Andra Ursuţa e la denigrazione della donna

Come l’oggettificazione della donna e il femminicidio diventano potenti forze motrici nel processo artistico dell’artista rumena Andra Ursuţa.

Mercato del sesso, ruoli sociali della donna e il peso della tradizione: sono queste alcune delle tematiche da cui l’artista rumena Andra Ursuţa trae ispirazione. Creando opere misteriose e inquietanti, l’artista ci spinge a confrontarci con il lato oscuro della società – una zona d’ombra di cui conosciamo l’esistenza ma che decidiamo spesso di non vedere, per comodità o sopravvivenza. Infatti, quante volte ci imbattiamo in notizie allarmanti – siano queste riguardanti le estreme traversate a cui sono costrette milioni di persone o uno stupro, magari compiuto nella nostra città. Eppure, in una società in cui siamo tutti così presi da noi stessi, quanto di queste informazioni ci rimane a fine giornata? Dando forma concreta al contenuto di macabre realtà, l’artista ci pone davanti ai lati scomodi della nostra società, senza smettere di ricordarci una verità esistenziale: protagonisti di quelle scomode e gravi notizie potremmo essere noi.

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Alps, 2016 – Andra Ursuţa

In questo senso, è emblematica la mostra attualmente in atto al New Museum di New York, intitolata “Alps (Alpi), in cui l’artista ha ricreato vere e proprie pareti da arrampicata dove al posto dei soliti appigli, sono presenti falli di ogni forma e colore. Alla luce delle recenti ondate migratorie da zone in cui imperversano guerre civili e in cui lo Stato Islamico continua a seminare terrore, quest’opera gioca su più livelli. Se da un lato il titolo è un chiaro riferimento al limite naturale che le Alpi rappresentano per i rifugiati che vogliono entrare nel più sicuro entroterra europeo, dall’altro non possiamo far altro che vedere una denuncia dell’ancora presente mercato del sesso, proveniente spesso dall’Est Europa, da cui lei stessa proviene. Ancora oggi sono molte le giovani ragazze che per cercare un tenore di vita migliore vengono portate in Europa con la promessa di una rinascita, per poi essere obbligate a prostituirsi sulle strade dai loro aguzzini. Creando un muro fallace e artificiale come quello da scalata, Andra Ursuţa dà forma concreta alla falsità di quelle promesse, trasformando il sesso nel macabro cammino verso una libertà illusoria e impossibile da raggiungere.

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Conversion Table, 2012 – Andra Ursuţa

E’ nella rappresentazione ‘oggettificante’ e ambigua dei ruoli che la società affibbia alle donne che l’artista trova una delle forze motrici più potenti del suo processo artistico. Questo aspetto lo si può ben vedere in Conversion Table del 2012, un’opera che prende le forme di un busto antropomorfo femminile impreziosito da una collana di monete. La scelta estetica di questo dettaglio poggia le basi sulla tradizione folkloristica e gypsy del suo paese, dove le donne solevano usare il denaro come gioielli, ma anche sul valore stesso della donna.

Come lei stessa afferma in un’intervista, questa scelta “è un modo per accrescere [in modo ironico] il valore delle donna, come se – di per sé – non valesse molto”. Utilizzando diverse valute, come euro, dollaro americano e leu rumeno, Andra Ursuţa trasforma il corpo stesso della donna in una moneta di scambio internazionale. Tuttavia, non è questo l’unico modo che l’artista impiega per denunciare questa sempre presente monetizzazione del corpo femminile. Lo stesso meccanismo si innesca anche attraverso l’uso di pali da lap-dance.

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(Destra) First Pole Woman, 2011; (Sinistra) Dumb Bells, 2013 (Courtesy of REPERTORIO) – Andra Ursuţa

Sono questi infatti la materia prima che l’artista usa per un’altra serie di opere, come Dumb Bells 2 del 2013: piegando uno strumento tanto simbolico quanto emblematico al proprio potere di artista e donna, Andra Ursuţa costruisce veri e propri totem muliebri, in cui questi poles vengono modellati per creare corpi di metallo in cui non mancano seni, bacini e vagine. Sebbene siano quasi impercettibili, molte di queste opere presentano fessure il cui scopo ci riporta al mercato del sesso. Tenendo sempre a mente che queste sculture sono metafore della donna, l’opera sembra doversi attivare solo inserendo una moneta, come in una macchina a gettoni. E come se non ci fosse mai fine al peggio, i piedistalli su cui poggiano sono ricavati da cumuli di spazzatura calcificata.

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Una delle creazioni più controverse e di maggiore impatto dell’artista è di certo Crush del 2011, dove Ursuţa ha usato il proprio corpo per dare forma a una statua schiacciata e ricoperta di quello che sembra essere a tutti gli effetti una colata di sperma.

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Crush, 2011 – Andra Ursuţa

Osservando l’opera non si può far altro che sentirsi a disagio. Il colore scuro della pelle ricoperto di questa sostanza lucida e biancastra non può che riportarci alla mente uno stupro-femminicidio: un’ennesima triste realtà che occupa sempre più di frequente le prime pagine dei nostri notiziari.

Quello che l’artista sembra domandarsi quindi è tanto semplice quanto grave: come può la donna elevarsi a un ruolo paritario rispetto all’uomo se viene ancora da quest’ultimo costantemente ridotta a oggetto o mero corpo al suo servizio? Facendo proprio lo stesso processo di oggettificazione del corpo contro cui si scaglia, Andra Ursuţa ci porta davanti agli occhi le conseguenze che la (anche nostra) società patriarcale ha sulla comunità femminile: sebbene la situazione stia sempre più migliorando, ancora troppi sono quelli che continuano a rivestire primariamente le donne del loro ruolo di corpo, prostitute o ‘prede’.