Mafia, Johnny Boy D’Amato e omosessualità: è ancora un tabù?

Nei pizzini non si scambiano più messaggi in codice, ma frasi d’amore e cuoricini.

Pensando al mondo della mafia, si immaginano sempre uomini virili, tutti d’un pezzo, dal grilletto facile, spietati e pronti a tutto pur di avere il loro tornaconto personale. Difatti, ai tempi di Cosa Nostra, ad esempio, non si poteva nemmeno nominare il termine “omosessualità”. Era un tabù per le famiglie mafiose. E il binomio mafia gay era intollerabile. Ma erano anni difficili, quando l’omosessualità non era ben vista, perché considerata una malattia. Oggi, la società è cambiata, e anche all’interno della mafia non è più uno scandalo, anche se in generale non è del tutto accettata (come ci confermano i fatti di cronaca). A sostenere questa teoria, ci sono anche diverse testimonianze. Vi sono difatti testimoni gay o transessuali, che durante gli interrogatori con le autorità raccontavano dei rapporti intrattenuti con potenti uomini mafiosi.

Ne è un esempio Johnny “Boy” D’Amato. Questo era un boss membro della famiglia dei De Cavalcante. Negli anni ’90 controllava il New Jersey , ed era anche molto vicino al super boss John Gotti. Negli Stati Uniti d’America erano molto conosciuti perché padroni di quelle zone. Era un territorio completamente in mano alla mafia, ma dietro quel boss pronto a eliminare chiunque pur di continuare i propri affari, si nascondeva un omosessuale. “Nascondeva” è la parola giusta, perché in quegli anni non si poteva tollerare un boss omosessuale.

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La morte di Johnny Boy D’Amato

A far sapere dell’omosessualità di Johny Boy D’Amato fu la fidanzata dello stesso. La donna raccontò alla famiglia delle serate passate ai club per scambisti. E di come il boss si intratteneva specialmente con altri uomini. Prima che la notizia diventasse di dominio pubblico, la stessa famiglia mafiosa decise di eliminarlo. Sarebbe stata una vergogna sedersi allo stesso tavolo con un omosessuale, mentre si discuteva di affari.

Per portare a termine il lavoro, venne interpellato Anthony Capo, anche lui membro della famiglia. E lui eseguì l’ordine. Sparò 4 colpi di pistola contro Johnny Boy D’Amato, all’interno della sua auto, nel dicembre del 1992. Il corpo non venne mai ritrovato, ma alcune tracce di sangue individuate nell’auto inchiodarono Anthony Capo, come esecutore dell’omicidio. Lo stesso poi confessò il suo crimine. Gli agenti di Polizia che condussero le indagini capirono che aveva ricevuto l’ordine di eliminare il boss. E sapevano anche che gli altri componenti della famiglia non potevano tollerare la presunta omosessualità di Johnny Boy. Nonostante questo, non c’erano prove che fossero loro i mandanti, e di conseguenza Capo fu l’unico a pagare per l’omicidio.

La mafia gay oggi

Non mi meraviglierei assolutamente se domani sentissi o leggessi che il capofamiglia, così nominato, della Sicilia o di Palermo, fosse iscritto all’Arcigay. La cosa non mi stupirebbe“. A dirlo è Rosalba Di Gregorio, la legale di Bernardo Provenzano. Lo affermò a Klaus Davi nel 2011, periodo in cui quest’ultimo stava girando un documentario sulla correlazione tra mafia e omosessualità.

Caro, sei nel mio cuore. Tesoro mio. Gioia mia“. Questo un esempio dei messaggi nei pizzini di due mafiosi, in carcere. A rivelarli, il procuratore Sava, come prova di un grande affetto tra i due uomini. Fatti isolati, rari, ma comunque normali. Si porta a ipotizzare un legame amoroso, in quanto c’è un’evoluzione nel modo di approcciarsi alla società. Come tutti, anche i mafiosi subiscono la modernizzazione della società, e tendono a eliminare certi tabù. Sono proprio i più giovani, le nuove generazioni, che hanno scardinato l’omosessualità come motivo di discriminazione. Il caso di Johnny Boy D’amato è ormai storia vecchia.

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I baci tra mafiosi come saluto

E come considerare i baci che i boss palermitani si scambiavano direttamente, i cosiddetti baci “a stampo”? “Verrebbe a significare che siccome sono masculi veri si possono pure baciare in bocca senza problemi, così dicono” spiega il giornalista Francesco Vitale, raccontando una scena a cui aveva assistito da bambino, mentre la zia e un’amica parlavano appunto dei baci a stampo che si scambiavano i mafiosi.