Mostra su Caravaggio, ecco il percorso “queer”

L’esposizione alle Scuderie del Quirinale si arricchisce di un Giovanni Battista androgino che si aggiunge ad altri capolavori di Michelangelo Merisi. Eccoli visti da un’ottica gay. Fino al 13 giugno.

Roma – È il momento propizio per visitare la "mostra delle mostre" su Caravaggio intitolata semplicemente col nome dell’artista e aperta fino al 13 giugno alle Scuderie del Quirinale per celebrare il quarto centenario della sua morte. Si è infatti arricchita a fine aprile del pregevole San Giovanni Battista della Galleria Borghese, la versione più efebica e androgina realizzata dal geniale "pittore maledetto".

Un allestimento suggestivo dalla dominante rossa, disposto su due piani, per una mostra essenziale (solo 25 opere ma mai si sono visti insieme così tanti capolavori del Caravaggio) in cui è possibile rintracciare elementi che riconducono a una lettura omosessuale di alcune sue realizzazioni "capitali". Le caratteristiche peculiari sono la certezza dell’attribuzione all’autore e il fatto che non ci sono tele già presenti nelle chiese romane dove è possibile proseguire un percorso "caravaggesco" indipendente.

Sembra accogliere i visitatori il celebre Fanciullo con canestra di frutta (1593-1594), che sembra offrire se stesso come "ghiottoneria erotica" ma, a detta dei critici meno omofili, simboleggerebbe semplicemente la terra o la vanitas umana. La tematica amorosa sarebbe evocata anche dalla bocca leggermente dischiusa, come per intonare un canto appassionato. Un’opera giovanile in cui si possono leggere tracce della sua formazione lombarda con memorie del Lotto e del Peterzano. È più evidente l’omoerotismo della figura del Cupido licenziosamente ammiccante in Amor vittorioso, probabilmente un giovane favorito ritratto dal Caravaggio (i detrattori sostengono però che l’atteggiamento provocatorio a gambe divaricate rimanda a un codice simbolico utilizzato già dal Buonarroti per significare vittoria e trionfo).

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È possibile ammirare anche altri due San Giovanni Battista, giovinetti riccioluti e seminudi dall’espressione mesta, riconducibili a "bardasse" o "bardasce", letteralmente "ragazzacci", amanti passivi spesso dediti alla prostituzione che Caravaggio frequentava, come testimoniato dal pittore Tommaso Salini durante un processo nel 1603 per diffamazione intentato da Giovanni Baglione, per altro futuro biografo di Caravaggio, accusato di aver diffuso poesie scurrili insieme all’amico architetto Onorio Longhi.

Si possono invece riconoscere sia nel Suonatore di liuto che nel sublime Bacco, destinato il 16 maggio a tornare agli Uffizi, le fattezze dell’unico, probabile fidanzato di Caravaggio, il pittore siciliano Mario Minniti che visse con l’artista per ben sette anni, dal 1593 al 1600. Li ospitò il grande mecenate di Caravaggio, il cardinale Francesco Maria del Monte, figura chiave per la sua carriera, probabilmente gay (nella sua biografia si parla persino di una festa en travesti a casa del cardinal Damasceni Peretti), garanzia di ottime commissioni e di una ricca collezione da studiare.

Anche la figura centrale di I musici, in cui sono ritratti quattro castrati dall’effemminata sensualità, è possibile ricondurla alle sembianze del Minniti. E così, se è acclarato che l’opera di Michelangelo Merisi fu rivoluzionaria per aver anticipato la modernità come trionfo della libertà individuale vista da un cultore dell’arte "pura" e della nuda realtà nel travalicamento dei generi, anticipando persino il realismo, lo si può sicuramente annoverare anche tra i più grandi percursori pittorici dell’arte queer.

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Ma i capolavori del genio lombardo si susseguono, e così ecco La Canestra di frutta (la celeberrima "fiscella" che stupisce anche per le dimensioni di ridotte: 46 x 64,5 cm), Giuditta che taglia la testa a Oloferne, la Cattura di Cristo nell’orto, I bari, due Cene di Emmaus e via dicendo. È semplicemente straordinario ammirare l’uso di luce e ombre, con quell’effetto di sorprendente naturalismo che conferisce un effetto di precisione fotografica reso quasi tridimensionale davanti agli occhi dello spettatore anche grazie a una sapiente illuminazione: e in epoca di 3D virtuali altamente tecnologici, se si pensa che si tratta di opere realizzate più di quattro secoli fa, c’è davvero da riflettere.

Vi consigliamo caldamente la prenotazione, senza la quale si rischia di fare una coda che può durare anche alcune ore.