Pride e patrocini dei comuni: non rendiamoci accettabili

Basta chiedere patrocini ai comuni, o meglio: basta dare tutta questa importanza a una adesione o meno. Il Pride siamo noi, persone tutte: non dobbiamo renderci accettabili, ma lottare.

Anno nuovo, nuovi Pride. In questo periodo i coordinamenti LGBTQIA+ delle varie zone d’Italia si stanno muovendo per organizzare le varie manifestazioni. Organizzare un Pride è una cosa complessa e, spesso, ci si rivolge alle autorità comunali e territoriali per avere patrocini e finanziamenti. Ma la cosa sta facendo perdere il senso di fare un Pride.

Il Pride, al secolo “Gay Pride“, è un evento importante per le persone LGBTQIA+. In questi anni, in Italia, si è smesso di organizzare un grande Pride Nazionale, concentrandosi su eventi territoriali. Sono così nati degli eventi, da Nord a Sud e passando per le isole, per costruire un tessuto più vicino alle persone. E se organizzare un Pride Nazionale è complesso, farlo sul proprio territorio è una vera epopea. Per questo, spesso, i comitati organizzatori si rivolgono ai Comuni per avere il patrocinio o la collaborazione, con finanziamenti e servizi connessi. Ma il concentrarsi sull’avvenuto o mancato patrocinio sta snaturando e rendendo innocuo il Pride.

Per quanto avere l’adesione dei Comuni sia un segnale politico molto forte, il concentrare attenzione e forze a questo aspetto crea un circolo vizioso: i comuni più conservatori non concedono facilmente il patrocinio, spingendo gli organizzatori a rendere i propri Pride più “accettabili”. Eppure il Pride affonda le proprie radici nella rivolta di Stonewall, dove travestite, trans, checche dei ceti bassi, neri e latinos si sono rivoltati all’oppressione violenta della polizia.

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Pride di New York

Il Pride non si può rendere “accettabile”, assicurando alle autorità che non ci saranno “eccessi” (ovvero: culi nudi, tette al vento, genitali in libertà e vestiti osceni). Il Pride non va accettato: o si aderisce, accettando le contraddizioni, o lo si odia. Il Pride chiede alle persone di aderire, di “parteggiare”, di esserne parte allargando gli orizzonti, non chiudendoli.

Il compito di chi organizza i Pride non è quello di chiedere alle persone LGBTQIA+ e alleati di “fare i bravi” per avere la benedizione dalla “società per bene”, ma è quello di battersi per rendere il processo di costruzione della società accessibile a tutte, tutti e tutt*. Il Pride nasce (e vive) per criticare la società razzista, misogina, machista e maschilista; non deve rendere mansueti gli animi, ma incendiare la pace sociale costruita sulla pelle delle e dei diversi, degli invertiti.

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Il Pride: un luogo di libera espressione

Ma possono stare insieme le tette e i culi con le famiglie omogenitoriali, con AGEDO, con i cristiani LGBT? Questa è la sfida del Pride. Rivendicare la libertà di essere, scoperchiare le contraddizioni interne alla nostra società. Non esiste la donna o l’uomo perfetto, non esiste una sessualità “retta” identificata da una condotta neutra e rispettosa del decoro; siamo tutte e tutti esseri umani, con le proprie perversioni, pulsioni, con la voglia di godere della sessualità (o di non goderne). E tutte e tutti abbiamo il diritto di poterlo fare. Per questo bisogna marciare, festeggiare e ballare fianco a fianco.

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Famiglie Arcobaleno

Basta chiedere patrocini ai comuni, o meglio: basta dare tutta questa importanza a una adesione o meno. Il Pride siamo noi, persone tutte, che ci si senta etero, omo, bi o altro. Siamo noi, cisgender, trans, non-binary o qualsiasi altra identità. Siamo noi, persone con disabilità, con o senza cittadinanza, senza casa, con sofferenza mentale, con patologie croniche, precari o con e senza lavoro. Non dobbiamo renderci “accettabili” dalla società, ma abbiamo il pieno diritto di costruire insieme una società giusta per tutte e tutti. Riscopriamo le radici delle lotte, conosciamo chi sono state Sylvia Ray Rivera e Marsha P. Johnson, Mario Mieli e Il Fuori!

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Marsha P. Johnson, attivista e favolosa

Concludo con una sacrosanta precisazione: il matrimonio egualitario, la riforma dell’istituto delle adozioni e la legge contro l’omobitrasfobia sono battaglie giuste. Modificano la percezione, favoriscono l’apertura mentale. Ma queste non devono mai escludere quella rivoluzione culturale che deve aprire la società alle persone tutte. Non creiamo un muro attorno a lesbiche e gay per bene tenendo fuori tutto il resto.

Sogno una società dove le famiglie composte da coppie etero e omo, con o senza figli, vivono nelle contraddizioni della società, a braccetto con i freak, le sfrante, le frocie e le camionare.

Siamo tutte indecorose, inadeguate, fragili e pazze! Ed è questo il bello dell’umanità; rendiamo le nostre società aperte e includenti.