Quando l’Aids era disperazione

Esce per Playground “Il sognatore di fantasmi”, il romanzo dell’autore di bestseller Richard Zimler sugli aspetti più devastanti dell’epidemia che ha cambiato il nostro modo di essere.

Lo scoppio dell’epidemia di Aids negli anni Ottanta e il numero impressionante di vittime che ha provocato nel decennio seguente hanno determinato una cicatrice profonda nella coscienza collettiva della popolazione omosessuale, soprattutto di quella statunitense. Un evento che ha lasciato segni profondi anche nella letteratura gay, come scrive anche Gian Pietro Leonardi nella introduzione al volume Noi e gli altri – riflessioni sullo scrivere gay: «Gli scrittori che si sono occupati in particolare della sindrome e che hanno dato vita a un vero e proprio genere, conosciuto come Aids narrative, hanno rifiutato la classificazione della malattia come "la peste dei gay" e hanno usato la scrittura come strumento di lotta contro la discriminazione e la diffusione del virus. "Se morissimo tutti e i nostri libri fossero bruciati, tra un centinaio di anni nessuno saprebbe mai la verità", afferma Paul Monette, confermando che la lotta all’Aids passa anche attraverso la letteratura».

Vivere con l’HIV oggi

Naturalmente lo scenario, da allora, è molto cambiato e a leggere adesso i libri della Aids narrative scritti negli anni Novanta sembra di esaminare documenti provenienti da un lontano passato in cui una diagnosi di sieropositività equivaleva a una sentenza di morte. Oggi, fortunatamente, non è più così e gli specialisti sono arrivati ad affermare che le aspettative di vita di un sieropositivo sono identiche a quelle di un sieronegativo. Ciò non significa che l’Aids sia stato sconfitto: vivere con l’Hiv è ancora caricarsi sulle spalle un fardello non leggero, sia per gli effetti dei farmaci sia per i condizionamenti sociali che non sono ancora del tutto superati. Ma tanti giovani, che non hanno conosciuto direttamente gli anni più bui dell’epidemia, questo non lo sanno e per loro, ma non solo per loro, è importante che siano disponibili anche in Italia i libri che tracciano le storie di quel periodo. Come Unholy ghosts il libro d’esordio del 1996 dell’autore di bestseller Richard Zimler ("Il cabalista di Lisbona") che esce finalmente in Italia pubblicato da Playground con il brutto titolo Il sognatore di fantasmi.

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La lunga lettera

Scritto come una lunga lettera del protagonista al proprio amato, il libro narra il rapporto con l’epidemia di Aids di un insegnante di chitarra americano fuggito in Portogallo nel tentativo di continuare una vita segnata da troppe morti dovute al virus o, come la chiama lo stesso protagonista, all’«invasione dei cosacchi terribili che puzzano di polmonite e ti lasciano sulla pelle delle ferite inferte con le loro spade microscopiche». Ma anche in Portogallo il musicista dovrà fare i conti con loro: il suo migliore e più promettente allievo viene diagnosticato sieropositivo a soli 24 anni e lui, pur disperato, inizia a fare di tutto per contrastare la tendenza del ragazzo a lasciarsi andare. Così parte con lui e suo padre a bordo di una T-bird nera fiammante per raggiungere Parigi dove, all’insaputa del giovane, ha organizzato un’audizione con un rinomato maestro chitarrista. Il viaggio sarà per il protagonista l’occasione per ripercorrere tutte le esperienze passate e in parte anche esorcizzarle.

Pessimismo datato

Richard Zimler scrisse questo suo primo romanzo più o meno nel momento in cui le terapie antiretrovirali cominciavano a diffondersi e a permettere di ricominciare a sperare. E nel libro ha trascritto parte della sua esperienza di giornalista attivo nella San Francisco bay trasferito a Porto dove tuttora vive insegnando giornalismo all’Università. Ma Il sognatore di fantasmi non contiene, se non nelle ultimissime pagine, i segni di quella speranza che cominciava ad affacciarsi nel mondo dell’Aids ed è per questo connotato da un disfattismo e una disperazione che, come dicevamo, risultano incredibilmente datate al lettore di oggi. Eppure il libro, scritto in una forma godibile, riesce almeno in parte a emanciparsi da questo pesante condizionamento e risulta essere, al di là della scarsa attualità della condizione specifica cui si riferisce, un disegno toccante e a tratti anche divertente della lotta di un individuo per conquistare il desiderio di esistere e per inventarsi un senso laddove tutto sembra disperato.