SPECIALE PRIMO DICEMBRE. L’inno alla vita di Rudolf Nureyev

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Nureyev, morto di Aids nel 1993: le sue ultime parole per la vita

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Oggi non si muore di Aids, almeno nel mondo occidentale, nella nostra Europa, nella nostra Italia. Lo abbiamo detto e lo abbiamo sentito in modo sempre più forte con il trascorrere di questi ultimi anni. Oggi sappiamo con certezza che si può convivere con l’Aids, si può amare chi ha l’Aids, si può continuare la propria vita.

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Non bisogna però dimenticare un periodo, non lontano, quando così non era, quando di Aids si moriva e tra le milioni di vite falciate ricordiamo anche tante celebrità la cui testimonianza ci ha regalato la consapevolezza che abbiamo oggi. Freddy Mercury la stella e la voce indimenticabile dei Queen, Brad Davis grandissimo interprete di Querelle di Fassbinder, Isaac Asimov l’immenso scrittore fantascientifico, Pier Vittorio Tondelli l’amatissimo autore di Camere Separate e potremmo continuare la lista ancora a lungo. Bisogna ricordare che oggi, con la giusta prevenzione, si può vivere ma è importante non dimenticare il passato e chi con la propria morte ha affermato la propria e la nostra vita.

Rudolf Nureyev, uno dei più grandi danzatori della storia dell’uomo, è morto di Aids nel 1993. Prima della morte ha scritto un’ultima lettera, un ultimo messaggio al mondo, un invito a vivere nonostante la morte, un inno alla vita e alla sua immensità.

Ne riportiamo di seguito gli estratti più belli che ci ricordano quanto sia prezioso e immenso il dono di esserci e ciò che è davvero importante, ciò che per cui dobbiamo lottare ogni singolo giorno: noi stessi.

Non avrei mai fatto il ballerino, non potevo permettermi questo sogno, ma ero lì, con le mie scarpe consunte ai piedi, con il mio corpo che si apriva alla musica, con il respiro che mi rendeva sopra le nuvole. Era il senso che davo al mio essere, era stare lì e rendere i miei muscoli parole e poesia, era il vento tra le mie braccia, erano gli altri ragazzi come me che erano lì e forse non avrebbero fatto i ballerini, ma ci scambiavamo il sudore, i silenzi, a fatica. Per tredici anni ho studiato e lavorato, niente audizioni, niente, perché servivano le mie braccia per lavorare nei campi. Ma a me non interessava: io imparavo a danzare e danzavo perché mi era impossibile non farlo, mi era impossibile pensare di essere altrove, di non sentire la terra che si trasformava sotto le mie piante dei piedi, impossibile non perdermi nella musica, impossibile non usare i miei occhi per guardare allo specchio, per provare passi nuovi. Ogni giorno mi alzavo con il pensiero del momento in cui avrei messo i piedi dentro le scarpette e facevo tutto pregustando quel momento.

Ora so che dovrò morire, perché questa malattia non perdona, ed il mio corpo è intrappolato su una carrozzina, il sangue non circola, perdo di peso. Ma l’unica cosa che mi accompagna è la mia danza la mia libertà di essere. Sono qui, ma io danzo con la mente, volo oltre le mie parole ed il mio dolore. Io danzo il mio essere con la ricchezza che so di avere e che mi seguirà ovunque: quella di aver dato a me stesso la possibilità di esistere al di sopra della fatica e di aver imparato che se si prova stanchezza e fatica ballando, e se ci si siede per lo sforzo, se compatiamo i nostri piedi sanguinanti, se rincorriamo solo la meta e non comprendiamo il pieno ed unico piacere di muoverci, non comprendiamo la profonda essenza della vita, dove il significato è nel suo divenire e non nell’apparire. Ogni uomo dovrebbe danzare, per tutta la vita. Non essere ballerino, ma danzare.

Chi non conoscerà mai il piacere di entrare in una sala con delle sbarre di legno e degli specchi, chi smette perché non ottiene risultati, chi ha sempre bisogno di stimoli per amare o vivere, non è entrato nella profondità della vita, ed abbandonerà ogni qualvolta la vita non gli regalerà ciò che lui desidera. È la legge dell’amore: si ama perché si sente il bisogno di farlo, non per ottenere qualcosa od essere ricambiati, altrimenti si è destinati all’infelicità. Io sto morendo, e ringrazio Dio per avermi dato un corpo per danzare cosicché io non sprecassi neanche un attimo del meraviglioso dono della vita

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