Undici storie e un filo rosso che le lega: l’omosessualità

Con due racconti un più rispetto al 2005, esce l’ultima edizione di “Ragazzo di Zucchero” di Ken Harvey, best seller che contiene undici storie tra traumi mai risolti e un amore sfuggente.

Lynn, Massachusetts. Una cittadina di provincia americana davvero qualunque, con i mall, i MacDonald’s, l’umanità pittoresca, la noia. Un luogo mentale, prima ancora che geografico, emblema di tempi dilatati, spazi anonimi, vite all’apparenza immobili sconquassate da sismi di profondità quasi impercettibili. È qui, o comunque nelle immediate vicinanze, o anche in posti più lontani ma mai davvero lontani, che Ken Harvey ambienta gli undici racconti della sua pluripremiata raccolta, due in più rispetto alla precedente edizione Playground (2005). La ristampa sancisce lo status di best seller nel parco-titoli della piccola e mai troppo lodata casa editrice romana, un successo giustificato dalla grazia commovente di queste piccole storie. I protagonisti sono, alternativamente, bambini o proiezioni adulte degli stessi bambini. Almeno questa è l’impressione che si ha da lettori, scorgendo un filo conduttore preciso che lega i vari personaggi in un’unica vicenda umana d’ampio respiro, fatta di formazioni sentimentali lunghe e accidentate e traumi mai davvero risolti.

C’è il ragazzino violentato dal più temibile degli orchi, che trasfigura il suo dolore disegnando animali morti e resuscitandoli sul retro del foglio, la nonna che per sentirsi ancora viva sfugge alla festa del suo compleanno rifugiandosi in cima all’insegna di un fast food, il figlio accanitamente sulle tracce di un padre allontanatosi con la ferma intenzione di non voltarsi mai indietro, lo sposo quasi abbandonato dal partner davanti all’altare, la donna che si guadagna da vivere annunciando brutte notizie, l’adolescente che, in mancanza d’altro, ritaglia i maschi dalle riviste pornografiche eterosessuali per creare personalissimi amplessi-collage. E ancora: ex mariti che cambiano sesso, nozze celebrate in una Jacuzzi, fughe dall’ospedale, suicidi assistiti. L’omosessualità è il minimo comun denominatore che lega le storie, a volte protagonista, a volte comprimaria. Ma più ancora, ad attraversare come un sottofondo continuo tutto il libro, è un’idea impalpabile dell’amore come particella subatomica sfuggente, continuamente ricercata e mai davvero individuata, se non per pochi istanti, sempre troppo presto o troppo tardi.

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I personaggi di Harvey si inseguono, si trovano, entrano in crisi, si allontanano, si ritrovano ancora, in preda a un desiderio di contatto costante, e quasi costantemente frustrato. Sono, oltretutto, quantomeno gli adulti, sempre ritratti in quella fase nebulosa della vita che è il decennio fra i trentacinque e i quarantacinque anni, un tempo luogo deputato alla maturità, oggi molto più simile a un’amara estensione dell’adolescenza; un tunnel verso l’ignoto, dove il caos continua a farla da padrone come e più di prima, in quanto non più mitigato dal sentimento di eternità con cui ci si concepisce da ragazzi. E la morte, sotto forma di malattia improvvisa o preannunciata (l’AIDS è un contrappunto che affiora a più riprese), è l’altro grande ospite silenzioso del libro, capace di gettare i protagonisti in uno sgomento sommesso, che si traduce in una narrazione frammentaria ma coerente, e in dialoghi talvolta stralunati, spesso esilaranti, sempre precisi nel mettere a fuoco il mistero dell’esistenza.

Ken Harvey, “Ragazzo di zucchero”

Traduzione di Carlotta Scarlata

Playground, pp. 176, 13 euro

di Matteo Colombo