Massimo Romeo Piparo fa rivivere Il vizietto con Iacchetti e Columbro

Intervista al regista messinese che riporta a teatro il cult gay tratto dalla pochade di Poiret diventata nel 1978 una commedia di straordinario successo per la regia dello scomparso Édouard Molinaro.

Nove giorni fa se ne andava a 85 anni il regista francese Édouard Molinaro, noto per aver diretto nel 1978 quel cult immortale de “Il vizietto” e, due anni dopo, il suo meno fortunato seguito. “La cage aux folles” fu una commedia brillante di straordinario successo dai tempi comici perfetti, tratta dall’omonima pochade di Jean Poiret altrettanto amata, messa in scena per cinque anni dal 1973 al Palais-Royal di Parigi. Il titolo originale si riferisce al nome del locale gay di Saint-Tropez gestito dai protagonisti Albin e Renato (Michel Serrault e Ugo Tognazzi in una splendida interpretazione entrata nell’immaginario collettivo). Vinse il Golden Globe come miglior film straniero ed ebbe addirittura tre candidature agli Oscar: miglior regia, sceneggiatura e costumi, firmati da Ambra Danon e dal ‘viscontiano’ Piero Tosi. Fu di fatto il primo film arrivato al grande pubblico in cui veniva raccontata l’intimità domestica di una coppia gay borghese anche se propagandò lo stereotipo duro a morire dell’omosessuale effemminato e piagnucoloso. È curioso il fatto che nel linguaggio comune “Il vizietto” divenne sinonimo malizioso di omosessualità mentre nel film è esattamente il contrario, in quanto si riferisce alla ‘sbandata’ eterosessuale di Renato.

Ma che cosa resta oggi, dopo trentacinque anni, de “Il vizietto” originale, opera sicuramente cardine per la cinematografia queer, meno datata di quello che si possa pensare? Ne abbiamo parlato col regista romano Massimo Romeo Piparo, che sta portando in tournée una versione teatrale molto apprezzata con Enzo Iacchetti e Marco Columbro nel ruolo dei protagonisti. Questa sera è in scena al Teatro Odeon di Biella e sarà all’Alfieri di Torino dal 28 dicembre al 6 gennaio.

Lei aveva conosciuto Édouard Molinaro?

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Purtroppo no.

Quali differenze principali ci sono nella sua trasposizione teatrale de “La cage aux folles” rispetto al film?

Che il copione è stato trasformato in un musical da Harvey Fierstein. Come è uso del linguaggio del Musical, la parte cantata prende il sopravvento, il racconto si sdoppia in due binari e la vita di Zaza è davvero rappresentata nel suo lato artistico mentre nel film risalta di più il suo lato privato.

Com’è stato gestire il confronto con un simile cult?

Come tutti i grandi film, non bisogna tradire il ricordo, non bisogna scimmiottarne i contenuti, ma serve omaggiarli con rispetto e un pizzico di

inventiva.

Il suo spettacolo è stato recensito molto bene. Ci fa un bilancio di questa prima parte di tournée?

È un trionfo di pubblico e critica. Davvero al di sopra di ogni aspettativa. E sono fiero perché il tema che Molinaro raccontò nel suo film ben quattro decenni fa, oggi è ancora, purtroppo, di estrema attualità.

Rispetto ai precedenti interpreti, Ghini e Bocci (e in rapporto ai mostri sacri Tognazzi e Serrault), quale contributo hanno dato Columbro e Iacchetti?

Hanno riportato lo spettacolo al suo sapore originale. Proprio con questa nuova coppia sono riuscito a non tradire il ricordo del film e delle magistrali

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interpretazioni di Serrault e Tognazzi. Hanno reso il racconto più vero, più credibile, meno attoriale. C’è più gioco, più allegria, più disinvoltura

nell’affrontare il difficile ruolo ‘en travesti’.

“Il vizietto” è assolutamente una pietra miliare del cinema queer ma la comunità gay l’ha sempre visto con un certo sospetto, in quanto propagandava l’idea stereotipata del gay effeminato e lamentoso. Che cosa ne pensa?

I gay non amano vedersi raccontati. Li capisco. Li rispetto. Però a volte sottovalutano – e questo è uno di quei casi – la forza e la penetrazione di un

messaggio lanciato apparentemente attraverso stereotipi ma in realtà usando sapientemente le armi dell’ironia.

Crede che il suo spettacolo possa essere utile per far riflettere sulla necessità di leggi che tutelino in Italia i diritti delle famiglie gay?

Può solo accendere un riflettore in più sul problema. Il teatro non risolve, pone domande. Se pensasse di dare delle risposte fallirebbe il suo compito. Però

sono convinto che la domanda sul valore dell’Amore con la maiuscola, libero da etichette di genere e sesso, sia arrivata molto bene a destinazione nelle teste degli oltre 100mila spettatori.

È favorevole alle adozioni da parte di coppie lgbt?

Sono laico e amo il libero pensiero. Tuttavia sono certo che non basti solo affrontare il tema dell’adozione se prima non prepariamo la società all’accoglienza del diverso e dell’altro. Se un bimbo adottato con amore da una coppia omosessuale deve poi frequentare una scuola che non prepara alla

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tolleranza, all’accettazione e alla diversità, rischia di diventare un bambino ancora più ‘diverso’ senza averne alcuna colpa. Se la società non impara a

confessare che la maggior parte delle coppie cosiddette ‘normali’, o peggio ‘naturali’, sono coacervi di perdizione, trasgressione e deviazione, non credo ci

possa essere una piena acquisizione dell’adozione di coppie omo. Insomma: non si può cucinare un buon tacchino senza un forno abbastanza capiente. Resterà un

tacchino al forno cucinato al vapore.

Mi parla della coreografia di Bill Goodson in cui quattordici uomini ballano sui tacchi a spillo?

Bill è un coreografo dalla grande esperienza internazionale che ha saputo spaziare attraverso i generi. Le sue esperienze nel mondo delle drag e la sua conoscenza del mood degli anni Settanta sono stati elementi preziosissimi per la bella riuscita dello spettacolo.

Ha saputo dare classe ed eleganza alla rappresentazione senza mai scadere nel ‘campy’ o men che meno nel ‘trash volgare e baraccone’ di certi spettacoli

dedicati al mondo dei gay.