JULIAN SCHNABEL, L’ARTISTA TOTALE

A Milano, presso la Rotonda di via Besana, l’imperdibile mostra ‘Paintings 1978-2006’ dell’eclettico artista newyorkese Julian Schnabel che sarà a Venezia col documentario ‘Berlin’ su Lou Reed.

Mentre la stucchevole telenovela (‘tele’ in senso artistico, ovviamente) della mostra gay ‘Vade Retro’ sembra non avere fine – forse si farà a Napoli – vi consigliamo un’intelligente alternativa: Paintings 1978-2006, allestimento milanese aperto alla Rotonda di via Besana fino al 16 settembre, dedicato a uno degli artisti più interessanti della scena internazionale, l’eclettico newyorchese Julian Schnabel.

Eccentrico pittore e collezionista cinquantaseienne – ama girare in comodi pigiami anche alle cerimonie ufficiali – si è rivelato un valido regista grazie ai premi conquistati nei più importanti festival del mondo: all’ultimo Cannes ci aveva commosso fino alle lacrime col suo coraggioso e magistrale Lo scafandro e la farfalla che sfiorò la Palma d’Oro per vincere poi il premio come miglior regia (la prima mezz’ora è una lunga soggettiva oculare, ipnotica e necessaria). Racconta con uno stile molto personale la storia vera dell’ex caporedattore di Elle, Jean-Dominique Bauby, completamente immobilizzato a parte la palpebra sinistra per colpa di una rara locked-in syndrome che lo colpì all’improvviso nel 1995. A Venezia, dove il 4 settembre presenterà il documentario Berlin

sull’omonimo spettacolo di Lou Reed, Schnabel aveva vinto nel 2000 il Gran Premio della Giuria per il toccante biopic Prima che sia notte sul poeta gay cubano Reinaldo Arenas.

Sgarbi lo definisce giustamente ‘un’artista totale’: la sua elegante e versatile disinvoltura in diversi ambiti artistici – cinema, pittura, musica – fa davvero gridare al miracolo creativo. Lui stesso sostiene di «usare qualsiasi strumento mi consenta di tradurre i miei impulsi in un’evidenza fisica».

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La mostra milanese si articola in un percorso diviso in quattro sezioni per un totale di circa trenta opere: le immense tele dedicate all’attrice Jane Birkin, i Plate Paintings – dipinti realizzati su frammenti di ceramica – i Japanese Paintings – colori ad olio su foto digitali – e infine la galleria di ritratti e autoritratti dove ritroviamo l’autore nella sua classica posa casalinga in pigiama e ciabatte.

Gian Enzo Sperone, curatore della mostra insieme a Marco Voena, riscontra in Schnabel una curiosa somiglianza queer: «come pittore, Julian ha una capacità d’intonazione fuori dal normale, con slanci e finezze talvolta in controcanto con il resto, magari cupo, del quadro: mai retorico. Per certi aspetti, ravviso qualche nota di similarità con la poesia di Walt Whitman, capace di mantenere un tono epico o elegiaco o quant’altro, senza ricorrere alle cadenze e alle lusinghe della rima e del versificare secondo metrica, insomma musicale per natura e capace di assonanze sempre inventive. Il quadro, alla fine, incombente o sbilenco che sia, funziona sempre e mantiene negli anni il forte slancio che ne ha caratterizzato la genesi: una freschezza impressionante […]. La sua pittura picchia duro, su telacce d’accatto, formati vertiginosi, colore non steso ma spalmato con le mani. Scritte insolenti, a volte ovvie a volte fulminanti, mai tremolanti».