Wilhelm Uhde, il critico gay che scoprì Picasso e Séraphine

Il collezionista tedesco che ebbe un ruolo fondamentale nel lancio di grandi pittori come Pablo Picasso, Henri Rousseau e Séraphine, era omosessuale. Racconta la sua vita un film di Martin Provost.

Pochi lo conoscono, eppure Wilhelm Uhde, critico d’arte e collezionista tedesco gay (1874-1947) ha un ruolo chiave nella scoperta di importanti autori moderni: fu lui a scovare il talento di Pablo Picasso, acquistando le prime opere – in tutto ne aveva 17! – e facendosi poi ritrarre dal maestro nel 1909. Ebbe un ruolo fondamentale nella carriera dell’avanguardista Henri Rousseau, celebre soprattutto per il suo capolavoro "L’incantatrice di serpenti" conservato al Musée d’Orsay e per le vegetazioni lussureggianti che ritrasse con uno stile naif inedito per l’epoca. Uhde ne realizzò la prima monografia nel 1911.

Questo grande critico, segretamente omosessuale, aveva proprio un debole per la pittura naif, che contribuì a far conoscere al mondo, e tra i grandi artisti che grazie a lui uscirono dall’anonimato è da annoverare Séraphine Louis. Scoperta nel 1912 a Senlis, poco lontano da Parigi, fu aiutata da Uhde dopo aver visto una natura morta raffigurante alcune mele.

Nata orfana, povera, allevata dalle suore, psicologicamente fragile, Séraphine faceva la donna delle pulizie in una casa borghese e, di notte, creava splendidi quadri sentendo la voce di un angelo che intonava canti religiosi. Uhde si trasferì proprio a Senlis per sfuggire ai pettegolezzi sulla propria omosessualità e divenne amico di Séraphine, finanziò l’acquisto di tele e pennelli, si confidò con lei ("Non c’è la possibilità che io mi sposi, non c’è"), la trasformò in artista ammirata e celebrata col nome di Séraphine De Senlis, espatriò dopo lo scoppio della guerra.

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"Io non colleziono per vendere, vendo per collezionare" sosteneva Uhde.  Il critico si innamorò di un magnifico ragazzo moro, ebbe con lui una storia appassionata da romanzo rosa, vivendo nella casa di campagna con sua sorella e con l’amato compagno finché costui non morì di tisi. La sensibile Séraphine, dopo la crisi economica del ’29, finirà in manicomio dove morirà nel 1942.

Racconta la sua vita un emozionante film francese, dalla regia forse fin troppo controllata, "Séraphine" di Martin Provost, selezionato dalla Francia per concorrere agli Oscar come miglior film straniero, già vincitore di sette César. Un biopic tradizionale, molto ben confezionato, che scorre come un fiume tranquillo fino all’irruzione della follia, dell’irrazionale che si impadronirà della mente della donna (interpretata da una Yolande Moreau davvero da Oscar) impedendole definitivamente di realizzare altri quadri.

Si cala nel ruolo di Wilhelm Uhde, con sublime finezza, un magnetico attore tedesco, Ulrich Tukur (era il barone nel capolavoro di Haneke "Il nastro bianco"), carismatico e affascinante come l’arte che collezionava. Forse il più intenso personaggio omosessuale visto al cinema ultimamente dopo l’irraggiungibile George Falconer di Colin Firth in "A Single Man". 

Da vedere. E piangere.