti provenienti da altri paesi, dove certi tabù sono ormai superati. Basti pensare ai manga giapponesi – dove i personaggi dai risvolti gay abbondano – e, soprattutto, ai fumetti americani di supereroi. Presto, ad esempio, arriveranno in Italia i fumetti degli AVENGERS in cui la coppia di superadolescenti gay composta da Hulkling e Wiccan inizierà a scambiarsi baci appassionati e, presto o tardi, anche in Italia arriveranno le storie degli X-Men con l’attesissimo matrimonio di Northstar, il primo supereroe Marvel che ha fatto coming out e che dovrebbe convolare a nozze negli albi che usciranno in america a giugno, giusto in tempo per il Gay Pride. Di tutto questo, però, gli editori italiani sembrano proprio non tenere conto, rimanendo arroccati su una posizione decisamente conservatrice, ed è difficile dire se questo è solo un riflesso del clima culturale del nostro paese o se ne è anche una concausa.

di Valeriano Elfodiluce