MIO FRATELLO, MIO AMANTE

Il tabù dell’incesto affrontato con coraggio nella commedia di Dino Villatico "Col passare degli anni", a Roma per la rassegna di teatro gay ‘Il Garofano verde’.

ROMA – E’ un tabù sessuale difficile da trattare, quello dell’incesto. Eppure, se se ne parla con naturalezza, si capisce che la scoperta della sessualità tra fratelli, nella prima adolescenza, esiste più spesso di quanto non si voglia pensare, ed è un gioco, un’esperienza che si connota in maniera negativa solo se viene caricata di inutili sensi di colpa, e nascosta, rimossa, mai confessata a se stessi. Sia tra gli etero che tra i gay, ‘incesto’ è forse una parola grossa per definire i giochi sessuali tra adolescenti, ma se poi, una volta adulti, il ‘gioco’ si ripete? E’ questo l’argomento che Dino Villatico, scrittore e giornalista, tratta nella sua commedia "Col passare degli anni", che verrà messa in scena dal 15 al 20 ottobre al teatro Belli di Roma, con la regia di Marco Maltauro, per la rassegna di teatro gay "Il Garofano Verde" (clicca qui per il programma completo).

Due fratelli si rincontrano, dopo 25 anni, alla morte della madre. Ci sono questioni di eredità, di spartizione dei beni tra i quattro fratelli (ma gli altri due non compaiono mai) da sistemare. Da ragazzo il più grande, Diego, ha molestato il più piccolo, Renato, allora bambino bellissimo di dodici anni, oggi uomo molto attraente. Ma l’esperienza cogli anni si rivela, apparentemente, più traumatica per il molestatore che per il molestato. Diego non riesce, infatti, a dimenticare l’ardente desiderio adolescenziale, non si libera dal ricordo di quel fuggevole e dolcissimo contatto, e lo idealizza, gli diviene anzi il modello di ogni altro successivo contatto. Fattosi adulto, si butta a capofitto nella vita e per alcuni anni conduce un’esistenza disordinata, frenetica, affamata di piaceri. E’ compositore d’avanguardia, insegna con poca soddisfazione nel conservatorio di Firenze. La sua musica ha un certo successo di critica, ma non quanto spererebbe lui, in ogni caso viene eseguita alla Biennale di Venezia. La critica, è vero, lo elogia, ma il pubblico lo diserta, gli editori lo rifiutano. Proprio a Venezia, in occasione di una rassegna della Biennale, nel cui ambito lui stesso esegue al pianoforte un proprio pezzo intitolato pomposamente Sonata, Diego incontra un ragazzo fiorentino, Renato, che poi verrà chiamato René, che studia architettura a Venezia, e con cui passa la notte. Abbracciandolo, Diego sente risvegliarsi i vecchi ricordi, anche perché il ragazzo ha lo stesso nome di suo fratello. La notte d’amore desta in René una passione immediata e possessiva, che spaventa Diego, ma di cui poi anche René ha paura. Perciò i due perdono ciascuno le tracce dell’altro. Ma una notte, a Firenze, bighellonando intorno a Ponte Vecchio, in cerca d’avventure, Diego rincontra René, l’amore si riaccende e i due finiscono con lo stabilirsi insieme a Roma. Quando arriva a Roma Renato, il fratello di Diego – ed è qui che comincia l’azione della commedia – sono passati dieci anni dall’incontro di Ponte Vecchio. Diego sente a poco a poco riaccendersi il desiderio del fratello, ma si accorge che invece Renato non ama rivangare i ricordi. Tuttavia l’esperienza infantile ha lasciato un segno anche in Renato, che però difende istericamente l’integrità del suo corpo, soprattutto del culo. Ha fatto anche la marchetta, da ragazzo, per vestirsi alla moda: ma sempre e solo attuando il ruolo attivo. I discorsi del fratello perciò lo turbano più di quanto egli stesso si senta disposto ad ammettere, e pertanto in genere lo fa tacere o cambia subito discorso. Ma succede che un giorno i due fratelli sono soli, e col pretesto di raccontare a Renato come egli abbia incontrato René in realtà Diego si confessa al fratello come non aveva mai fatto prima, Renato scopre così di essere amato dal fratello come forse nessuno lo ha mai amato, tanto meno sua moglie. Resta profondamente sconvolto, non perché se ne senta disgustato, ma anzi perché non può non sentire anche lui l’intima, pervasiva e divorante dolcezza dell’amore di suo fratello. Riconosce che anche da bambino le attenzioni di Diego erano state sempre delicate, dolci, soavi e che se ne sentiva profondamente attratto. Così ricambia la confidenza del fratello con il racconto di un’avventura americana, il tentativo di stupro di una minorenne, compagna di scuola della figlia, e confessa angosciato al fratello che nel momento in cui stava per penetrare la ragazza gli era balzata alla mente la fantasia che stava penetrando la figlia. Inorridito dalla confessione, Renato resta immobile, coprendosi la faccia con le mani. Diego coglie il momento di fragilità del fratello, credendo che sia finalmente giunto l’evento atteso per tanti anni, che per tutti e due sia cioè venuta l’ora di un definitivo chiarimento, e si accosta al fratello, gli cala i pantaloni e le mutande, gli provoca un’erezione baciandogli il sesso, vi legge un assenso, e succhia fino a sentirselo venire in bocca. A quel punto Renato carezza i capelli del fratello, gli prende la testa tra le mani, gliela solleva fino all’altezza della propria testa, e i due fratelli si perdono in un bacio di selvaggia, ma dolcissima violenza. E’ un’esperienza dalla quale nessuno dei due può tornare indietro, ma che Renato intende lasciare unica. La coppia Diego-René si ricompatta. Ma da ora in poi la loro vita sarà la stessa di prima?

"Difficile dire che cosa ho voluto dire con questa commedia – afferma Dino Villatico, che ci tiene a precisare come non si tratti di un dramma o di una tragedia – Intanto, certamente, liberarmi di alcuni miei fantasmi. Non c’è autobiografia, la storia è totalmente inventata. Ma autobiografici sono i fantasmi sognati, sofferti e vissuti dai personaggi. E in tal senso immagino, suppongo, credo che siano anche i fantasmi di tutti".

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Ed oggi si fa un gran parlare, quasi sempre a sproposito, di pedofilia, Dino Villatico ha voluto dire la sua contro questa sorta di fobia, di caccia al mostro: "Una voglia di sfregio, di stigma, un desiderio di condanna inappellabile, come se l’inesorabilità del giudizio potesse liberare le inconfessate e forse inconfessabili paure, che invece andrebbero sempre confessate: solo la verità ci libera dai mostri che noi stessi ci alimentiamo dentro Ma a parte gli ignobili e spesso criminali traffici dei pornografi, che non sono diversi da quelli di tutto l’ignobile mercato mondiale dell’eros, il mostro non esiste. e si annida quasi sempre tra le mura domestiche della famiglia". Dino Villatico ha evitato il rischio, sempre in agguato, di cadere o nel sentimentalismo o nella pornografia gay: "detesto con forza entrambe le cose". Così la scelta del verso, il nobile endecasillabo della tradizione alta della poesia e del teatro italiani, è anche la scelta di un diaframma, di una lente che collochi una distanza tra l’incandescenza della materia e la necessaria crudeltà della forma. Spero di esserci riuscito. "Quanto al titolo, Col passare degli anni, l’espressione ricorre qualche volta nelle parole di Diego – spiega l’autore – Lo scorrere del tempo misura, e non solo per lui, i mutamenti, le trasformazioni, le alterazioni dell’animo, ma rinsalda anche, e spesso crudelmente, la presa delle ossessioni infantili, fa sentire nella carne viva il graffio dell’artiglio, il morso del dente, l’incubo permanente, con cui la memoria ci perseguita e tormenta i sensi che la tengono desta, l’alimentano, la corrompono. Nessuno che abbia il coraggio di guardarsi dentro senza paura e senza mentirsi potrà negare che questo accade in ciascuno di noi. E, forse, è proprio questo guardarsi senza paura e senza mentirsi la sostanza più vera della commedia".