Il movimento LGBTQI non ha più niente da dire?

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Più di qualcosa è cambiato con la Legge Cirinnà.

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La domanda può sembrare provocatoria: il movimento LGBTQI, in Italia, non ha più niente da dire? Ma il quesito nasce proprio dal momento storico nel quale stiamo vivendo.

Da due anni è stata approvata la legge sulle unioni civili in Italia. Una legge che riconosce l’unione civile solo e unicamente alle coppie dello stesso sesso, che definisce delle differenze tra coppie etero e omosessuali, come il non poter accedere all’adozione ed è “rea” di non tutelare i figli di coppie omogenitoriali.

Da allora alcune cose sono cambiate, e tra queste sicuramente c’è la fine delle grandi piazze che hanno visto la luce due anni fa. Ciò che si intuisce confusamente dal movimento LGBTQI è che le prossime battaglie saranno per il matrimonio egualitario e una legge contro l’omofobia, la bifobia e la transfobia. A supporto di queste battaglie però, per ora, non ci sono ancora state manifestazioni o larghe campagne sociali.

Eppure, se ancora non sono tornate le tematiche LGBTQI legate alle identità e all’autodeterminazione, il momento è importante. Si fa sempre più strada la consapevolezza che le battaglie LGBTQI, da sole, non assicurano una società libera e inclusiva.

Una legge per il matrimonio egualitario (per tutte le coppie) – può sembrare un paradosso – sarebbe “utile” solo a una minoranza di persone LGBTQI. Per quanto sia sacrosanto il diritto per tutte le coppie di sposarsi, al momento, sarebbe un privilegio. Già ora le coppie che accedono alle unioni civili sono, in qualche modo, privilegiate. Il formare una famiglia, vivere in una casa insieme, provvedere alla vita familiare anche economicamente non sono certezze per tutte le coppie omosessuali. Ma non solo.

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Una scena di “Modern Family”

Il vivere in una zona o in una società locale dove l’omosessualità è ancora fortemente osteggiata, dove vige il maschilismo, dove l’omofobia è esplicita – come accade ancora in moltissime zone in Italia, anche urbane –  rende impossibile per una coppia dello stesso sesso accedere alle unioni civili. Il clima culturale non permetterebbe loro di vivere serenamente, se non trasferendosi, ma non tutte le coppie dello stesso sesso hanno le risorse per spostarsi, per esempio.

Questa è solo una eventualità di come il garantire alcuni diritti significhi, a volte, concedere dei privilegi. Dunque, perché un diritto sia realmente tale va accompagnato da un cambiamento generale, volto alla tutela di tutti i diritti sociali e civili e, in sintesi, a tutela dei diritti umani tutti.

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Locandina della manifestazione nazionale del 23 gennaio 2016

Ed ecco che la domanda dell’inizio si ripresenta: un movimento LGBTQI diretto a se stesso, che parla di questioni ristrette, in un’ottica auto-riferita, cosa ha ancora da dire? Un movimento che ha cristallizzato le proprie posizioni, come l’aver individuato tre ben precisi orientamenti sessuali che inchiodano le persone in identità statiche, cosa può dare alle lotte per una società libera e inclusiva?

Un movimento che sa bene cosa sia una persona omosessuale, senza, però, considerare gli altri aspetti della vita di tutte le persone – come la casa, il lavoro, le questioni di genere, l’accesso alle risorse, l’abilità o la disabilità, la provenienza geografica, il colore della pelle, etc. – dove vuole andare?

Il rischio, sempre più concreto, è quello della deriva consumistica dei diritti: di alcuni diritti per pochi, per chi “se lo può permettere”. Della deriva omonazionalista, quel sentimento di “identità” nazionale che si fa sempre più strada tra le persone LGBT.

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Siamo a un bivio per il movimento LGBTQI italiano: evolvere, abbracciare i pensieri politici intersezionali, diventare massa sempre più critica per una società giusta; oppure fare quadrato, arroccarsi sulle posizioni sino ad ora conquistate e creare gabbie sempre più dorate e sempre meno accessibili.

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