INNAMORATI DI MAZINGA

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I piloti dei robot dei cartoni animati giapponesi hanno affascinato migliaia di ragazzini gay, con il loro sguardo torvo e le abitudini equivoche. Ripercorriamone la storia.

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Dick Master (clicca qui) è stato il primo vero fumetto gay prodotto in Italia, e fra le altre cose si può definire un omaggio alle serie animate giapponesi dedicate ai robot giganti: è stato un caso oppure no? Forse analizzando questo genere in maniera inedita e mirata possiamo trovare una risposta.

Intanto bisogna inserire il fenomeno nel giusto contesto: in Giappone, nazione sempre proiettata verso il futuro, i robot erano presenti già agli albori del fumetto e dell’animazione, tantochè la prima serie animata nipponica è stata dedicata – nel 1963 – al robottino Tetsuwan Atom (in Italia Astroboy).

C’è da dire che, già nel caso di Atom, si poteva notare una sorta di involontario “omoerotismo”: il robottino in questione aveva l’aspetto di un ragazzino in slip! E questo chiarisce un concetto fondamentale al fine della nostra analisi: in Giappone, dove la morale cattolica non è mai stata dominante, sessualità e nudità non sono mai state vissute in maniera conflittuale, dando modo ai vari autori di presentarle con un candore e una spontaneità quasi inconcepibili per la cultura occidentale.

Resta il fatto che all’inizio i vari robot erano comunque associati all’infanzia, tanto che i primi robottoni giganti agivano guidati da ragazzini che erano al massimo preadolescenti come nel caso di Tetsujin 28 (da noi Super Robot 28) o Astroganger (da noi Astroganga).

Nel 1972, però, il fumettista Go Nagai rivoluzionò tutto questo, presentando un robot gigante guidato da un pilota (molto “fico” e quasi adulto) posizionato al suo interno, e infarcendo la sua saga di allusioni sessuali più o meno esplicite: il robot si chiamava Mazinga Z e nulla fu più come prima.

Solo per citare uno degli elementi più allusivi di questa serie basti ricordare che uno dei generali nemici, il barone Ashura, aveva la metà detra del corpo maschile e quella sinistra femminile!

Per non parlare della presenza dei robot dalle sembianze femminili muniti di missili sul petto (le famose “tette a razzo”), che avrebbero lanciato la moda delle “armi” posizionate in zone erogene sia maschili che femminili (il missile centrale del Grande Mazinga che partiva dall’ombelico o i raggi delta di Jeeg Robot dai capezzoli, per esempio).

Tuttavia, a prescindere dai robot veri e propri, l’elemento più “interessante” di queste serie rimanevano i piloti, non più bambini imberbi, ma giovani ragazzi dall’aria intrigante e “tosta”, che pilotavano i loro robot in tutine aderenti e che nel corso della serie capitava spesso di vedere svestiti…

Anche se la spalla femminile (spesso di supporto in combattimento) era una presenza fissa, una costante di quasi tutte queste serie (clamorosa l’ eccezione di Haran Banjo in Daitarn 3) era il disinteresse del protagonista nei suoi confronti (nonostante i tentativi più o meno espliciti di sedurlo), che legittimava tutta una serie di sospetti sull’orientamento sessuale di questi eroi.

La situazione si complicò ulteriormente quando i robot in questione divennero “componibili”, ovvero costituiti da più mezzi (o robot) che si univano per formare il robot titolare della serie (da Jet Robot a Daltanius, passando per Diapolon, Vultus V e tanti altri): in quel caso c’erano intere squadre di piloti (in cui non mancava mai la figura del protagonista fico e del pilota di supporto “bello e dannato”), che facevano aumentare le parentesi di cameratismo virile (saune in comune, allenamento di gruppo in palestra, bagni pubblici, momenti di relax, ecc…) in maniera esponenziale, e producendo sequenze a dir poco arrapanti in serie come Gotriniton e Golion (conosciuto in Italia anche come Voltron).

Ovviamente nessun autore giapponese aveva intenzione di stimolare l’immaginario omoerotico dei giovani spettatori loro conterranei (per i quali i bagni pubblici assieme agli adulti, per esempio, sono un’abitudine), ma per gli spettatori nostrani le cose sono andate diversamente…

Il primo cartone robotico ad arrivare in Italia fu Grendizer (da noi Goldrake), e sicuramente il suo pilota Duke Fleed (da noi Actarus) deve avere turbato non poco i sonni dei giovani gay di allora… Ignari del fatto che presto sarebbe stato seguito da tutte le serie che in Giappone lo avevano preceduto (e da quelle prodotte negli anni successivi), con tutti i vari piloti al seguito.

Anche se in Italia il boom del genere si è esaurito negli anni ’80 (a seguito di spietate campagne denigratorie), in Giappone sono state prodotte sempre nuove serie, alcune delle quali esplicitamente gay friendly (come Chouja Reideen del 1996, ovviamente inedita da noi), a riprova del fatto che questo genere e l’immaginario gay hanno più di un punto di contatto.

Se volete sapere tutto sulle serie dei robottoni giapponesi degli anni ’70 e ’80 potete consultare il sito http://www.encirobot.com/

di Valeriano Elfodiluce

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