MOSCHE CON L’ANIMA

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Appena restaurata, la storica Rotonda a Mare di Senigallia ospita un ciclo di mostre che gioca sul rapporto fra poesia e realismo. Per giocare con l'arte.

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In Sapore di mare, stra-cult dei Vanzina Brothers sulla “meglio gioventù” dei mitici anni ’60, Selvaggia, alias Isabella Ferrari, e la splendida quarantenne Virna Lisi, la sera andavano a ballare le canzoni di Battisti alla Capannina. Quella era la musica, quelli i locali: la Capannina di Forte dei Marmi era un night club, come si diceva allora, uno dei tanti in quelle estati con le utilitarie e gli scooter, le minigonne e il mito delle svedesi, le prime estati in cui gli italiani che avevano scoperto di vivere un “boom” volevano fare la “dolce vita”. Molti di quei locali sono oggi scomparsi, chiusi o trasformati in supermercati, pizzerie o gelaterie da asporto, qualcuno resiste, fuori del tempo, dei gusti e delle mode, come vitelloni invecchiati che di storie da raccontare ne avrebbero tante, ma a cui nessuno ha più voglia di chiedere di raccontargliele.
Storico bar/discoteca della costa adriatica, costruito fra il 1927 e il 1932 sul modello dei piers inglesi, quei pontili in legno o in ferro protesi sul mare su cui sorgevano come funghi edifici di tutti i tipi, la Rotonda a Mare di Senigallia rischiava di fare la stessa fine: e invece, dopo l’accurato restauro, ha riaperto al pubblico per ospitare il ciclo di mostre Mosche da Bar/Barflies, ideato e curato da Marcello Smarrelli, affiancandosi ad altri interessanti e giovani centri d’arte contemporanea marchigiani come La Pescheria di Pesaro.
Un progetto ibrido, già nel doppio titolo bilingue che evoca un altro stra-cult, questa volta americano, il film di Barbet Schroeder Barflies, con Mickey Rourke già in versione trucida e una Faye Dunaway meravigliosamente sfatta. Così, se da una parte lo sguardo è rivolto all’orizzonte, a quell’America dei “giorni perduti”, dei loosers, di chi si è buttato in zona Buchowsky – autore del romanzo Barflies – tra bevute esistenziali e droghe come esperienza estetica, dall’altra…tu vò fa l’americano…ci si guarda intorno, si fanno i conti con la cultura delle “rotonde sul mare”, con la rustichezza del divertimentificio romagnolo, discoteca, ombrellone e piadina, con quella nostra periferia, bloccata fra domani e ieri, che è sempre stata il trampolino per generazioni di sognatori, emigranti, santi e marinai, vincenti o perdenti non importa: è proprio in questo scarto, in questo impasto sincero di poesia e realismo, di senso dell’avventura e auto-ironia che Mosche da Bar/Barflies trova la sua dimensione: un modo di fare arte come fatto ludico e critico, in cui le mostre non sono esami da superare ma occasioni di evadere e vivere esperienze anche fuggevoli ma più autentiche.

Inoltre il confronto tra le diverse generazioni degli artisti coinvolti e la loro provenienza, non solo dall’arte ma anche dal design o dalla letteratura, in futuro forse anche dalla musica o dalla moda, mentre ci fa voltare indietro ai “mitici” anni ’50 e’60, gli anni magici della Rotonda, ci conduce tuttavia in uno spazio ora completamente vuoto, “disoccupato” dalla sua funzione originaria, che ci invita così a una pausa di riflessione e sembra restituirci, attraverso l’intervento dell’artista, le sue stesse emozioni di antica pista da ballo, di luogo di festa collettiva, di emozioni condivise: “una macchina produttrice di mito”.
Un grande dipinto di Enzo Cucchi fluttua, sospeso, al centro di un’installazione prodotta con teli in PVC colorato e tubi fluorescenti; la separazione natura/artificio si assottiglia fino a ricomporsi in oggetti-luce, sospesi nel passaggio fra percezione visiva e dimensione fantastica: l’opera, all’interno dell’architettura leggera e funzionale dell’edificio, tra terra e cielo, acquista la leggerezza e la fragilità di un riverbero di luce, sembra un’onda marina al tramonto prelevata dall’ambiente circostante, un’apparizione estatica, di natura ambigua, bloccata nel tempo-spazio con un effetto di morfing cinematografico. E’ la prima collaborazione fra Cucchi, protagonista del ritorno alla figurazione pittorica promosso negli anni Ottanta dal movimento della Transavanguardia, e l’architetto e designer Johanna Grawunder, partner di Ettore Sottsass negli anni in cui la Sottsass Associati di Milano e il gruppo Memphis facevano la storia recente del design italiano. Un incontro non casuale, e anzi molto stimolante, fra modi diversi di condurre una ricerca estetica che era già allora per molti aspetti tangente: Cucchi ha sempre usato liberamente i diversi materiali, collocandoli nello spazio espositivo senza deferenza, usava contemporaneamente la pittura, la scultura e il disegno, dava vita a immagini che facevano scivolare, l’uno nell’altro, memoria personale e archetipi popolari, alto e basso; Johanna Grawunder ha lavorato sulla materia in modo da farne risaltare la complessità alla luce del “vocabolario elettro-tecno” di nuovi colori, nuove immagini, nuove luci che la tecnologia ci ha messo a disposizione, ha attraversato la soglia plastico-virtuale degli schermi TV e dei computer, luogo liquido, ironico, coloratissimo dei nostri anni teen-ager, tra cartoon, insegne luminose, “volumi di edifici trasparenti” che ci sembravano astronavi, e ne ha estratto nuovi archetipi, forme nuove da vivere con naturalezza. Lo spazio stesso della Rotonda a Mare diventa la plancia di un’opera che deborda dai suoi limiti con una certa spavalderia, una certa spudorata “facilità” da cartone animato.
Cucchi, amico di scrittori come Paolo Volponi, Goffredo Parise, Giovanni Testori, ha spesso praticato anche l’illustrazione di libri come una forma di incontro, di dialogo creativo. Un rapporto fecondo che la mostra ricrea attraverso la pubblicazione di un catalogo-magazine a cura dell’art director Christophe Brunnquell. Brunnquell, grafico di “Purple”, “Hèlene”, del quotidiano “Libération”, e del volume La Folie de la Villa Médicis, recentemente pubblicato da Silvana Editoriale, ha concepito il catalogo della mostra come una specie di installazione su carta, ibridando i testi critici con il “fotoromanzo” dell’artista palermitano Domenico Mangano, classe 1976, dedicato allo zio Mimmo e una poesia inedita di Gianni D’Elia. Il richiamo a Pasolini, Sergio Citti e Ciprì&Maresco che emerge da questi contributi a latere rilancia ulteriormente quel sapore agro di provincia, quell’intelligenza fatta di esperienza, quell'”itaglianità” anche morale e politica, del vivere la vita nel rispetto degli altri e in loro compagnia, che è la vera anima di queste “mosche da bar”.
Mosche da Bar/Barflies
A cura di Marcello Smarrelli
Rotonda a Mare, Senigallia (Ancona)
20 luglio-24 agosto 2003, tutti i giorni dalle ore 21 alle 24 (ingresso libero)
Tel. 0721 370956

di Andrea Viliani

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