Intervista a Maurizio Fiorino: “Nei miei libri racconto il fallimento dei padri e della Chiesa”

È da poco uscito il suo secondo romanzo, Fondo Gesù, la storia brutale di un’amicizia pura vissuta ai confini dell’umanità.

È da poco uscito uscito il suo secondo romanzo, Fondo Gesù (Gallucci Editore, 2016, pp. 212), che è la storia vibrante e brutale di un’amicizia, quella tra Mario e Angelo, due adolescenti di un quartiere popolare di Crotone, in Calabria. Prima di quest’intervista non avevo mai avuto modo di parlare con Maurizio Fiorino: era essenzialmente una figura curiosa che ogni tanto attirava la mia attenzione sui social, coi suo lavori (è anche fotografo), i suoi libri (nel 2014 è uscito il suo primo romanzo, Amodio) i post e i selfie da New York (dove ha vissuto nell’ultimo periodo). Leggendo i suoi libri e poi lavorando a quest’intervista ho invece scoperto di sentirlo affine per una specie di ricorrente, ciclica urgenza di rimettere mano, una volta passato del tempo, ai ricordi di un’infanzia e di un’adolescenza vissuta in un posto percepito come troppo distante da se stessi. Ecco cosa ci siamo detti.

I tuoi libri, sia Fondo Gesù che Amodio, sono pieni di situazioni e personaggi estremi. Quanto hai vissuto davvero queste atmosfere limite nella tua vita?

Le ho vissute tutte, o quasi. Credo di appartenere a quella razza di scrittori che non riescono a scrivere ciò che non hanno vissuto sulla propria pelle. Mi sentirei un bugiardo, a farlo. È capitato di averne sentito parlare talmente tanto, di alcune atmosfere limite, che è come se le avessi vissute in prima persona. È successo con la ‘ndrangheta, per esempio, mentre scrivevo “Amodio” ed ero tornato a vivere in Calabria. Ho cominciato a praticare pugilato, a fare domande a tutti quelli che da adolescente guardavo quasi con terrore, ma anche ammirazione, perché erano capaci di ‘ndranghetiarsi, cioè camminavano alla mafiosa, col petto all’infuori e una mano sempre in tasca, per far pensare agli altri di avere un’arma a portata di mano. Si atteggiavano, insomma, come Amodio e tutta la sua famiglia. Io non appartengo al rione del Gesù ma le situazioni che ho descritto accadono realmente, tutti i giorni. Esiste perfino un ragazzo che, durante l’intera stesura del libro, tutti i giorni, se ne stava con un banchetto suo, di plastica, a vendere fiori fuori casa mia. Quel ragazzo è diventato Angelo, uno dei due protagonisti del libro.

C’è molta rabbia nei tuoi personaggi, nelle tue storie. Quanto è anche tua questa rabbia?

Quando scrivevo “Fondo Gesù”, due anni fa, ero completamente un’altra persona. Ho aperto gli occhi, ed è stato come svegliarsi da un lungo torpore. Il mondo dei grandi, in questo libro, è quello che ne esce peggio. Sento ovunque parlare di generazione bruciata, ma secondo me gli adulti, o almeno molti di loro, sono i bruciati. La loro doveva essere la generazione della liberazione sessuale, delle libertà, delle conquiste civili, invece basta guardarsi attorno. Hanno perso. I nostri genitori hanno commesso l’imperdonabile errore di relegare la nostra educazione ad altri, e il risultato si vede. Le scuole hanno fallito, il sesso lo si impara sui siti porno, lavoriamo gratis in posti di lavoro che sono parcheggi o, peggio ancora, compromessi. Non siamo più abituati alle carezze, alle lacrime, all’allegria del vento che spettina i capelli. Tanti adulti, per me, sono come la chiesa cattolica, un fallimento totale. Come fa, oggi, ad avere credibilità una chiesa che predica la pace e l’uguaglianza, una chiesa che ha milioni di adepti in tutto il mondo ma che non è riuscita a rivoluzionare il mondo, in tutti questi secoli?

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Tornando al contesto violento in cui si svolgono le storie che racconti, a un certo punto hai scritto in Fondo Gesù: “se la radice è avvelenata l’albero come fa a crescere?”. Com’è stato crescere al Sud? Che rapporto hai oggi con Crotone, la tua città?

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Con Crotone ho il classico rapporto di amore e odio che si nutre, molto spesso, verso i luoghi di appartenenza. A diciotto anni, quando l’ho lasciata, la prima cosa che ho fatto è stata cambiare residenza. Non dicevo neanche di essere crotonese ma, genericamente, del Sud. Poi è successo che a New York, a una mostra sulla Magna Grecia, ho avuto una specie di richiamo, e da quel richiamo è nato “Amodio”. Ci torno spesso, a Crotone, ma non mi sento legato a un sentimento familiare. Ci torno per andare in bicicletta, per fare pugilato, per correre sulla spiaggia, per scrivere. Crescere a Crotone è molto simile a ciò che tu hai scritto su Rozzano (LEGGI >>>), con l’unica differenza che, seppur in un posto ugualmente brutto e privo di vita, tu avevi la libertà di prendere un tram e arrivare a Milano in pochi minuti. Io, dopo due ore di autobus, arrivavo a Cosenza dove c’era questo enorme centro commerciale, il Metropolis, che a me sembrava un paradiso perché potevo comprare tranquillamente i cd di Ambra e di Loredana Bertè, oppure mangiare al Mc Donald’s. Ricordo ancora il viaggio in treno, lunghissimo, durato tutta la notte, che da Crotone mi ha portato a Bologna a diciotto anni. Ero finalmente libero di lasciar vivere me stesso.

Cosa ti ha salvato, finora, nella vita?

L’arte. L’arte in tutte le sue forme. Lo dico sempre, è come se l’arte, per me, fosse un tubo che mi nutre di ossigeno. A New York, trascorro almeno due o tre ore al giorno in qualche museo. Quando sono triste, ma triste davvero, entro in un museo e sto bene. Intendo tutte le forme d’arte, dalla musica alla pittura al cinema alla fotografia. Forse, l’unica a non suscitarmi particolari emozioni è la scultura, ma le statue greche, per esempio, mi eccitano da morire. Ho un’attrazione fisica, vorrei toccarle, sentirne il peso addosso, baciarle. Gli artisti sono esseri preziosi, portano tutta l’immensità e il mistero del cielo sulla terra. Alla gente comune dovrebbe esser vietato far loro del male.

Leggendo di Coccolino, l’orsacchiotto di Angelo in Fondo Gesù, e del tuo orsacchiotto James, ho pensato ci fosse dietro una grande tenerezza, o addirittura un desiderio di paternità. Che rapporto hai con queste dimensioni?

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Ci sono andato molto, ma molto vicino, due anni fa, con un’amica che desiderava avere un figlio. Considerato che lo desideravo anche io, e visto che tuttora penso che avere un figlio con un’amica lesbica sia la soluzione migliore, abbiamo cominciato a provarci. Poi, però, è successo l’impensabile: ci siamo innamorati l’una dell’altro. All’improvviso, ci siamo accorti che tutte le volte che ci vedevamo, erano, per entrambi, gli appuntamenti meglio riusciti degli ultimi anni. Non ha funzionato, ma accadrà prima o poi.

I fiori di Angelo hanno un senso particolare in Fondo Gesù: sembrano dire che le cose preziosi sono ovunque, anche nelle terre più disperate. Quali sono i “fiori” di Maurizio?

Le margherite. Non saranno fiori preziosi ma, per me, lo sono. Da quando ho scritto questo libro, tuttavia, ho scoperto il favoloso mondo delle erbacce, ovvero i fiori selvatici. Sono così potenti che riescono a crescere anche sotto l’asfalto, o ai bordi dei marciapiedi, sotto il cemento. Si nutrono dei sali minerali e del sole, rubandolo alle piantagioni sane. Mi sembrava una metafora perfetta per descrivere la mia generazione. Distruttiva, senza vere e proprie classificazioni, eppure fortissima.

Hai dei “miti” letterari, degli autori o dei libri che ti hanno influenzato più degli altri?

Non credo di avere veri e propri miti, soprattutto letterari. Le mie influenze, se tali si possono definire, non appartengono al mondo della letteratura. Ho sempre pensato di amare Pasolini, ma credo di averlo detto più per darmi un tono che altro. Se penso ad artisti che mi hanno influenzato, penso a Patti Smith, un’artista completa, oppure penso alle pennellate di Jean-Michel Basquiat, alle fotografie cupe di Nan Goldin. Come ti raccontavo prima, tutta l’arte mi ispira, soprattutto quella popolare. Magari vedo un’opera, provo una certa emozione e poi, anni dopo, quell’emozione ritorna in qualcosa che sto scrivendo. Certo, ci sono stati dei libri che, dopo averli letti, mi sono rimasti impressi e che sicuramente hanno influenzato la mia scrittura. Mi viene in mente “Pazzo di Vincent” di Hervé Guibert oppure “Altri libertini” di Tondelli, pur solo per il titolo dirompente e per avere il pregio di contenere una frase che mi è rimasta cucita dentro: “la scuola è l’esperienza, non la normalizzazione, te lo dico io che ho imparato più da un pompino che da ventanni di esami”.

In un’intervista hai detto che l’amore platonico è quello ti ha coinvolto di più. È ancora così?

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Certo. Sono un cultore sia dell’amore platonico che dell’amore impossibile. L’ultimo amore platonico l’ho vissuto in una maniera talmente forte che sono finito dalla psicologa. E sai come funziona la psicoterapia, da cosa nasce cosa e mi sono ritrovato a mettere in discussione la mia intera esistenza. Quando incontro un amore corrisposto metto in pratica tutte le armi che ho a disposizione per sabotarlo. Faccio dei flop clamorosi a letto, divento impotente e sfuggevole, non ci riesco a dormire insieme, gioco a fare lo strambo finché non vengo abbandonato e posso, così, ritornare al mio caro, sicuro, amore platonico e impossibile.

Tu sei anche fotografo. C’è una foto – tua o di altri – che nella tua mente si lega a Fondo Gesù?

Essendo stata realizzata da me, la foto di copertina si lega irrimediabilmente al romanzo. Se non ci fosse stato “Fondo Gesù” quello scatto non sarebbe mai nato. Ma in realtà esiste un’altra fotografia che ho trovato, per caso, un paio di anni fa, su Internet. Appena l’ho vista ho avuto un colpo al cuore: sembrano proprio Mario e Angelo. Si intitola “Tre ragazzi” e l’ha scattata Johnnie Shand Kydd, nel 2000, a Napoli.

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C’è qualcosa che hai scoperto, imparato, scrivendo questa storia?

Scrivere “Fondo Gesù” è stato come fare una lunga, lunghissima chiacchierata. A essere sinceri non è stato faticoso scriverlo ma metabolizzarlo sì. Mi sono reso conto di ciò che ho scritto soltanto in questi giorni, due anni dopo la prima stesura e con l’avvenuta pubblicazione. Ho praticamente ammazzato, metaforicamente, i miei genitori, e con loro tutta la mia infanzia e l’adolescenza. Credo che sia “Amodio” che “Fondo Gesù” siano due urli liberatori. È come se avessi urlato alla mia famiglia – perché l’origine di ogni trauma e di ogni bugia nei confronti di sé stessi risiede lì – le cose che non avevo mai detto loro. Ho detto a mio padre e a mia madre di essere omosessuale, per esempio. Mio padre, leggendo “Amodio”, mi ha chiesto scusa per non avermi mai capito, mia madre, invece, non ha il coraggio di leggere nessuno dei miei due libri. Prima di scriverli avevo un approccio alla vita simile a quello che Diane Arbus aveva davanti ai suoi soggetti. “Se qualcuno non è in ordine difronte a me non lo metto a posto, mi adatto io”. Adesso è il contrario, devono adattarsi gli altri a me e alla mia natura. Credo di essere pronto, dopo questi due romanzi, a crescere e a diventare uomo, senza più voltarmi indietro.

Per chi volesse incontrare Maurizio, sabato 19 novembre alle ore 15 terrà una presentazione-performance nella Sala della Balla, all’interno dei Musei di Castello Sforzesco, a Milano. Inoltre Maurizio sarà in diretta sulla nostra pagina Facebook venerdì 28 ottobre, per rispondere a tutte le vostre domande e leggerci alcuni passi del romanzo.

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