Ironia del lesbismo

di

In “Cani selvaggi” l’incontro tra due donne è pura tragedia esistenziale. Ma in “Una come me” il dramma si alleggerisce e conquista grazie allo stile ironico.

CONDIVIDI
Facebook Twitter Google WhatsApp
1495 0

L’amore lesbico è una tragedia. L’attrazione è macerazione, conoscersi significa squarciarsi e l’incontro è un eterno inseguirsi senza mai raggiungersi pienamente. Fino al prossimo addio. Sarebbe interessante interrogarsi sulle motivazioni per cui le donne che scrivono dei loro amori ricorrono in genere a uno stile serio, compunto, drammatico. E la cosa non sembra dispiacere alle lettrici. Anche uno degli ultimi libri italiani usciti sull’argomento, quel Donne di cui abbiamo più volte parlato, indica un eros disperato che racconta il sesso come fame insaziabile. E gli esempi si potrebbero moltiplicare in un istante se andassimo a rileggere la maggior parte dei racconti presentati in questi anni nella raccolta curata da Delia Vaccarello, Principesse azzurre.

L’ultimo libro della ottima casa editrice Playground non è da meno: Cani selvaggi della canadese Helen Humphreys (176 pagine, 13 euro), pur non essendo strettamente un libro lesbico, vede la protagonista affidare la propria esistenza a una donna che l’abbandonerà molto presto alla sua disperata solitudine. La Humphreys, scrittrice pluripremiata, costruisce questo cupo romanzo intorno a una perdita: sei persone si ritrovano ai bordi del bosco in cui sono scappati i loro cani, diventati inspiegabilmente selvaggi. In questo angusto contesto l’autrice tenta di delineare i rapporti tra i personaggi senza riuscire a conquistare l’amore del lettore. Pesa anche la rigida struttura che impone di dedicare a ciascun personaggio lo stesso spazio in un noioso clima da par condicio. Mentre la scrittura cerca di arricchirsi di poesia ricorrendo a stereotipi poco convincenti. Ma in questo caso può darsi che anche la discutibile traduzione di Caterina Cartolano e Daniela Fortezza giochi la sua parte.

E la trama gay? C’è l’amore che sboccia tra la protagonista Alice e la misteriosa biologa che di vita selvaggia se ne intende avendo come unico scopo nella vita l’osservazione dei lupi. Ma, come dicevamo, tutto in questa relazione è mancanza e dolore anche mentre scorrono i momenti più piacevoli. Si sente l’esigenza di una nota ironica che permetta di riconoscere con leggerezza anche il piacere, oltre che il dolore.

Molto più piacevole il debutto letterario di Francesca Ramos, musicista milanese che ha dato alle stampe, per i tipi della Baldini Castaldi Dalai, il romanzo Una come me (184 pagine, 14 euro). Qui, la giovane protagonista – dal buffo nome di Lucida Console – si perde per amore di JB, una hippy incontrata nella Formentera degli anni Ottanta, destinazione eletta da tanti giovani incapaci di vivere una vita all’interno della regola sociale. JB avvicina Lucida nel baracchino che fa da punto di incontro, oltre che di rifornimento di alcolici, per gli scapestrati dell’isola. E ci metteranno un po’ prima di approdare nella camera da letto dalla quale, però, non usciranno per molto tempo. Fino a che il ritorno alla vita normale urla la propria necessità mettendo a dura prova l’amore nato sotto il sole di Formentera; ma l’amore non resiste alla pioggia di Barcellona, si scioglie in paura e in sesso gratuito e poi muore. La trama non sarà particolarmente originale, ma la Ramos riesce a costruire intorno alla controversa relazione tra le due ragazze un intreccio avvincente sullo sfondo di un’isola che il lettore immagina vividamente popolata di figure quasi archetipiche. E fortunatamente ricorre a uno stile intriso di ironia che rende anche più coinvolgente e credibile la drammaticità della relazione.

Tutti gli articoli su:

Commenta l'articolo...