L’UOMO GAY E SPOSATO DI WHITE

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E' uscito "L'Uomo Sposato", il nuovo libro di Edmund White. Quarto romanzo di un'autentica "Recherche" gay.

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Parigi, fine anni 80. Austin è un cinquantenne professore universitario americano. Si trova in Europa per scrivere un importante saggio sul mobilio francese del diciottesimo secolo. Vive in un "delizioooso" appartamento sull’Ile Saint Louis, uno dei posti più chic di Parigi. Frequenta vecchi amici gay americani molto ricchi, o intellettuali francesi un po’ bohème, ma che fanno mestieri interessanti. Viaggia molto, passa il tempo a telefonare (non si capisce bene quando lavori per il suo saggio) e frequenta una palestra. Lì incontra Julien. Di venti anni più giovane di lui, architetto, molto vecchia Francia, pateticamente alla rincorsa di una insistente aristocrazia familiare, spesso vestito di lino perché è un "materiale nobile", bugiardo, Julien è sposato con Christine: ma sta divorziando, ma stanno ancora insieme, ma non la sopporta più perché è ingrassata.

E’ lui lo sfuggente uomo sposato, "The Married Man" che dà il titolo all’ultimo romanzo di Edmund White pubblicato l’anno scorso in America e Inghilterra e uscito da Baldini & Castoldi.

Perché mai ci si dovrebbe appassionare alla storia d’amore di due personaggi così antipatici e snob? Per esempio perché nella realtà le storie d’amore non fioriscono mai fra personaggi ideali, ma fra uomini di carne e sangue, impastati di slanci ideali e meschinerie. Oppure perché quello fra Austin e Julien è il sincero ritratto di un matrimonio gay, un rapporto di coppia dove, come spesso accade, molte cose restano non dette, sono rimosse. O ancora perché Austin, sieropositivo da molti anni, ma di salute invidiabile, rappresenta la faccia sincera, diretta, fattuale dell’America; Julien il cui passato sessuale rimane poco chiaro, non vuole fare il test dell’Aids, (non crede al circo mediatico che si è sviluppato intorno alla malattia ma è malato), incarna una Europa latina ancora impigliata in mille pregiudizi e ripiegata su se stessa.

Ma soprattutto perché Edmund White è un grande narratore, perennemente in equilibrio fra ironia e partecipazione. Basta il clima tragico e ossessivo della pagine finali del libro, in Marocco, fra alberghi di lusso, strade polverose, caldo insopportabile e un lurido ospedale dove Julien muore di Aids, per fare dell’"Uomo sposato" un grande romanzo.

Un romanzo che viene a completare, per ora, una complessa saga autobiografica. Con "Il giovane americano", "La bella stanza è vuota", "La sinfonia dell’addio" White ha realizzato una autentica "Recherche" gay, un monumento proustiano alla vita omosessuale americana dagli anni 50 in avanti: il primo e il terzo libro sono già stati ripubblicati da Baldini nei Nani, il secondo, tradotto anni fa da Einaudi, forse seguirà.

Anche se i detrattori di White, in particolare a proposito dell’"Uomo sposato", sostengono che non è sufficiente avere un indirizzo a Parigi e buona memoria per diventare il nuovo Proust, è vero che White ha saputo rievocare in un possente e complesso affresco la vita gay, dalla propria gioventù agli scatenati anni 70, sino alla piaga, l’Aids, riuscendo costantemente ad afferrate lo spirito del tempo, descrivendo modi di vita, abitudini sociali e sessuali.

Rifletteva White stesso nella "Sinfonia dell’addio": "Gli eterossessuali non volevano sapere nulla della intricata topografia domestica di Sodoma; preferivano disegnare una grande X sull’intero paese". E proprio al paese di Sodoma che invece White ha dedicato con questi suoi romanzi (per tralasciare gli altri suoi libri) un lavoro di mappatura in cui cinque decenni della storia gay americana sono visti attraverso l’occhio di un intellettuale raffinato che talora rasenta l’esibizionismo nel descrivere le proprie frequentazioni mondane.

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Ma in fondo anche in questo sta la grandezza di White. Nella sua sincerità. Quali altri famosi omosessuali di casa nostra suoi coetanei (White ha 60 anni) hanno avuto il coraggio di raccontarsi sinceramente mescolando alto e basso, nomi altisonanti e scopate, Venezia, le terrazze romane e i cessi del Greenwich Village?

Ed è sempre totalmente sincero White. Lo riprova l’autobiografia del nipote. Chi ha letto "La sinfonia dell’addio" ricorderà Gabriel il nipote disadattato, figlio della sorella che a metà anni 70 gli piomba in casa: un problema di convivenza fra un ragazzino etero e uno zio adulto, gay e scatenato. Bene quel ragazzino in realtà si chiama Keith Fleming e nella propria recente autobiografia "The Boy with the Thorn on his Side" racconta non solo come lo zio sia riuscito a liberarlo dal circolo vizioso di psichiatri, collegi, case di rieducazione (ricorrendo a cure per l’acne, belle camicie, Stendhal e Berlioz invece di sedute dallo psicoterapeuta) ma è anche testimone di quella folla di amanti, amici, ammiratori, intellettuali e celebrità che girava intorno a White: "Mi sentivo come l’ospite di un talk show televisivo".

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