L’INGANNO DELL’AMORE

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A Brescia una mostra permette di avvicinarsi all'arte sensuale di Ghada Amer, artista di origini egiziane che usa il ricamo per realizzare opere colme di sensualità femminile.

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Quando ci si trova di fronte alle tele di Ghada Amer bisognerebbe avvicinarsi lentamente ad esse. Scoprirle poco a poco è infatti l’esperienza più seducente che possono offrirvi. L’occasione è fornita dalla sua prima mostra personale in Italia che ha inaugurato sabato 17 maggio alla Galleria Massimo Minini di Brescia: in mostra cinque opere di grande formato.
Se le guardi da lontano, queste tele appaiono eleganti astrazioni, “manufatti” la cui ricchezza decorativa, la cui materia calda esercita su di noi un richiamo, come un invito ad accostarsi ad esse per toccarle, per comprenderle usando non solo il senso della vista. Quando sei abbastanza vicino da poterne mettere a fuoco i particolari, ti accorgi che l’intera superficie della tela non è dipinta, ma ricamata!
Su tutta la superficie, nascosti come in una foresta multicolore, piccoli ritratti di figure femminili: «…ho iniziato a ricamare perché volevo trovare il “ferro del mestiere” femminile per eccellenza, per parlare delle donne. Così ho deciso di rimpiazzare il pennello con l’ago…».

In un’opera del 1991 intitolata Cinq femmes au travail (Cinque donne al lavoro), l’artista aveva eseguito a ricamo quattro ritratti di casalinghe: una cucina, una spinge il carrello della spesa, una passa l’aspirapolvere, l’ultima tiene fra le sue braccia un bambino. E la quinta? La quinta, presente solo nel titolo, è l’artista stessa, che ricama le altre e che colloca se stessa e il suo lavoro di artista sullo stesso livello “domestico”. Questo senso di vicinanza, di “fratellanza” (“sorellanza”?) le proviene dalla cultura musulmana a cui appartiene, la cultura degli hamam ma anche degli harem. Ben presto nelle sue tele diventa protagonista un particolare ritratto femminile: donne in pose erotiche, nude o in tacchi a spillo, calze a rete, guêpière. E’ la donna con la divisa, il “burka” della pornografia occidentale.
Nata in Egitto nel 1963, trasferitasi nel 1986 in Francia per proseguire i suoi studi d’arte, prima alla Villa Arson di Nizza e poi nella ville lumière, Ghada Amer capisce subito, provandolo sulla sua pelle, cosa significhi vivere “tra” due culture. Racconta lei stessa che la prima cosa che fece una volta arrivata a Parigi fu vergognarsi dei suoi vestiti e del suo aspetto: «…ho fatto di tutto per assomigliare agli altri; quello che più desideravo era assomigliare agli altri…». Nasce anche da questo desiderio di integrazione la sua grande attenzione per le dinamiche del desiderio, innanzitutto di essere accettati, riconosciuti, e della relazione interpersonale. Da qui l’importanza rivestita dall’atto del guardare l’opera, del riconoscerla a poco a poco, dello scoprirla, l’attenzione per lo sguardo.
Ghada Amer non si vergogna di ricamare, tecnica da sempre considerata femminile e non propriamente artistica, piuttosto che di dipingere. Nelle sue tele le figure si ripetono simili, ossessivamente, decine e decine di volte identiche. Ogni ricamo ha un soggetto in genere preesistente (in questo caso le riviste pornografiche, lasciando ben visibile il ricalco a carta carbone delle pagine usate) e che è possibile riprodurre infinite volte: in genere sono paesaggi, animali domestici o vasi di fiori, insomma tutte quelle cose che ci ricordano il salotto della nonna e si assomigliano un po’ tutti fra di loro. Questa serialità propria del ricamo è ribadita dalla ripetizione ossessiva della stessa immagine su tutta la tela, che trasforma la figura in un “motivo”. E’ così che Ghada inizia a riscattare le sue “schiave del sesso”: i suoi baci lesbici o i suoi abbandoni al sonno post-coito non hanno niente in comune con i film pornografici per uomini soli.
Le figure sono mute, distanti, autonome, segnali più che soggetti.

Molti di questi lavori sono, per ammissione dell’artista, autobiografici ma quello che stupisce in queste figure ridotte al grado zero dell’espressività è proprio la mancanza, l’assenza assoluta di soggettività. La massima espressione dell’arte an-iconica, ovvero quella musulmana in cui vige il divieto di raffigurare il corpo umano, si sovrappone alla massima espressione dell’eccesso di immagine prodotto dalla società occidentale attraverso la mercificazione del corpo femminile, permettendo all’artista di creare immagini ambigue in attesa di giudizio.
A questo punto occorre allontanarsi di nuovo.
Infatti a questa immagine senza personalità, ricamata quasi meccanicamente sullo sfondo della tela, si sovrappone un secondo tipo di ricamo, che potremmo definire “libero”, in quanto steso a partire del ricamo preesistente ma lasciato libero di fluire da una figura all’altra. Visto da vicino il ricamo impregnato di gel sembra colare sulla tela come qualcosa di vivo, ricorda un umore femminile, scaturito dalla profondità delle viscere. Se poi ti allontani fino a tornare al punto di partenza non puoi fare a meno di notare che esso si diffonde sulla tela in modo disordinato, ma come un reticolo fluido, una griglia vischiosa e saettante. Questo “blob” colorato ha infatti una sua propria intelligenza, gira su se stesso, si attorciglia intorno alle figure ricamate sullo sfondo, le circonda, le pervade, le abbandona, in una danza che si sviluppa armoniosamente su tutta la superficie della tela. Quelli di Ghada Amer sono ricami “danzanti”: hanno il rigore leggero delle danze figurate, degli schemi che si disegnano per terra per imparare i passi di un nuovo ballo. Ecco che se li osservi con attenzione, finalmente capisci che “danzano” costantemente solo intorno ad alcuni dettagli delle figure: alla bocca, alla lingua, alle cosce, ai seni, alla vagina. Sembrano infatti solleticare/sollecitare tutti i punti erogeni del corpo femminile, che oscillano nella nostra retina e sfuggono, come in un movimento pendolare, fra astratto e figurativo, fra possesso e frustrazione, stile “guardare ma non toccare”. Candice Breitz, un’altra artista e critica africana, a questo proposito ha definito le tele di Ghada Amer un “meccanismo pulsante” (“pulsatile mechanism”).

Fra culture opposte che si elidono fino ad assomigliarsi, così come fra il desiderio di piacere, di corrispondere ai desideri dell’uomo e l’insoddisfazione, l’incomprensione o l’umiliazione del rifiuto, queste opere sono innanzitutto una riflessione sullo sguardo d’amore, sulle dinamiche, sulle ragioni e sugli effetti del nostro sguardo quando è volto verso qualcosa che ci attira. Per questo hanno un forte carattere dinamico, sprigionano una tensione, una pulsione un rapimento che coinvolge tutti sensi, come piccoli spettacoli o “giochi” che richiedono la partecipazione attiva dello spettatore, un po’ come se fossimo entrati in un peep show, e il cui fascino si crea su quella soglia in cui le nostre immagini mentali prendono forma, in cui il nostro intimo desiderio assume la concretezza di un corpo desiderato.
Ghada Amer realizza, come ha confessato lei stessa, un “inganno delicato” all’interno dell’occhio, una seduzione di cui pagheremo le conseguenze in seguito, amando ed essendo amati.
Avvicinatevi…
Ghada Amer
17 maggio-30 luglio
Galleria Massimo Minini
Via Apollonio 69, Brescia
Tel. 030 383034; email: galleriaminini@numerico.it; web site: www.galleriamini.it

Didascalie delle immagini
White drips on white, 2003
ricamo ed acrilico su tela,
cm 183 x 214
Courtesy Galleria Massimo Minini Brescia
Double Grid, 2002
ricamo ed acrilico su tela,
cm 183 x 163
Courtesy Galleria Massimo Minini Brescia
Black Anij, 2002
ricamo ed acrilico su tela,
cm 201 x 214
Courtesy Galleria Massimo Minini Brescia

di Andrea Viliani

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